Racconto choc di Imbriani: "Ho un tumore, ma voglio vincere anche questa partita"

"I primi giorni sono stati tremendi. Non me l'aspettavo e facevo tanti pensieri: non avrei voluto farmi vedere senza capelli, così secco. Poi ho capito che non devi essere ossessionato e non devi vergognarti per una malattia"
 di Redazione Tutto Napoli.net  Twitter:   articolo letto 53229 volte
© foto di Francesco Scopece/TuttoLegaPro.com
Racconto choc di Imbriani: "Ho un tumore, ma voglio vincere anche questa partita"

Era il Napoli della lenta decadenza del post Maradona, ma quella squadra sapeva ancora appassionare. E in quella squadra, giocava Carmelo Imbriani, attaccante che in azzurro non ebbe molte fortune. Oggi Imbriani, allenatore del Benevento, lotta contro un tumore, ha voluto raccontare la sua storia a Il Mattino. Ecco di seguito l'intervista.

Quel pomeriggio in Sila non sembrava un giorno d’estate. «Venti agosto, a mille metri d’altitudine c’erano pioggia e freddo». Carmelo Imbriani era in campo con i giocatori del Benevento. «Tornato in albergo, misurai la febbre: 40. Pochi giorni prima avevo avvertito dolori forti, mi ero riempito di medicinali e avevo trascorso notti insonni». Broncopolmonite, la prima diagnosi, preoccupante. Tumore, la seconda, devastante. «Linfomi in più punti del corpo, all’ospedale di Perugia ne scoprirono subito uno maligno all’adduttore». Trentasei anni, ex attaccante del Napoli e allenatore del Benevento, Imbriani racconta la sua storia con un sorriso timido, come faceva dopo un gol. «Ne segnerò uno anche al destino».

La sua partita più difficile.
«Un duro avversario, un brutto animale».

Tumore: possiamo dirlo o bisogna rispettare la privacy?
«Diciamolo, forse la mia storia aiuterà altre persone che soffrono. Io sono stato fortunato, diciamo così, perché la diagnosi è stata fatta in tempo».

Comincia tutto durante il ritiro precampionato.
«Febbre, dolori in più parti del corpo. Soffrivo e cercavo di non farlo capire ai giocatori. Dopo quel 20 agosto ne parlai con i dirigenti del Benevento e mi ricoverai in ospedale. Broncopolmonite, dissero».

E poi?
«C’erano dubbi, forti. I medici di Benevento, che continuano ad essermi vicini, mi indicarono l’ospedale di Perugia per ulteriori accertamenti. Mi sono affidato ai dottori Martelli e Falcinelli. Le analisi, poi la diagnosi. Quella. Hanno tolto un linfoma maligno all’adduttore e ho cominciato le sedute di chemioterapia. Sono alla terza. Va meglio. Questa è una battaglia dura che può essere vinta, ma ricorda cosa diceva Trapattoni? Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco».

Sembra sereno.
«I primi giorni sono stati tremendi. Non me l’aspettavo e facevo tanti pensieri: non avrei voluto farmi vedere senza capelli, così secco… Poi ho capito che non devi essere ossessionato e non devi vergognarti per una malattia, ma affrontarla con determinazione. Mi sono fatto forza pensando alle mie donne: Valeria, mia moglie, e Sofia, mia figlia, che ha due anni. E tra un mese nascerà Fernando: gli daremo il nome di mio padre».

Le cure sono pesanti.
«La prima chemio è stata una botta. Era importante farsi forza psicologicamente perché altrimenti affronti male la terapia. Me lo hanno detto altri ammalati e lo ripeto anche io: diamoci forza. La medicina ha fatto passi da gigante, c’è sempre la speranza. Bisogna crederci e non lasciarsi andare».

La carica che dava ai giocatori del Benevento prima delle partite.
«Li ho rivisti qualche giorno fa. Ho chiesto al medico di poter uscire e sono andato al campo per salutare la squadra e il mio collaboratore Martinez, che mi fa tre telefonate al giorno. Ho voluto rassicurare i ragazzi: mi curo, va meglio. Anche per loro è stata una mazzata. Siamo molto legati, abbiamo cominciato un bel lavoro quasi un anno fa. Non potrò tornare prestissimo, però tornerò. Ne sono certo».

Vede le partite?
«Qualche diretta in tv o i dvd. Ma, quando vedo la diretta, perdiamo…».

Ventisette febbraio 1994, che le ricorda questa data?
«Il debutto con il Napoli in serie A. Avevo compiuto 18 anni da pochi giorni e Lippi mi fece giocare gli ultimi minuti contro il Cagliari».

Trentadue partite e quattro gol in maglia azzurra.
«Arrivai al Centro Paradiso di Soccavo a 13 anni. Lasciai la famiglia e il mio paese, San Giovanni di Ceppaloni, per inseguire un sogno e l’ho realizzato».

Un grande vecchio allenatore, Boskov, avrebbe voluto fare di Imbriani il migliore attaccante d’Italia.
«Raccontavano che disse al presidente Ferlaino di non prendere Inzaghi dal Parma perché c’ero io… Era il ’95, giocavo da titolare e feci un gol all’Inter. I tifosi del Napoli erano meravigliosi, come quelli del Benevento. Il calore che sentivo da calciatore lo avverto anche adesso, da parte della gente e di ex compagni come Taglialatela e Pecchia».

Taglialatela le ha scritto una lettera su un sito.
«Molto toccante, ma non è stato l’unico grande gesto di Pino. Mi ha telefonato tutti i giorni, chiamava anche quando mi sentivo a pezzi e non volevo parlare. Un grande uomo. Si dicono tante cose sul nostro mondo e sui rapporti tra i calciatori, però in questo momento i ragazzi mi danno forza».

Già, il mondo del calcio: si sono ammalati tanti ex giocatori per il doping.
«La mia storia non c’entra con quelle: mai date e mai prese sostanze strane negli spogliatoi, neanche un’aspirina».