Da Zero a Dieci: Ancelotti distrutto da Mario, Meret 'umilia' i big, il top player che non puoi comprare al mercato e l'omaggio al buco nero

Arsenal-Napoli è la gara degli errori di Mario Rui, la leggerezza di Hysaj ed i gol sbagliati da Insigne e Zielinsky
12.04.2019 14:14 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Da Zero a Dieci: Ancelotti distrutto da Mario, Meret 'umilia' i big, il top player che non puoi comprare al mercato e l'omaggio al buco nero

(di Arturo Minervini) - Zero a certe facce. Quelle che basta un secondo per leggerci una maledetta paura, la timidezza che non riesci a scrollarti di dosso e che ormai è diventata seconda pelle. Prima di parlare della partita, della tecnica, dei numeri, delle percentuali che vi stanno dando alla testa e che poco c’entrano con il pallone, bisogna parlare degli uomini. Perché certe sfide le vinci sono se hai la testa pronta a farlo, se non sei macchiato col timbro eterno dell’immaturita. La natura è una cosa semplice, lo scriveva Lucrezio: “Ogni parte del corpo è guidata e diretta da quel nostro potere che chiamiamo pensiero”. Se il pensiero è terrorizzato, lo sarà anche il corpo.

Uno il gol che doveva arrivato e non arrivato, come un bus in una fermata di periferia. E noi lì, ad attenderlo, a sperarci, a disperarci su una panchina che diventa agonia, in attesa di un Godot che non arriverà nemmeno stavolta. E le colpe sono nostre, solo nostre. Dei nostri che sono arrivati a certi appuntamenti col cuore pesante e con i piedi proprio preparati a fare la differenza. “Ecco gli uomini! Se la prendono con la scarpa quando la colpa è del piede” (cit. Samuel Beckett).

Due reti subite su ingenuità colossali. E non facciamo discorsi: potevano farcene sette/nove/ventiquattro. Il calcio non è così. Non è mai stato così. Parliamo delle occasioni che sono diventate reti subite, quelle le ha create il Napoli, non l’Arsenal. Se dimentichi questo nell’analisi, dimentichi la vera natura del pallone. E su questo devi riflettere, devi pentirti, devi guardarti allo specchio e renderti conto che strutturalmente, filosoficamente, ideologicamente in te c’è qualcosa che non va. Un’alchimia di uomini che non riesce a tramutarsi in una pozione magica. Manca la scintilla, quel fuoco vivo che crea la vita, l’ardore e la vittoria. Certi valori che non puoi comprarli sul mercato. Gli indizi iniziano ad essere tanti.

Tre…nta minuti di nulla, omaggio alla prima ‘foto’ ad un buco nero. Nichilismo calcistico, atteggiamento di fuga e di rinuncia nei confronti nel mondo. Abbiamo abusato in queste settimane della parola ‘mentalità’ esponendo le preoccupazioni del caso per una squadra che aveva staccato la spina e che avrebbe faticato a riattaccarla. Così è accaduto nell’approccio all’Emirates e fino a che non ci metteremo in testa che questa sconfitta nasce a Sassuolo, ad Empoli, col Genoa saremo come quelli che nascondono la polvere sotto al tappeto fingendo che vada tutto bene. La mentalità non è occasionale, va incorporata anche nell’allenamento del martedì pomeriggio.

Quattro dei cinque gol totali subiti in Champions erano nati da disattenzioni di Mario Rui che mostra a Liverpool il suo più grande pregio: la coerenza. Ancora disastroso protagonista di una notte europea, tocca il punto più basso della sua esperienza in azzurra quando in alcuni fa rimpiangere anche Dossena ed il cross di Erminio Rullo in Napoli-Lecce per Calaiò. Colleziona palle perse e traversoni stampati negli stinchi di avversari al punto che un disperato Ancelotti urla in panchina: “Chiamatemi Ghoulam, subito”. Diabolica perseveranza. 

Cinque ad un piano gara che non ha funzionato. Perché Milik ti sarebbe servito più nella prima che nella seconda parte. Perché non puoi aspettare il minuto 82’ per gli ultimi due cambi. Perché non puoi non provare una variante tattica quando sbatti la testa sempre sullo stesso muro. Tutte queste verità, però, si frantumano al minuto 44’. Quando un pallone docile, mansueto come un gatto in cerca di carezze, arriva sul piede di Insigne chiedendo solo una cosa: di essere accompagnato alle spalle di Cech. In quel momento si catalizzano tutte le speranze azzurre, sul destro del capitano con macchia e con paura. Pallone in curva. Attimi infiniti di riflessione. Su Lorenzo. Per Lorenzo. Con Lorenzo. Dopo qualche parola di superbia, un pizzico di autocritica aiuterebbe.

Sei alla piccola scintilla che si accende nella ripresa. Una fiammella disperata e di speranza, un atto di fede che deve essere recitato in questi giorni che mancano al ritorno. Sarebbe stato tutto più semplice se la spaccata di Zielinski avesse avuto esito più felice, ma ora non ci resta che crederci. Perché in 90’ tutto può accadere ad una sola condizione: gli errore concessi sono già stati esauriti all’Emirates. La pallina è nel flipper. Non ce ne sono altre da lanciare nella mischia. Ora bisogna solo tenere la testa bassa e non perdere di vista l’obiettivo nemmeno per un istante. È dura, durissima. Non è però impossibile e questo, oggi, deve essere l’unica consolazione.

Sette secondi o anche meno. Sette secondi sembrano nulla, invece posso far nascere una vera filosofia sportiva, chiedere a Mike D’Antoni ed ai Phoenix Suns dei ‘Sevend second or less. I sette secondi più lunghi di Fabiàn partono con un pallone avvelenato ed un peccato di leggerezza che non lo spagnolo non riesce ad espiare, con un pallone perso e l’incapacità di commettere fallo su Torreira che gli scappa via tra le mani, come il ‘Tempo’ cantato dai Pink Floyd: “Sciupi e sprechi le ore in modo insolito, tirando calci a un pezzo di terra nella tua città natale. Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la via…”. Spaesato, senza mai trovarlo questa via. 

Otto o poco più in due. La questione terzini è una di quelle che il Napoli rimanda da troppo tempo, come un paziente che avverte di avere un dolore ma ha paura di andare a farsi visitare. Hysaj e Mario Rui sono degli onesti calciatori, possono anche avere degli exploit in qualche gara, ma il punto è un altro. Può il Napoli pensare di competere per certi traguardi con questi calciatori? Esistono dei muri che non tutti possono scavalcare, una Berlino Ovest che resterà sempre irraggiungibile per chi sta ad Est. Questione di livello: tecnico, tattico e mentale. Nessuno deve offendersi o scandalizzarsi. Bisogna solo attrezzarsi per il futuro, ma farlo una volta per tutte.  Con sincerità e stima per due che hanno sempre sudato la maglia.

Nove a quei tremila e più che hanno sostenuto la squadra all’Emirates. È l’unica immagine da conservare, ‘posterizzare’ nella parete della memoria. Quegli occhi. Quegli occhi di un bambino in lacrime al 90’, che vorrebbe gioire almeno una volta per alimentare il fuoco della speranza. Quella passione che non si è risparmiata, a differenza di chi era sul terreno di gioco. Napoli è dei napoletani. Sempre. Per sempre. E l’impresa sarebbe da dedicare soltanto a loro.

Dieci a Meret che spazza via tutte le sciocchezze ed i discorsi prestampati. Il ragazzino del ’97 che dà una grande lezione ai ‘grandi’. A quelli che dovrebbero essere esperti. La dimostrazione che certe qualità o le hai o non le hai. Alex è semplicemente un fenomeno, lo è da quando era nella culla. Il suo era un destino già tracciato, coltivato con attenzione e determinazione. Se la baracca è ancora in piedi è solo grazie ad Alex, che in mezzo alla tormenta si è issato sull’albero maestro come il tenente Dunn in ‘Forrest Gump’ urlando: “Non affonderai mai questa barca!”. Unico grido di battaglia in un coro di pulcini impauriti.