Da Zero a Dieci: gli insulti ad ADL, la suprema condanna di Ancelotti, Sarri e la scelta definitiva dopo l'addio ed il gol ‘rubato’ da Insigne

16.09.2018 09:54 di Arturo Minervini Twitter:   articolo letto 64823 volte
Da Zero a Dieci: gli insulti ad ADL, la suprema condanna di Ancelotti, Sarri e la scelta definitiva dopo l'addio ed il gol ‘rubato’ da Insigne

(di Arturo Minervini) - Zero reti subite, è la prima volta in campionato. Piacevole novità, sensazione perduta di forza che serviva, dopo la precarietà genovese. Le certezze sono come fogli di carta poggiati su una scrivania minacciata dal vento, basta poco per disperderli e per scombussolarli. Un soffio di vento ed è confusione. Un tocco di quiete e tutto sembra tornare al suo posto. Ecco cosa serve in questo momento. Un tocco di pace. Singoli che diventano un tutto ed acquistano forza. Come tasti di un pianoforte che assumono senso se pigiati in una sequenza che diventa sinfonia. Questo Napoli ha tremendamente bisogno di sentirsi nuovamente squadra. In tutti i sensi.

Uno come il secondo di gioco che zittisce per un secondo le polemiche. La magia del pallone che spazza via tutto dopo due settimane di astinenza. La palla che rotola, l’erba accarezzata, il silenzio dopo le chiacchiere. Quanto ci è mancato questo Napoli, anche a quelli che non c’erano. Anche a quelli che dicono di non essersi divertiti. Anche a quelli che stanno in un angolo tenendo il broncio a questa squadra. Il calcio alla fine riesce a superare ogni ostacolo, il fuoco tornerà a brillare dentro come una folgorazione, come John Belushi che ‘ha visto la luce’ nei Blues Brothers.

Due i vuoti inquietanti sugli spalti. È assenza che scava dentro, passione mutilata prima di nascere. Un San Paolo così è dolore sulla (mia) pelle, è urlo strozzato in gola senza partecipare al momento da ricordare. Giù i prezzi, avanti con i lavori, basta questa stupida guerra che ammazza l’amore più grande che questa città abbia mai conosciuto. Ridateci la gente, le grida, le mani al cielo. Ridateci quel vento che soffia nelle vele, onde che battono sugli scogli incessanti, a far vacillare le certezze degli avversari. Si ricompatti l'ambiente, si chiariscano le questioni tra De Laurentiis (ancora una volta insultato) ed una parte della tifoseria. Uno stadio vuoto è come la pagina di un libro bianca, una storia mai nata, un racconto senza storia. Chi di dovere, faccia qualcosa. E lo faccia in fretta.

Tre…cento tifosi viola che come biglietto da visita presentano subito un ‘Odio Napoli’. Così, gratis. Chiudono nel finale con ‘Terroni puzzate’ ed altre deliranti divagazioni su questa presunta lacuna igienica dei napoletani. Lontano è il tempo quando si sciacquavano i panni in Arno. Vicino è il tempo della pochezza dilagante, di chi come pecora si accoda ai cori beceri di un gruppo di sventurati, del luogo comune che offende l’intelligenza. Vuoti come gli spalti.

Quattro le reti del Chelsea di Sarri e non si può che esserne felici. Lottiamo per abbattere questo dualismo che non ha ragione di essere. Non c’è da schierarsi, da scegliere una fazione come in una diatriba medievale. Ci sono domande che non meritano risposta, come quella fatta ad un bambino ‘Vuoi più bene a mamma o a papà?”. È una sindrome dell’abbandono che può risultare dannosa, un parametro costante che rischia di togliere felicità e causare una sorta di depressione. Sarà un Napoli differente. Bisogna metabolizzarlo, accettarlo e comprenderlo. Anzi, per assurdo, più si allontanerà da quell’idea più questo Napoli avrà possibilità di far bene. Amare significa anche aver la forza di lasciare andare via…

Cinque…quattro. Come il minuto che segna in qualche modo una svolta. L’aria rarefatta si fa più leggere, la voglia di vincere abbatte ogni dissapore. Un coro debole, che si rinforza settore dopo settore. Ci sono tanti spazi vuoto, c’è qualcuno che porta un pochino di rancore. Ma tra quelli presenti al San Paolo in quel minuto inizia a diffondersi una inspiegabile energia positiva, quasi elettrica. Da quel momento in poi, e non è un caso, il Napoli diventa padrone della gara. Crea occasioni ed alla fine porta a casa i tre punti. Unire è più faticoso che dividere, ma genera soddisfazioni cento volte più gratificanti. Uniti, si può.

Sei e mezzo a questo Napoli che viaggia sui binari del tempo, come fosse Jack Nicholson in ‘’Qualcosa è cambiato’ mentre cerca di non pestare le linee tra le mattonelle per strada. “Lei mi ha sfrattato dalla mia vita” dice Melvin Udall (protagonista del film di cui sopra) ed è un pochino quello accaduto a Napoli. È un cammino a volte incerto, con la mente che si aggroviglia nelle abitudini del passato che sono in contrasto con le nuove. Viaggiare nel tempo porta a volte scompensi, ma è esperienza che arricchisce, se si riesce a tenere il meglio dagli insegnamenti del passato. Bisognerà magari perdere l’equilibrio per un istante, ma sarà l’unico modo per fare un salto in avanti.

Sette al colpo da biliardo di Milik. L’ariete, quello per alcuni buono solo per i colpi di testa. Arek, invece, è uno che a calcio ci sa giocare, sa leggerlo anche con largo anticipo ed ha piedi più educati di Don Matteo. Entra nella partita come un cavatappi in una bottiglia di Chianti, girando su se stesso genera una forza centrifuga che finisce per inghiottire la difesa viola, stendendo il tappeto rosso ad Insigne che celebra il brindisi della vittoria. La gloria è di Lorenzo, ma una parte del merito è di questo gigante buono ancora tutto da scoprire. Chi ancora non ha capito il suo valore è più fastidioso di chi beve Coca Cola Zero mentre mangia patatine fritte.

Otto alle abilità di prestidigitazione di Allan. Mago del furto senza scasso, più scaltro di Adriano Celentano in ‘Mani di velluto’ quando porta a termine i suoi furti. Gli avversari sono convinti di avere il pallone, che è invece già passato tra i piedi di questo moto perpetuo che fluttua tra le due metà campo senza conoscere noia e stanchezza. C’è la grandezza delle piccole cose nella sua partita, l’eccezionalità di chi fa sempre la cosa giusta, senza dover necessariamente strafare. Michael Caine in ‘The Prestige’ dice: “Ora state cercando il segreto ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati”. Con Allan accade la stessa cosa. Tutti vengono ingannati e derubati del pallone, senza nemmeno accorgersene. Monumentale.

Nove punti su dodici giocando contro Lazio, Milan, Sampdoria e Fiorentina. Potremmo adesso discutere di massimi sistemi, dell’incidenza delle fasi lunari sul nostro umore e non trovare un punto d’incontro. Figuriamoci se si parla di pallone. Questo numero, questo 9, però, è qualcosa di incontrovertibile. Che resta e che dovrebbe essere la base di ogni ulteriore discussione. Fondamento di una casa che deve cambiare arredamento, patrimonio iniziale di un architetto che qualcosa dovrebbe averla costruita in altre (tante) città sparse per l’Europa. Ancelotti prova a fare da Demiurgo in questo caos platonico, cacciatore di ordine e di tranquillità dopo una bufera che sta soffiando venti da ogni direzione. Ancelotti porta una condanna che dovrà espiare nel dopo Sarri: dovrà vincere. È la sua unica strada, la soluzione allo scetticismo. “La Storia dà torto o dà ragione. La Storia siamo noi. Siamo noi che scriviamo le lettere. Siamo noi che abbiamo tutto da vincere. O tutto da perdere”. Proprio come Carletto…

Dieci a Lorenzo. Alla freddezza spietata che diventa attimo da consacrare sull’altare della vittoria. C’è il sangue freddo di un rettile nel controllo volante, che precede l’attacco che lascia di sasso l’avversario. È una morte in cinque passi, iniezione letale di veleno alla viola ormai alle corde. Si muove al centro dell’attacco con disinvoltura, poi si sposta con la stessa leggerezza e sfrutta la forza centrifuga generata dal pianeta Milik. Un lampo improvviso che scuote la paura di non farcela, un bagliore accecante di chi ha tutte le carte in regola per diventare il vero leader emotivo e tecnico di questo Napoli. Il nuovo bomber fatto in casa, a tratti centravanti, altre volte fantasista. Una fusione di talento, la nascita di una lega metallica ancor più resistente. Una vecchia credenza asiatica crede che le fotografie abbiano la capacità di rubare un pezzettino d’animo. Lorenzo quando gioca così ha lo stesso potere. Magnifico ladro.