Lo scrittore Paglialunga: “Maradona religione a parte! Il suo murale più visitato del Cristo Velato”
Il calcio come una vera e propria religione, con i suoi riti, i suoi simboli e una fede che va oltre i risultati. È il tema affrontato dallo scrittore Fulvio Paglialunga, intervenuto sulla nostra Radio Tutto Napoli, l'unica radio tematica sul Napoli e live tutto il giorno su sito, app smartphone e smartTv e DAB Campania, per presentare il suo libro dedicato al rapporto tra calcio e religione. Al centro della riflessione c'è anche Diego Armando Maradona, figura che a Napoli ha assunto una dimensione quasi sacra, tra il celebre murale dei Quartieri Spagnoli, i luoghi di culto e la devozione popolare. Paglialunga ha raccontato inoltre il significato dell'appartenenza calcistica, prendendo come esempio il proprio legame con il Taranto.
Nel libro dedichi due capitoli a Maradona, raccontandolo quasi come una religione a sé. Come nasce questa scelta?
“Nel raccontare questa cosa avevo due possibilità: mettere Maradona in tutti i capitoli oppure, come ho fatto, prendere Maradona e farne una religione a parte. Cosa che, peraltro, non è neanche sbagliata, essendoci la Chiesa Maradoniana, che festeggia il Natale nel giorno in cui è nato Maradona e la Pasqua nel giorno in cui ha fatto il gol con la mano. Ci si sposa secondo il rito maradoniano, ci si battezza secondo il rito maradoniano. Ma non è solo questo: anche il murale che c'è ai Quartieri Spagnoli, in quello che ormai avete chiamato Largo Maradona, è più visitato del Cristo Velato. Il capello di Maradona, il piede, quello che ha fatto nella sua carriera, l'amichevole di Acerra: tutta quella roba che lo rende un po' santo, un po' simbolo, un po' fanatismo. Tutto quello di cui ho parlato fino a renderlo una religione a sé stante”.
Il libro, però, parla anche di altri aspetti del rapporto tra calcio e religione. Quali sono le somiglianze più profonde?
“Io dico che il calcio è una religione, perché cosa accade con la religione? Noi crediamo in una cosa che non possiamo controllare, perché non dipende da noi. Crediamo che la nostra partecipazione renda possibili delle cose. Nel calcio avviene esattamente la stessa cosa: noi ci presentiamo in uno stadio con il nostro simbolo, che nella religione può essere il rosario o la figurina del santo. Noi ci mettiamo la sciarpa, portiamo la bandiera e facciamo tutto questo. Quando entriamo nello stadio siamo convinti di contare, invece in realtà stiamo guardando una palla che decide per conto suo il suo destino, ma anche il nostro, perché la nostra giornata, la nostra settimana, la nostra vita dipendono dai risultati delle squadre, quando vivi il calcio in questo modo. Ci sentiamo così legati alla nostra squadra che quasi non vorremmo si giocasse la partita, perché è così bello il calcio visto come appartenenza, come un luogo in cui, se io sono in giro con la sciarpa della mia squadra e vedo un altro con la stessa sciarpa, in uno stadio, ovunque sia, vedo una persona che non conosco e dico: quello è mio fratello. Mentre cantiamo, cantiamo verso il cielo, chiediamo qualcosa con una canzone che in realtà non avrà nessun effetto. Non è che cantando ci arriva l'attaccante più forte, eppure sentiamo di partecipare. I tifosi sono quelli che dicono: abbiamo vinto, abbiamo comprato il calciatore, l'attaccante. Quindi non c'è niente di più simile, in realtà”.
Questa visione del calcio nasce anche dal tuo rapporto con il Taranto?
“Tutto questo nasce, ovviamente, dal modo in cui io vivo il calcio e dal modo in cui vivo la fede nel pallone e nel Taranto. Una squadra che in questo momento è in Eccellenza, la squadra della città con più campionati di Serie B senza essere mai stata in Serie A. Taranto, per anni, è stata la città più grande d'Italia a non essere mai stata in Serie A, prima del sorpasso di Prato per numero di abitanti. Io tifo una squadra che non vince mai, che ha giocato l'ultimo campionato di Serie B nel 1993 e che in questo momento disputa un campionato regionale, la quinta serie nazionale. Però continuo a tifare senza aspettative. Non ti aspetti neanche più che vinca. È proprio la fede”.
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