Da 0 a 10: la nuova supercazzola di ADL, Osimhen ricorda le 5 pappine ad Allegri, l'urlo disperato di Natan e l’asteroide di Kvara

Il Napoli cade anche a Torino: Kvaratskhelia divora il gol del vantaggio, poi Rrahmani si perde Gatti e condanna Mazzarri alla sconfitta
09.12.2023 19:33 di Arturo Minervini Twitter:    vedi letture
 Da 0 a 10: la nuova supercazzola di ADL, Osimhen ricorda le 5 pappine ad Allegri, l'urlo disperato di Natan e l’asteroide di Kvara
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Zero alle supercazzole di Aurelio. Che è tornato a parlare tanto, troppo. Che quando è rimasto in silenzio per dieci mesi, lo scorso anno, il Napoli ha fatto il vuoto in classifica. È tornato schiavo del proprio ego De Laurentiis, autore di frasi che sono un cult dell’orrore nella cultura sportiva: “Il Napoli puoi allenarlo anche tu: visto che squadra che abbiamo?”. Usando le parole del Pomata: “La più grande stronzata da quando l’uomo inventò il cavallo”. Poi un giorno dice che la vera vittoria è essere napoletani, l’altro che i napoletani sono perdenti. La verità, purtroppo, è che Aurelio dopo lo scudetto non ci ha capito una mazza. È andato in estasi mistica come Fantozzi ed ha iniziato a farsi del male da solo come Tafazzi. Per restare in rima.

Uno il gol subito, su cui Meret non pare avere grosse colpe. Eppure c’è qualcuno che ha tirato in mezzo Alex, reo di non essere uscito sul traversone teso di Cambiaso. Ormai puntare il dito sul portiere è un grande classico, come ‘Mamma ho perso l’aereo’ e ‘Una poltrona per due’ in Tv a Natale. Abbiamo ricominciato a farci male da soli, mentre lo scorso anno nessuno fiatava. Anche grazie alla grande strategia comunicativa di Spalletti. C’è da riflettere. 

Due caffè ed una sigaretta per Cambiaso, che avrebbe il tempo pure per mangiare un panino prima di prendere la mira e calibrare il cross per la testa di Gatti. È lì che il Napoli la perde. Nella pigrizia di Anguissa, nell’inerzia di un centrocampista che è la sineddoche dell’inerzia mentale che ha colpito gli azzurri in quei dettagli, che fanno la differenza tra sconfitta e vittoria, tra rimpianto e gloria. Sarà la frase più ricercata su google del 2023: ‘lo scorso anno’. Però è vero: lo scorso anno Anguissa avrebbe aggredito Cambiaso come un anziano che viene scavalcato in fila alle Poste.

Tre sconfitte in fila punti, ancora una volta zero punti. Ma gli zeri non sono tutti uguali, perchè il pallone non è solo numeri, perchè in fondo ci sono tracce di Napoli mescolate nella notte di Torino. C’è un primo tempo di sostanza, di battaglia, di organizzazione, di movimenti fluidi ed armonici che hanno destrutturato anche il catenaccio mascherato di Allegri. Sarebbe disonesto dire che le ultime sconfitte siano uguali a quelle precedenti. Lo sono nella sostanza, non nella forma. 

Quattro partite con Mazzarri troppi gol presi: già nove. “Insegnerò la marcatura in area e come si esce sul portatore di palla che calcia di sinistro. Basta uscire prima per non concedere il cross” dice Walter, che sta soffrendo tremendamente per non averci potuto lavorare dall’estate con questi ragazzi. Chissà come sarebbe andata, senza il virus Garcia ha devastate gambe e cervello di una squadra che rasentava la perfezione, una perfezione che Rudi ha vissuto come un affronto alla sua pochezza. 

Cinque pappine, sia gentile. Al fischio finale il sussulto d’orgoglio di Osimhen, che ricorda allo Stadium la lezione di calcio dello scorso anno. Gesto istintivo, di attaccamento, di un ragazzo che è sempre l’ultimo a mollare. A Torino non ha segnato, ma la giocata per Kvara è sublime e meritava tutt’altro finale. Victor, oltre le schermaglie col club per il vil denaro, resta uno di noi. Quella reazione istintiva, vale più di tante dichiarazioni d’amore. 

Sei Natan e vuoi essere Natan. Non ha mica chiesto di essere Kim. È il Napoli che ha chiesto a Natan di essere Kim: è questo il grande inghippo, uno dei peccati originali, l’abominio filosofico alla base della campagna acquisti estiva. Natan è ordinato, è pulito, è attento. S’è ritrovato a fare il terzino e nessuno può pensare che faccia il Gareth Bale dei primi anni di carriera. La questione è un po’ come il gatto nero di Matrix: un déjà vu, per una società che ha creduto di poter sempre sostituire una Rolls Royce (Kim) con un’auto acquistata all’incanto. 

Sette volte subentrato in stagione ed una volta soltanto titolare. A Torino Lindstrom resta in panchina, pur quando a lasciare il campo è Politano ed in teoria Jesper sarebbe l’erede designato. Il grande equivoco della campagna acquisti azzurra, l’emblema di un corto circuito decisionale in cui chi il presidente ha scelto l’allenatore, altri hanno preso i calciatori ma senza nessuna valutazione sulla compatibilità con le idee del tecnico preso. E quando ognuno prende una direzione divergente accade come ai protagonisti di Lost in Translation: “Ogni anima ha un suo cammino. Ma a volte questo cammino non è chiaro”. 

Otto trasferte e la prima sconfitta. On the road il cammino del Napoli resta da vertice, perchè su 24 punti 17 li ha raccolti lontano dal Maradona. Allo Stadium è letale un nuovo vuoto difensivo di Rrahmani, che pare il protagonista di Memento: rivede frammenti del difensore che era, senza mai riuscire a mettere insieme i pezzi. Con Koulibaly e Kim al suo fianco, era un perfetto normalizzatore. Quando c’è stato da prendere lo scettro del comando, Amir ha finito per incartarsi più di Napoleone a Waterloo. “Non credo al proverbio che, per saper comandare, bisogna saper obbedire”, mai frase fu più adatta al buon Rrahmani.

Nove tiri fuori porta ed una costante: il Napoli spreca tanto, troppo, spesso tutto. L’ha fatto per tutta la stagione, l’ha fatto anche ieri, non solo con Kvara. Ciò che diventava tutto oro, ora si trasforma in rimpianto, in maledette esitazioni. Anche Di Lorenzo, fermato per un fuorigioco che non c’era, spara addosso a Szczesny l’ennesimo pallone della svolta. E la vita poi non è così generosa come si pensa: certi treni, se li perdi, si trasformano in Circumvesuviane, rischi di aspettarli in stazione all’infinito.

Dieci secondi, uno spazio infinito da attaccare, Osimhen che fa la giocata che dovrebbe fare e quel pallone che ti arriva sui piedi. E Kvaratskhelia ha avuto tutto il tempo di pensarci a quel pallone, perdendo naturalezza, istinto, gioia. S’è incupito, s’è ingobbito inarcando all’indietro la schiena e spedendo la sfera sull’asteroide B-612 del Piccolo Principe. Quello che è stato Kvara nel suo primo anno, una visione magnifica, una novità spiazzante, una rivoluzione culturale. Quello che dobbiamo custodire, adesso, sotto una campana di vetro. La nostra Rosa. L’uomo delle stelle, il messaggero del destino. Sarebbe facile scaricare rabbia sul 77, ma certe paure si curano con l’amore. Tornerai a splendere. La gara di Torino è probabilmente finita con quel destro sparato alto. “A' finè ro' juorno sta tutta ca'”.

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