Da 0 a 10: la Juve che ha distrutto il Napoli, l'errore clamoroso di Insigne, la minaccia del 97’ e l’avviso di Gattuso ad ADL

Napoli vince a Benevento: decisivo Insigne, grande impatto per Petagna e Politano. Manca un rigore su Lozano, Gattuso felice a metà
26.10.2020 14:11 di Redazione Tutto Napoli.net  Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Da 0 a 10: la Juve che ha distrutto il Napoli, l'errore clamoroso di Insigne, la minaccia del 97’ e l’avviso di Gattuso ad ADL

(di Arturo Minervini) - Zero alla gara che non c’è stata. A quella di un Napoli che va magari in vantaggio nel primo tempo, quando Foulun travolge in area Lozano senza alcuna possibilità di intervenire sulla palla. Quella magari vinta senza fatica, senza dover profondere uno sforzo così intenso per ribaltare un match che si stava mettendo male. E siamo ancora qui, a raccontare questa inspiegabile reticenza arbitrale nell’assegnare un penalty al Napoli. Sì, vogliamo fare i piagnoni, perché essere presi per Cogli*** (fa rima, ci siamo, ci siamo capiti) non ne abbiamo più voglia. Il conto di Juve-Napoli rischia di restare sospeso, come un caffè. Dal sapore amaro. 

Uno il gol di Roberto Insigne, eccessivo probabilmente nelle recriminazioni del dopo partita. Se Napoli non ha creduto in lui, è perché nemmeno lui ci ha creduto davvero. Azione che semina molliche di preoccupazione sulla tenuta difensiva manco fossero passati di lì Hansel e Gretel. Manolas stacca la spina per qualche secondo, che nel calcio sono un’eternità. Il viaggio mancato tra vittoria e sconfitta. Possono costare cari, caro Kostas questi black-out.

Due in mediana. È lampante che i destini di un Napoli così strutturato passino sempre da lì, dalla vena di Fabiàn o di chi per lui. Se Bakayoko fa legna, la sua spalla deve dare ritmo, distanze, comandare anche il vento come Eolo. Se ciò non accade, le difficoltà sono alla porta. E suoneranno con maggiore insistenza quando si incontreranno avversari con qualità superiori. Gattuso avrà visto, Gattuso avrà sentito. A Gattuso il compito di studiare correzioni e/o variazioni. 

Tre punti pesanti. Perchè, se è vero come è vero, che qualche difficoltà c’è stata, la vittoria resta. E vincere non è slegato dalla volontà, dalla determinazione, dalla capacità di andare oltre, come una metafora che racconta il passaggio dal giorno alla notte e dalla notte al giorno. Vincere è transizione che impone uno sforzo mai banale del muscolo che non si misura con la forza: il cervello. Questa mentalità vincente è la notizia migliore da mettere in valigia nel breve viaggio di ritorno dal Vigorito. Poteva essere una maledetta domenica, invece il Napoli mostra di voler rinascere ogni volta da squadra ogni maledetta domenica.

Quattro gare e l’unica squadra che ha distrutto il Napoli non esiste. Non c’è. È fantasia, peregrinazione giuridica. È astrazione dalla realtà, esercizio dialettico di chi analizza la storia come se la storia non fosse mai presente, ma solo o passato o futuro. Juve-Napoli in quel momento non poteva giocarsi. Juve-Napoli andrà rigiocata. Sulla carta la Juve è l’unica che ha battuto il Napoli e guardando la squadra di Pirlo, quella è davvero cartastraccia. 

Cinque gare ufficiali ed un’identità, un marchio, un’accento calabrese che si confonde con quello napoletano. È il Napoli di Gattuso e nessuno lo può negare. Con pregi, difetti, virtù, imperfezioni, aspettative, paure. È la squadra di Rino, che controlla lo spogliatoio armato di bastone e carota, che esprime una libertà che è ammirevole perché sbandierata con la forza di chi non deve fingere di essere qualcos’altro. ‘Devo sentirmi libero, non mi piacciono le clausole’ dice. E non si può che ammirarlo. 

Sei minuti di recupero già finiti, Doveri che fa battere la punizione che è ultima dea per il Benevento. Speranza, che si sgretola sui guantoni immacolati di Meret. Inattivo Alex per tutta la gara, puntuale nell’intervento tutt’altro che banale che fa il rumore di un respiro di sollievo, una paura scacciata via con i pugni chiusi come una vecchia canzone de ‘I ribelli’. Meret è tutt’altro che ribelle, in silenzio attende l’evolversi del suo destino, da costruire con interventi decisivi come questo. Vaccino di fiducia. 

Sette a Mario Rui, che fa la diagonale perfetta come un alfiere mosso dalle sapienti mani di Garry Kasparov. Nello scacchiere del match il portoghese incastra una mossa decisiva, chiudendo sullo sciagurato contropiede concesso ai sanniti sul finale di gara. “La più grande capacità negli scacchi risiede nel non consentire all'avversario di mostrarti ciò che è capace di fare". Si chiama difesa e tante volte ti fa vincere le partite più dell’attacco. Bravo Mario.

Otto a Politano, che prende in mano le sorti del match e ne ridefinisce i contorni. È Vin Diesel che apre il Nos nel finale del suo quarto di miglio, quando le auto sembrano destinate a tagliare insieme lo striscione del traguardo. Energia aggiuntiva, supplemento tecnico che incide sulla gara più di quanto dica il tabellino. E conferma di una tensione evolutiva costante per l’ex Inter, che gira a pieni giri con la sua scocca leggera e mani sapienti sullo sterzo.“Non importa cosa c'è sotto il cofano, importa chi c'è dietro al volante!” ribadisce Matteo.

Nove a Petagna, che si insinua come una presenza dominante tra le pieghe della gara. È intelligente Andrea, che non ha pretese da prima donna e si piazza dove serve, leggendo in anticipo l’evolversi del gioco e dell’azione che gli consegna un’offerta che non poteva essere rifiutata. E Petagna non la rifiuta, segna e porta tre punti a casa. Essenziale, senza merletti. Indossa i panni del ‘9’ del Napoli, un vestito che sa di portare part-time, ma che onora con l’impagino massimo. Presenza inquietante per le difese avversarie, ‘Haunting’ direbbero gli appassionati di Netflix. "Sei tu, sono io, siamo noi” esprime a pieno l’altruismo di questo bomber atipico. Non per questo meno determinante. 

Dieci al disastroso Insigne, ll Lorenzo ‘sbagliato’ come un Negroni. Che segna un gol da spellarsi le mani col piede che non è suo, roba da matti. È il capitano ‘The Greatest Showman’ al Vigorito, uno spettacolo allestito con rabbia agonistica che diventa ammaliante in avvio di ripresa. Insigne non cambia la partita, Insigne è la partita. Ne scandisce i ritmi come padrone della giostra, ne sceglie la colonna sonora per evidenziarne i momenti più intensi. ‘Never Enough’ è una frase con cui si è dovuto confrontare spesso: mai abbastanza. Quante volte quello che ha fatto per questa squadra è stato bollato come ‘Mai abbastanza’. Ora il senso di quel ‘Never Enogh’ assume un significato differente, di impossibilità a rendere pieno omaggio ad una prestazione straripante. Tutti i riflettori su Lorenzo: è Insigne il leader di questa squadra, per chi ancora non l’avesse capito.

Dieci al disastroso #Insigne, il Lorenzo ‘sbagliato’ come un Negroni. Che segna un gol da spellarsi le mani col piede che non è suo, roba da matti. È il capitano ‘The Greatest Showman’ al Vigorito, uno spettacolo allestito con rabbia agonistica che diventa ammaliante in avvio di ripresa. Insigne non cambia la partita, Insigne è la partita. Ne scandisce i ritmi come padrone della giostra, ne sceglie la colonna sonora per evidenziarne i momenti più intensi. ‘Never Enough’ è una frase con cui si è dovuto confrontare spesso: mai abbastanza. Quante volte quello che ha fatto per questa squadra è stato bollato come ‘Mai abbastanza’. Ora il senso di quel ‘Never Enogh’ assume un significato differente, di impossibilità a rendere pieno omaggio ad una prestazione straripante. Tutti i riflettori su Lorenzo: è Insigne il leader di questa squadra, per chi ancora non l’avesse capito.

Un post condiviso da Arturo Minervini (@arturo_minervini) in data: 26 Ott 2020 alle ore 2:34 PDT