Allegri, si ignora un grave problema e l'aziendalismo diventa un alibi
Cinque sconfitte nelle prime nove partite: un dato che non si registrava dalla stagione 2001/02, tristemente eguagliato dal Napoli di Massimiliano Allegri. Eppure, il dibattito continua a girare intorno alla squadra senza entrarci. Dopo il ko contro il Venezia - ultima in classifica e ferma a zero punti - si parla di motivazione, cattiveria, episodi. Come se bastassero più voglia e meno sfortuna a spiegare tutto. Del campo, quasi niente.
Il campo racconta un Napoli confuso
Allegri si presenta in laguna con una formazione che prevede tre difensori centrali puri, due playmaker, due terzini. Il dato restituito dal campo è coerente: prima del rigore il Napoli registra solo due tiri in porta e 0.86 xG; in novanta minuti contro la peggior difesa del campionato produce appena 1.05 xG su azione. In generale, in nove partite il Napoli ha segnato sei gol su azione manovrata. In Serie A soltanto quattro squadre concedono più tiri agli avversari (16,7 a partita) e nessuna recupera così pochi palloni in pressing alto (4,5 a partita). Gli azzurri difendono spesso in un blocco basso che finisce per accogliere il nemico dentro la propria area (18° per tocchi in area concessi), allo stesso tempo faticano a organizzarsi nelle transizioni positive (17° per contropiedi riusciti). In costruzione, quando l'azione parte dal basso latitano gli automatismi per un'uscita pulita; si ripiega allora su un gioco diretto che non innesca a dovere Hojlund, privo di supporti. In fase di sviluppo si contano poche soluzioni per scardinare le difese schierate, finendo quasi sempre per crossare a testa bassa, con scarse percentuali di riuscita. Si salvano le palle inattive, ben preparate.
La colpa è dei calciatori?
Di tutto questo si parla sorprendentemente poco. In Italia, una parte di pubblico, stampa e persino addetti ai lavori considera analisi dei dati, piani gara, organizzazione tattica, princìpi di gioco, nient'altro che complicazioni inutili. Concetti astrusi e lontani dal "calcio di una volta", quello ritenuto "più vero" perché "semplice". Per chi continua a rigettare l'evoluzione di questo sport, le cause si trovano quasi sempre altrove: prima il calendario, poi i calciatori diventati all’improvviso scarsi o senza voglia. Guai a chiedersi quanto sia singolare una underperformance collettiva così estesa e simultanea.
Il mercato come alibi? Allegri aveva promosso la rosa
Ma anche assumendo per buona la tesi secondo cui il gruppo squadra non sarebbe all’altezza, il non-calciomercato diventerebbe un alibi che, paradossalmente, aggraverebbe la posizione di Allegri. Un manager ha anche la responsabilità di dare all’azienda una valutazione lucida delle risorse a disposizione, e quella di Allegri era stata nettamente positiva, avallando l’ipotesi di pochi innesti. “La rosa è già altamente competitiva”, “Mettere giocatori che non aumentano il livello tecnico della squadra, che è già alto, non ha senso”, affermava Max in estate. Quand'anche la rosa fosse davvero insufficiente, averne certificato l’adeguatezza e avallato l’immobilismo della società sarebbe stato a sua volta un errore. Deve esserci un confine tra essere aziendalista e yes man. Altrimenti il meccanismo è troppo comodo: se si vince, è un miracolo dell'allenatore; se si perde, con quei giocatori non si poteva fare di più.
Il problema più grave del Napoli
Perché una squadra che ai nastri di partenza veniva considerata competitiva e pronta a stare in alto è diventata in poche settimane fragile e inefficace? Gli infortuni, le lacune della rosa e i mancati rinforzi dal mercato possono spiegare alcune difficoltà, ma non bastano da soli a giustificare uno dei periodi peggiori della storia recente del club. Si cercano risposte ovunque tranne che nel posto forse più ovvio: il campo. Attenzione a ignorare quello che, fin qui, appare il problema più grave del Napoli: quello tecnico-tattico
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