Garics: "Ho lavorato con Conte all'Atalanta, con lui non c'è grigio perché è leale!"
Gyorgy Garics, ex esterno del Napoli e dell'Atalanta ai tempi di Antonio Conte allenatore, è intervenuto nel corso di "Pausa Caffè" sulla nostra Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, in onda tutto il giorno, che puoi ascoltare/vedere qui sul sito o sulle app (qui per Iphone/Ipad o qui per Android): “Il primo ricordo che ho di Antonio Conte è la sua schiettezza come uomo. È una caratteristica che può fare bene o male, può piacere o non piacere, ma lui è così e agisce sempre d’istinto. Forse anche per questo, all’inizio, ci siamo scontrati: il primo giorno ci siamo detti le cose molto chiaramente in faccia. Poi però c’è un dato che per me è fondamentale: sotto la sua guida io ho giocato tutte le partite. Questo significa che Conte non butta via un calciatore solo perché ha un’idea diversa o perché ci sono vedute che non coincidono. Se hai qualità e in campo fai quello che lui chiede, lui ti mette dentro. Ha una lucidità che gli permette di guardare oltre le opinioni personali: se tu, da calciatore, anche vedendo alcune cose in modo diverso, fai il tuo dovere e soddisfi le richieste dell’allenatore, allora giochi. E non esiste allenatore che voglia il male della propria squadra”.
Quindi non è vero che Conte “scarica” i giocatori appena nasce un contrasto?
“No, assolutamente. Non è uno che, perché ci sono alcuni punti che non si incrociano, butta via la qualità. Anzi. Nel bene o nel male, lui non le manda a dire, ma questo non significa che non sappia riconoscere il valore di un calciatore. È importante capire una cosa: quando senti la stima dell’allenatore, anche attraverso la critica, tutto diventa più facile. Non c’è niente di peggio di un allenatore che ti dice sempre ‘tutto a posto’ e poi non ti fa giocare mai.
Con Conte, invece, sai sempre dove sei. Quando c’è da ‘mangiare merda’, scusate il termine, ci va l’uomo, non solo il calciatore. E se l’uomo sente fiducia, rispetto e stima, e vede che l’allenatore lo mette in campo non perché non ci sono alternative, ma perché se lo merita, allora cresce. E alla lunga questo ti fa vincere, magari non la singola partita, ma il campionato”.
Questo spiega anche alcune scelte attuali, come i casi di Lang o Lucca?
“Certo. Quando un calciatore non gioca, spesso ci si chiede ‘com’è possibile?’. Ma l’allenatore li vede tutti i giorni in allenamento, tira le somme e prende decisioni per il bene della squadra. Alla fine, se non c’è un ambiente sano, con rapporti lucidi e sinceri, non si va da nessuna parte. Se l’allenatore non ha stima di te, non ti mette in campo. Se invece ce l’ha e tu non lo segui, o non fai quello che chiede, il risultato non arriva comunque. Serve equilibrio e rispetto reciproco”.
Dal punto di vista tattico, tu che ruolo avevi con Conte?
“Giocavo prevalentemente a destra. A sinistra qualche volta, ma non con lui. Va detto però che il Conte che ho avuto io non è quello di oggi: io l’ho incontrato prima dei grandi successi, prima che accumulasse tutta l’esperienza che ha ora. Questo non vuol dire che fosse scarso, assolutamente, ma era un allenatore in crescita. All’epoca eravamo molto bloccati a quattro dietro, lui voleva questo. Io ero spesso più prudente, ma ricordo una cosa che non dimenticherò mai: dopo una partita col Chievo, pareggiata 1-1 con un mio assist per il gol di Doni, sotto la doccia mi disse: ‘Tanta roba come riesci a dare spinta, anche se non sono d’accordo’. Quella frase dice tutto dell’uomo e dell’allenatore: capisce, osserva, e se vede valore lo riconosce. Poi guardate cosa ha fatto negli anni con gli esterni, sia a tre che a cinque, o come impostava da dietro con Bonucci. Alla fine conta poco il ruolo sulla carta: se fai bene il tuo lavoro e aggiungi valore a quello che lui vuole fare, giochi”.
Molti definiscono Conte come un uomo “bianco o nero”. Ti ritrovi in questa definizione?
“Sì, totalmente. Con lui non c’è grigio. Puoi essere d’accordo o no, ma è così. Ed è anche una forma di lealtà: sai sempre cosa pensa di te”.
Chiudiamo con il Napoli di oggi: che prospettive vedi e cosa rappresenta Napoli per te?
“Di Napoli parlo solo in termini altissimi. È stata la mia prima esperienza in Italia, mi ha fatto conoscere la Serie A, mi ha dato le basi per tutta la mia carriera. Mi ha dato anche mia moglie, ho investito sul territorio, ho un centro sportivo, vivo tra Bologna e la Costiera Amalfitana e sto portando avanti nuovi progetti che partono proprio da Napoli. Per me è una seconda casa. Il Napoli lo seguo quando posso, la classifica la guardo sempre. È vero, oggi è un po’ più complicato rispetto agli ultimi anni straordinari, ma il giudizio va dato alla fine. Manca spesso la pazienza, soprattutto nel calcio italiano.
La verità è il campo, quello che vede l’allenatore ogni giorno e quello che vedremo tutti a fine stagione. Non bisogna mai dimenticare da dove viene il Napoli e quello che ha costruito negli ultimi anni. Il percorso resta importante, anche quando attraversa momenti più difficili”.
Un messaggio finale?
“Serve pazienza, fiducia e memoria di quello che è stato fatto. I risultati veri si giudicano alla fine, non settimana per settimana”.
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