Da 0 a 10: ADL e il mercato da 100 mln, la frase choc di Sarri, quel mediocre di Gattuso e la stupefacente 'normalità' di Demme

Gattuso batte Sarri, Insigne segna e trascina il Napoli contro la Juventus. La società non si ferma: assalto a Petagna, offerta da 21 milioni
27.01.2020 13:23 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Da 0 a 10: ADL e il mercato da 100 mln, la frase choc di Sarri, quel mediocre di Gattuso e la stupefacente 'normalità' di Demme

(di Arturo Minervini) - Zero alla mutazione genetica: Sarri sembra Ivan Drago nella conferenza stampa di presentazione del match contro Rocky. A tratti agghiacciante, come il suo distacco quando gli hanno chiesto dei fischi. Rosicone quando non riconosce i meriti del Napoli: “Ha fatto poco per vincere la gara, li abbiamo aiutati noi”. Sul piano umano, la delusione continua. Ed il processo appare irreversibile. Eri come l’oro. Ora sei proprio come loro.

Uno il tocco di mano di Mila Cuadrado, che può palleggiare tranquillamente nella sua area di rigore restando impunito. Mariani vara la nuova commistione tra vari sport, dove vale tutto (ma solo se hai la maglia di un certo ‘non colore’). Episodio che passa in secondo piano per il risultato, ma che serve ancora una volta ad evidenziare una discrezionalità che è potere troppo forte nelle mani di arbitri con personalità meno carismatica di Don Abbondio. Come può il Var non intervenire? La domanda, e la risposta già la conosciamo, resta sempre ella stessa: se a toccare in area del Napoli quel pallone fosse stato Hysaj, la decisione sarebbe stata la stessa?

Due gol di una squadra finalmente cinica come una vecchia bibliotecaria che non vede la luce del sole da 12 anni. È un Napoli incattivito, dal male che si auto-inflitto, dal male che gli hanno inflitto alcuni arbitri, alcune dichiarazioni, alcune gare con la sorte totalmente concentrata su altri destini. È, soprattutto, un Napoli che vuole rimediare ai propri disastri, seppur con l’amara consapevolezza che forse sia troppo tardi per certi traguardi. Ma poco importa. Non è mai troppo tardi per tornare a capire. A sperare. Ad amare quello che si fa. Eccolo il segreto: il rinnovato rispetto verso la passione eterna di un bambino che insegue un pallone.

Tre come il tridente scelto in attacco, che per 90’ fa il solletico al Napoli, punito solo dopo aver abbassato la soglia dell’attenzione. Atto di grande superbia di Sarri, che sottovaluta il Napoli e finisce di scottarsi come Homer Simpson che assaggia il peperoncino del ‘Quetzaltenango’ al Festival del Chili. Nei suoi appunti Maurizio ha valutato tutte le possibilità, senza considerare quella poi risultata decisiva: la capacità di Gattuso di anticipare tutte le sue mosse. Scacco Matto per Maurizio. E ‘coglioni girati’. Parole sue. Goduria nostra.

Quattro sconfitte consecutive in casa, poi arriva la Juve e scatta la magia. Non è provincialismo, è ricerca di una nuova opportunità. È fame di masticare il sacrificio. Quello abbandonato da tempo da chi crede che nelle scorciatoie ci sia la felicità, inconsapevole che sono solo un modo per condannare l'animo all’ozio. “Chi riceve qualcosa senza soffrire la conserva senza amore”. Nella notte del Napoli c’è sofferenza ed amore in quantità biblica. 

Cinque e mezzo a Fabiàn, ancora in cerca di stesso come Adriano Meis che rifiuta la vecchia identità di Mattia Pascal. In questo vortice pirandelliano, lo spagnolo è sulle tracce del calciatore ammaliante che era fino a poco tempo fa e che, siamo sicuri, tornerà ad esso. Come un Carillon, gira su se stesso, la musica è sonnolenta ed i movimenti rallentati. La prossima missione di Ringhio è restituire al Napoli l’immenso talento di Ruiz.

Sei volte titolare in campionato prima della Juve, avversario che sceglie per estrarre dal cilindro la gara da sogno. Lì, dove la Juve credeva di trovare terreno fertile, lì dove Sarri era sicuro di fare breccia con le incursioni dei sui corazzieri, viene eretto un muro di gomma, magari anche abusivo, ma in Italia c’è sempre tempo per un condono. Hysaj è omaggio alle credenze sulla reincarnazione, a chi crede che non viviamo mai una vita soltanto. Maciullato dalle critiche, massacrato per qualche dichiarazioni fuori luogo, con la perenne sensazione del pendolare pronto ad indossare nuovi colori, si è riscoperto più azzurro che mai. È il contesto a fare i calciatori. Quasi mai il contrario. A meno che non ti chiami Diego Armando, ma chiaramente non è questo il caso. 

Sette alla stupefacente normalità di Demme. L’uomo comune che finisce in Paradiso, la narrazione in movimento  che l’essere conta più dell’apparire. Diego non lo vedi molto, anzi si nasconde, cane da tartufi sempre pronto ad annusare nuove linee di passaggio degli avversari. Diego non fa rumore, si staglia come colonna sonora rilassante all’ascolto dei compagni, che trovano in lui conforto e riparo, via di fuga e sostegno. Demme è la risposta, anche a domande mai poste. A quella assurde, di qualche psicopatico su “Yahoo! Answers”. Diego sa come si fa e non ha bisogno di raccontarlo in giro. Forza impenetrabile di chi pensa più a lavorare che a spiegare agli altri quanto lavori.

Otto, il primo numero in Nba di Kobe Bryant. La dedica va a lui, al destino che si attorciglia come le pale di un elicottero impazzite. A delle vite rapite troppo in fretta. Che la terra vi sia lieve.

Otto a Piotr che nel 4-3-3 ha riacceso le ruote motrici del suo 4x4. Il cambio di passo è notevole, al punto da sembrare pedalare in pianura quando per gli altri inizia la salita. Il calcio fatto di strappi continui made in Polonia è tornato ad incidere anche in zona gol. Frena e poi riparte, sembra automobilista alle prime arme che litiga costantemente con la frizione, ma è la sua forza più grande. Senza perdere il controllo, sembra andare fuori giri ma sono gli altri a perderne le tracce per questo andamento instabile, frenetico, con picchi e crolli ritmici da fare impazzire anche Riccardo Muti. Il pazzo Piotr è tornato a suonare la sua musica. Fiato alle trombe. Silenzio ai tromboni. 

Nove alla redenzione di Insigne. Una catarsi che ha bagnato di lacrime calde un terreno ora nuovamente fertile. Dalla Lazio alla Juve, gol decisivi che sono solo una visione parziale del nuovo affresco del Magnifico. In copertina ci finisce la faccia cattiva dopo il gol di Zielinski. Quella mano che scuote forte quella maglia, ribalta l’animo, spazza via un peso sul cuore portato per troppo tempo. La notizia migliore è la voglia di Lorenzo di trascinare un gruppo che aveva perso la fiamma. Ora brucia qualcosa nel petto di questo Napoli. Quella mano di Insigne che scuote l’azzurro ne è la conferma più attesa. Si può scrivere una storia diversa. C'è la volonta anche da parte della società, che con l'assalto a Petagna potrebbe sfondare il muro dei 100 milioni spesi a gennaio. La possiamo scrivere insieme. Tornando uniti sotto il vessillo di un capitano ritrovato. 

Dieci a quel mediocre di Gattuso. Quello che secondo alcuni era solo frasi ad effetto, voce alta dalla panchina e spettacolo folcloristico da regalare ai cronisti. C’è molto di più in Ringhio, una conoscenza del gioco viscerale, una comprensione delle dinamiche da scienziato del pallone. Uno che ha operato a livelli superiori, ha esplorato ogni possibilità calcistica, rubando idee da sommi interpreti per costruire il proprio pensiero. Mettere le mani su un paziente psicolabile come il Napoli di questa stagione imponeva un coraggio ben oltre la razionalità. Dopo qualche tentennamento iniziale, Gattuso ha preso la giusta via. Ha impresso una nuova direzione. Soprattutto ha riportato entusiasmo ad una tifoseria che non aspettava altro. C’è aria nuova nell’aria. C’è voglia insaziabile di Napoli. Direbbe Pessoa: “Amo come l’amore ama. Non conosco altra ragione di amarti che amarti. Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo, se ciò che ti voglio dire è che ti amo?”

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