Da 0 a 10: Insigne lancia la bomba, le colpe dell'osceno Gattuso, le allucinazioni di Bakayoko e l'errore di quelli che se ne fregano

Il Napoli butta via la vittoria con un errore fantozziano nel finale, Gattuso sbaglia i campo e Insigne si sfoga contro la squadra
04.03.2021 15:43 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
Da 0 a 10: Insigne lancia la bomba, le colpe dell'osceno Gattuso, le allucinazioni di Bakayoko e l'errore di quelli che se ne fregano
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

(di Arturo Minervini) - Zero secondi. Anche all’oratorio Don Milani, la squadra che al 93’ è in vantaggio ed ha una rimessa laterale a favore, avrebbe fatto passare quella manciata di secondi che mancavano senza nemmeno rimettere la palla in gioco o facendola detonare come fosse ordigno bellico. Ma c’è una differenza: all’oratorio Don Milani sono stati formati su due parole che ribaltano il mondo ‘I Care’: ovvero ho a cuore le sorti delle cose in cui sono coinvolto. Qualcuno se ne frega di questo Napoli, ignavi in attesa della prossima destinazione. 

Uno  il gol divorato da Fabiàn che grida vendetta. Il futuro si costruisce con le scelte giuste, le giocate logiche perché è la somma degli eventi a scrivere il destino di una squadra. Lo spagnolo da troppo tempo in questo calcolo è costantemente un minus, un fattore negativo. Uno con la sua qualità, con tutto il tempo del mondo, lì non ha via di scampo. Deve segnare. Se ciò non accade, contribuisce a tutto il macello che accadrà dopo. È pioniere di un gruppo che costruisce sventura commettendo errori di imbarazzante superficialità.

Due alle allucinazioni di Bakayoko, che vive esperienza extracorporee che nemmeno Di Caprio in The Wolf of Wall Strett dopo aver ingerito diverse pasticche di Lemmon 714. Che fosse fuori dal mondo lo si era capito quando ha tentato un dribbling in velocità (!!!) In area del Sassuolo, arrivando dodici minuti dopo il pallone. Sulla gestione dell’ultima rimessa, ogni parola sarebbe perseguibile attraverso l’Articolo 595 del codice penale. Meglio tacere.

Tre reti subite, che potevano essere anche cinque, sei, sette. È una casa senza mura, una coscienza senza freno, un discorso senza struttura questa squadra affidata alle scelte scellerate di un tecnico che da tre mesi non sta capendo nulla di quello che accade intorno a sè, dentro di sè. La vittoria sarebbe stata figlia del Caos, ma il Caos genera prole destinata a devastare un mondo già privo di ogni organizzazione. La rabbia è per il risultato, ma anche per la constatazione che in giro ci sono troppi amici di Gattuso che vogliono più bene a Gattuso che al Napoli. I fatti non possono essere ignorati.

Quattro a Nikola, il povero Nikola, l’irreprensibile Nikola che una volta giocava a calcio. Poi ci si è messo di mezzo il rinnovo, il futuro, i contratti, i divorzi. I cuori non sereni generano ambiguità, esitazioni che andavano affrontate di petto. Dalla società, dal tecnico, che apertamente aveva annunciato che c’erano giocatori in difficoltà per i contratti in scadenza. E giustamente, che fa? Ne schiera due dall’inizio con Hysaj che doveva contenere Berardi e che è stato spazzato via come fosse un apostrofo nero tra le parole ‘l’hai voluto tu’.

Cinque da giocare e Gattuso sai che fa? Col Napoli più fragile di un cristallo sul dorso di un capodoglio, mette Manolas. Che non è in condizione, che non gioca da Genova, che manco pensava di entrare. Ancora una mossa da scienziato pazzo, che contrasta le più banali certezze consolidate del pallone. E il pallone è sacro, va rispettato nelle sue leggi immutabili, perché poi te le fa pagare tutte queste aberrazioni, viene ad annusare la tua paura, altro che pericolo. Il coraggio Rino lo ha messo da parte da tempo. Non ringhia, alita confusione ed incertezza ogni volta apre bocca

Sei gol in campionato, otto stagioni. Tutto l’incontenibile talento di Pietro in quel mancino che rimette in carreggiata il Napoli dopo i primi segnali di sbandamento. Sta trovando continuità in zona gol Zielinski, prestigiatore sempre pronto a tirar fuori dal mazzo la carta che ti lascia senza fiato. Quei uno spreco vederlo incastonato in una squadra che ha smesso di evidenziare i punti di forza, sfinita nella ricerca ossessiva di una strada mai costruita. Comunque vada, si dovrà ripartire da Pietro. Affidargli le chiavi del domani, già oggi.

Sette minuti in campo per combinare un disastro. L’errore nel principio non cancella l’orrore di Manolas che entra in campo con le ciabatte e con gli occhi di chi voleva essere altrove. Approccio imbarazzante sul piano mentale, del linguaggio del corpo, dell’attaccamento alla squadra. Invitato per sbaglio ad un grosso grasso matrimonio greco, si perde in un’indolenza imperdonabile. Quel che resta, è ‘un contorno fumante di sensi di colpa’.

Otto-quattro come i minuti giocati da Mertens col Benevento, con gara in congelatore da tempo. È il racconto di un Gattuso che ha la testa bassa, che non guarda oltre i suoi piedi. Che spera solo di fare un passettino in avanti, che non ha la visione di quello che potrà essere. Che ha perso l’ambizione di pensarsi ancora azzurro. Un orizzonte mozzato, uno spettacolo senza sceneggiatura solida. Improvvisazione che diventa forzatura, istinto che si trasforma in isteria, isteria che va a masticare insicurezza in mezzo ai denti. Con la testa bassa non vedi il sole, l’attenzione è il segreto per una squadra di successo nel lungo periodo. Vivere alla giornata è come non vivere per una squadra di calcio.

Nove a Di Lorenzo. Che gioca sempre. Che sbaglia a volte, ma chi se ne importa. Giovanni è lì a battagliare, spremuto fino alla fine, provando a fare le due fasi. A mettere pezze, a trovare addirittura il tempo di segnare e procurarsi un rigore. Trova una lucidità che non dovrebbe avere se gli guardi il contachilometri, ma il motore è sorretto da un cuore che ha sposato una causa. Dovrebbe tenere lezioni private ad alcuni compagni, essere uno da prendere come riferimento. Umano, prima di tutto umano. A vincere sono sempre gli uomini che decidono insieme di fare grandi cose.

Dieci alla rabbia di Insigne. Servono scariche emotive in questa piattezza, cazzotti dialettici per smuovere dal torpore una squadra brutta ed addormentata. Ci ha provato Lorenzo, l’aveva ribaltata quasi da solo, segnato un gol da urlo vanificato da qualche millimetro di illegalità. La sua delusione è umana, empatica, comprensibile. Ci vuole qualcuno che ci metta la faccia, che scuota certi umori sprofondati nell’apatia. Almeno il sangue di Lorenzo resta caldo, non è mica un segnale di debolezza esporre una passione tradita dall’indifferenza di altri.