Da 0 a 10: la chiamata a Sarri di ADL, l'acquisto annunciato da Gattuso, Mario Draghi in panchina e la nuova terapia di Osimhen

Il Napoli fa 0-0 con l'Atalanta, Gattuso sceglie una strategia difensiva per contenere la squadra di Gasperini. Spezzone di gara per Osimhen, Insigne si ferma.
04.02.2021 14:45 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da 0 a 10: la chiamata a Sarri di ADL, l'acquisto annunciato da Gattuso, Mario Draghi in panchina e la nuova terapia di Osimhen

(di Arturo Minervini) - Zero respiri: in apnea. Specchiandosi nelle difficoltà del momento, facendo i conti con la paura che frena le gambe. Ci mette tanto cuore il Napoli, riuscendo solo a metà nel piano elaborato da Gattuso. Concedere poco all'Atalanta è roba per pochi, manca la seconda parte: la capacità di graffiare con convinzione. Resta tutto in sospeso: il progetto iniziale e la qualificazione. Considerando le difficoltà del momento, potrebbe non essere il peggiore degli affari. ‘Per sognare poi qualcosa arriverà’. Forse.

Uno, neanche, il minuto trascorso in campo di Osimhen prima di accasciarsi al suolo per una botta alla testa. Immediata l’attivazione del protocollo di base per queste situazioni: modalità pellegrinaggio al Santuario di Montevergine. Poi Victor, per fortuna, si rialza, abbozza qualche scatto, rimugina su una condizione che è ancora lontana. Un fiore che attende la sua primavera, speriamo non servano ancora due mesi per rifiorire. Gattuso ha un bisogno disperato dell’effetto elastico generato dagli scatti incessanti di Victor.

Due risultati sue tre, con lo 0 a 0 che ti porterebbe ai supplementari. Se avessimo tenuto gli occhi chiusi, potremmo essere quasi soddisfatti. Perchè non prendere gol in casa, nel doppio confronto, è una delle chiavi per costruire una qualificazione. È come la prova d’amore richiesta a Christian De Sica in Gran Casino: al buio, è meno dolorosa. Occhi chiusi-aperti in stile Kubrick.

Tre centrali ed è subito un salto nel tempo, per fortuna non nel vuoto. C’è un tizio che si aggira con un impermeabile giallo sullo sfondo, è Jonas Kahnwald della serie ‘Dark’. Un mondo che sta dentro ad un altro mondo, echi mazzarriani che bussano alle nostre porte. La sofferenza appollaiata sulla spalliera sul divano, giacche che diventano camicie, polsi che sventolano orologi, occhiali che si inumidiscono sotto la pioggia. Quando c’era Walter, c’era sempre speranza. E noi eravamo meno snob. 

Quattro reti dopo 43’ ed Atalanta spazzata via. Era il 17 ottobre, sembra passato così tanto calcio. Il Napoli più luccicante della gestione Gattuso, aspettative con cui il tecnico dovrebbe confrontarsi, confronto oggi impietoso. Sembrava l’inizio di una navigazione a vele spiegate, poi lo strappo del gennaker ha frenato le ambizioni di esplorazione e conquista. Tanti passi indietro da quel giorno, troppi passi indietro.

Cinque falcate e te lo ritrovi lì, dove non pensavi potesse esserci. È una delle serate in cui Kalidou ridefinisce i concetti di spazio e di tempo, occupando sia il primo che il secondo sfidandone le conoscenze ad oggi acquisite dalla scienza. Rattoppa, attacca a testa bassa, si infuria: sangue bollente che lancia segnali vitali nel corpo di una squadra che non accetta il compromesso del rischio, che nasconde premi e insidie. Koulibaly mette invece tutto quello che ha sul tavolo da gioco e ne esce da vincitore. Quando è in serata, può reggere un reparto da solo.

Sei più ad Insigne, che insidia quando può Gollini e si mette in proprio con qualche slalom che manca del guizzo finale. Legge il copione imposto dall’assetto tattico, si arrende per una botta al polpaccio che lo costringe al cambio. Per chi commenta la gara, una volta genitrice di tutti gli italiani,  è ‘Una bocciatura’. Avranno forse assaggiato un goccio di Vat 69, in quel caso è facile “prendere fischi per fiaschi, solo questo è un fischio maschio senza raschio”. 

Sette elementi con spiccate attitudini difensive. C’è una crisi nel cervello, c’è una crisi di Governo nel campo, che accompagna parallelamente quella dello Stato. E Gattuso segue pedissequamente l’esempio della politica, si traveste da Mario Draghi, installa il Governo tecnico e si affida alla più celebre frase del prossimo Presidente del Consiglio. “Whatever it takes”: tutto ciò che è necessario, per salvare il Napoli. 

Otto al coraggio di Ospina, che si lancia nelle fiamme senza avere certezza di quel che sarà. Concreto come pochi, annusa il pericolo come piace a Ringhio e quando gli arriva al cervello parte. Corre. In picchiata a placare il possibile incendio, in versione Canadair. Soffoca le fiamme prima che divampino in tre occasioni, arrivando faccia a faccia col pericolo senza mai avere ripensamenti nelle uscite successive. Più coraggioso di un ‘non sono d’accordo’ pronunciato in una discussione che coinvolga elementi con due cromosomi X. 

Nove come la grande emergenza in attacco. “Se si fa male Petagna metto Bruno Giordano?” Scherza Gattuso ai microfoni della Rai (mica sarebbe male l’idea), esponendo una questione da troppi sottovalutata. Forse anche dal club: se non c’erano garanzie su Mertens, se Osimhen era nelle condizioni precarie narrate dallo stesso Rino, era necessario cedere Llorente? Questione affrontata con troppa leggerezza. 

Dieci preghiere e la messa è finita. Bravo Rino a voltare pagina, a non cadere nei tranelli televisivi. C’è da tutelare il Napoli, non le poltrone. Il telefono di De Laurentiis sarà stato pure rovente in queste settimane, avrà pigiato col pollice intriso di nostalgia sul tasto ‘chiama’ alla voce Maurizio Sarri in rubrica. Tentazioni che appartengono ai momenti di riflessione, alle pause che ogni rapporto può attraversare. Di quello che sarà, poco ci interessa. Il futuro è oggi, adesso, subito. Ora il tecnico dimostri di non poter lavorare al meglio convivendo con la sindrome di Harry d’Inghilterra: convincere con l’idea che il trono non sarà suo a fine anno.