Da 0 a 10: Mazzoleni devasta il Napoli, ADL non si incazza (follia), Osimhen massacra i critici e quel brutto vizio di Gattuso

Imbarazzante l'errore che penalizza gli azzurri: De Laurentiis sceglie la via del silenzio quando serviva invece alzare la voce.
03.05.2021 08:32 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
Da 0 a 10: Mazzoleni devasta il Napoli, ADL non si incazza (follia), Osimhen massacra i critici e quel brutto vizio di Gattuso

Zero al mutismo della società. Non era il tempo di tacere, ma di far tremare le telecamere. Doveva metterci la faccia Aurelio De Laurentiis, scendere in campo in prima persona. Zero filtri, zero tweet, solo voce e rabbia. Al netto delle mancanze del Napoli, che analizzeremo, al Maradona è andato in scena un obbrobrio che è difficile da mandare giù: col 2-0 di Osimhen, oggi il Napoli avrebbe un piede e mezzo in Champions. Serviva un atto pubblico. Feroce e deciso. Ti dovevi incazzare Aurelio. Ti dovevi incazzare tantissimo.

Uno il gol preso dopo aver smesso di giocare negli ultimi 20 minuti. Un’inspiegabile remissività, con diversi leader che nel momento del bisogno si sono rintanati nella propria zona di confort. La gara è scivolata via, come una vocina timida, senza nessuno che alzasse il tono e imponesse in maniera definitiva la propria volontà. “Leadership: l'arte di riuscire a far fare a qualcuno quello che tu vuoi perché lui lo desidera”.

Due come la a coppia peggiore del mondo. Fabbri e Mazzoleni ribaltano la realtà, si fanno romanzieri quando dovrebbero attenersi solo a quel che vedono. Fantasticano su un fallo che non esiste, cassano un gol che era regolare. Fabbri si lascia fregare dall’istinto, Mazzoleni ha tutto il tempo di dire semplicemente tre parole: “Vieni a rivederlo”. E nessuno tiri in mezzo il protocollo, che non è un grave errore. Quello è un errore grave, gravissimo, che toglie un gol al Napoli per qualcosa che non esiste. E invece Mazzoleni tace. Perde lo zelo. Bisogna firmare una petizione: Mazzoleni mai più. E invece il Napoli subisce, ormai da dieci anni…

Tre punti pesantissimi. A Udine la Juve strappa un pari segnando su un rigore che viene assegnato dopo una punizione inesistente, quando a commettere fallo è Cuadrado che tocca il pallone con la mano. Oltre al danno, la beffa: una giornata che rende molto chiaro che la corsa Champions sarà piena di ostacoli. Di ogni tipo. 

Quattro cambi che sembrano far parte di un copione prestampato e non di una reale lettura delle necessità. Una routine in cui Gattuso si perde, forse si confonde, che gli impedisce di rispondere alle esigenze concrete del momento. Gestire il momento, valutare gli imprevisti, anticipare le evoluzioni del match sono passaggi fondamentali nella crescita di un tecnico. La fame non si soddisfa dicendo solo 'mangia'. 

Cinque a Mertens, che bissa il nulla di Torino. Entra ma non entra, resta confinato ai bordi di una distinta di gioco che lo relega in panchina e forse la cosa non gli va tanto giù. Non un bel segnale da uno come Ciro, che dovrebbe trasmettere energia ed armonia e invece accascia sul terreno un’impalpabile svogliatezza dell’essere. 

Sei occasioni nitide, ancora una volta. Sul groppone resta questo macigno che sa di supplizio ritrovato, Sisifo che spinge la sua pietra ma trova sempre nuove pendenze a vanificare lo sforzo. Il pressappochismo è una discriminante troppo sottovalutata nello sport, dove a vincere sono in pochi e dove quelli che vincono curano maniacalmente i dettagli. Il Napoli spreca, sperpera, si pavoneggia come Enzo Cannavale in 32 dicembre. Poi si pente, quand’è già tardi.

Sette a Demme, perché quella traversa ancora trema. Il gol sarebbe stato premio meritato, perché Diego infonde cura e attenzione in ogni sua giocata. Risolve questioni aperte, intercetta trame di gioco manco fosse un centralinista dell’FBI e sfodera pure la bomba che fa tremare i legni di Cragno. Non c’è giustizia in questo mondo, che premia spesso quelli sbagliati e dimentica i meritevoli. Che cuore che hai ragazzo.

Otto a Meret, che ci ha provato, eccome se l’ha fatto. Stoico nel finale di primo tempo, felino nel finale della ripresa sulla girata di Pavoletti a difendere con i denti il vantaggio. Il Cagliari è insidioso, sfonda a sinistra e con le torri dell’ex Pavoloso ma Alex resta con la testa nel match, anche a costo di immolarsi. Come Demme, meritava una giornata in copertina e invece la dormita collettiva su Nandez ha fatto a brandelli il settimanale che l’avrebbe visto in primissimo piano. 

Nove a Osimhen, quello che per qualcuno nemmeno sapeva stoppare un pallone. Delizioso il controllo orientato che fa sbandare Godin e diviene premessa fondamentale per un gol da bomber vero. Attacca affamato ogni spazio, si infila in mezzo ai difensori con quella foga che ricorda Taz il diavolo della Tasmania. Esce lui ed il Napoli si affloscia, perde l’impulso vitale di questo ragazzo che porta a spasso un’arroganza fisica che ne fa meraviglioso proposito del ‘9’ del futuro. Senza Victor è effetto shutdown per tutti i programmi azzurri.

Dieci al potere di orientare il destino: se il Napoli vince le ultime quattro è in Champions. Stanchezza, tensione, futuro sono questioni da legare con un sasso in fondo al mare. Se ne parlerà, solo più avanti. Non c’è spazio per individualismi, paranoie, schizofreniche manifestazioni dell’ego di qualcuno che si diverte a disseminare mine sul percorso del Napoli. Spezia, Udinese, Fiorentina e Verona sono esami che il valore di questa rosa impone di superare con brillantezza. Il pericolo, però, è sempre lo stesso: smettere di giocare. Abbandonare il gioco che questa squadra è geneticamente  costretto a fare. Un calcio fatto di propositi e non di rinunce.