Da Zero a Dieci: la Juve ha cancellato il Var, il macigno di un calendario folle, l’incubo di Mario e quell’urlo straziante di speranza

Da Zero a Dieci: la Juve ha cancellato il Var, il macigno di un calendario folle, l’incubo di Mario e quell’urlo straziante di speranzaTuttoNapoli.net
© foto di www.imagephotoagency.it
domenica 4 marzo 2018, 11:07Zoom
di Arturo Minervini

(di Arturo Minervini) - Zero a chi ora indossa la maschera dell’io l’avevo detto. Zero a chi già parla di un sogno al passato, a chi non tiene la schiena dritta, oggi più che mai. Zero a chi pensava che si potesse vincerle tutte, a chi all’angolo vorrebbe già gettare la spugna per i primi pugni in faccia presi dal proprio pugile. Bisogna smaltire le tossine di un tardo pomeriggio inquietante, prologo funesto di una partita la cui trama sembra essere stata imbastita dalla penna di un crudele sceneggiatore noir. Nella notte più nera, appunto, che risplendano a fare da guida gli occhi di chi ha la forza di mantenere intatto il proprio sogno. Fino alla fine fa pensare a qualcosa a tempo determinato, legato a qualcosa di materiale. Il Napoli è PER SEMPRE. COMUNQUE VADA.

Uno come il punto di vantaggio sulla Juve, virtualmente sul +2 in caso di vittoria contro l’Atalanta. A tutti gli illustri psicologi intervenuti per insultare Sarri che aveva suscitato la questione dei calendari e di un Napoli sempre dopo la Juve. “Un mio amico matematico mi ha detto che 9-0 è una probabilità su diversi miliardi”, ha spiegato il tecnico parlando della scelta di far giocare sempre prima i bianconeri. Quei colori sfidano ogni cosa, cambiano le regole dell’universo, piegano il concetto della decenza su ogni aspetto. Sarà un discorso provinciale, ma tremendamente umano. Pensate con quale spirito il Napoli è sceso in campo dopo aver visto Lucas Leiva divelto come un palo della luce da un treno in corsa in area della Juve, senza conseguenze. Il gol di Dybala nemmeno aveva più senso, dopo quell’episodio. Giocare una gara dopo ‘aver mangiato una tonnellata di me**a’ come Oronzo Canà è un inno al ‘Dovete perdere. E perderete’. 

Due sconfitte in VENTISETTE partite. C’è il rischio di farsi condizionare restando fermi dove siamo, di affidare all’istintività ogni analisi. Serve fare un passo indietro, guardare la situazione dall’altro. Attiviamo il drone della memoria, saliamo ad almeno cento metri di altezza, poi magari apriamo la bocca per esprimere giudizi. Come il neo sul viso di Cindy Crawford, se guardi solo quello non comprendi. La bellezza devi osservarla nella sua totalità, anche quando manifesta qualche meravigliosa imperfezione. Sicuramente qualcosa non ha funzionato, ma in un bilancio complessivo e dopo dieci vittorie consecutive bisognava anche metterlo in conto.

Tre fischi di un arbitro imbarazzato ed imbarazzante come Massa. Il tabellone è impietoso, il cuore è soggetto ad una forza di gravità moltiplicata per cento. La testa degli azzurri si china, poi accade qualcosa. La delusione viene spazzata via dall’orgoglio, dallo stomaco sale un fiume di ribellione che diventa suono prima, poi emozione. Di questa serata orribile di sport, difficile pensare di conservare immagini. Solo un rumore, quel ruggito del San Paolo al fischio finale. Cadere senza imparare non serve a nulla. Il Napoli è ripartito in quello stesso istante, come un Avatar che dall’albero della vita ha ricevuto nuova linfa. Sono i tifosi la clorofilla, il sole che nutre, il sangue che torna a scorrere dopo il gelo.

Quattro paletti di frassino nel cuore, uno dopo l’altro. Che fanno male, che nascono da tante disattenzioni che meritano analisi. La più inquietante, però, è quel tacco in area di rigore di Mario Rui. Errore tecnico, errore di superficialità, errore di superbia che riassume la serata orribile del laterale, che ha evidentemente gestito male le lodi post Cagliari. È una grande lezione per la vita, che ti punisce non appena pensi di essere bravo in qualcosa. Come quando pensi che la tua donna (o il tuo uomo) ama solo te e finisci per darlo per scontato. In quel momento, la stai/lo stai già perdendo.

Cinque alla timidezza di Zielinski, alle disattenzioni di Albiol, alle imprecisioni di Allan. Non a caso, uno sfrontato, un perfettino ed una macchina che non conosce errore. La notte stralunata degli azzurri passa dalle trasformazioni di alcuni azzurri, influenzati come le maree dalla palla gigante che domina sulle teste del San Paolo, una notte da ululati in stile lupo mannaro. Una palla da bowling che prende velocità in discesa, una serie incredibile di sfortunati eventi che al confronto i protagonisti di Lemony Snicket sono dei fortunelli. Il lato positivo? Meglio tutto in una sera. Bisogna sempre vedere il lato positivo. Sempre.

Sei il numero di Lucas Leiva. Immolato in area di rigore, pugnalato come un agnello o meglio come un kebab che ruota di 180°. Benatia gli strappa la carne, lo fa ruotare su se stesso come fosse una Bambola manco fosse Patty Pravo. Poi lo butta via. Così come buttano via la decenza Banti, che mima il gesto di un contrasto. E Irrati, che al Var stava probabilmente guardando qualche tutorial su Youtube su come Montare un mobiletto Ikea, o magari il documentario della Grande Juve su Netflix. Chi lo sa. Quello che sappiamo, però, è che in pochi mesi la Juve ha letteralmente cancellato il senso del Var, svilito di ogni credibilità come un pagliaccio alla corte sabauda. Esautorato lo strumento tecnologico da una campagna mediatica mirata, centrata, una macchina del fango che ha mandato in tilt il sistema ed ha permesso, al sistema, di continuare a fare i loro porci comodi. 

Sette gol ed otto assist per Insigne in campionato. Ci ha provato in tutti i modi, anche a costo di esagerare, ma ci ha provato. È andato a difendere Mertens nel duello col gigante Fazio guardandolo come si guarda un grattacielo, ha spronato i suoi e chiesto l’aiuto del pubblico nel momento difficile. La sconfitta non alberga nel cuore di chi lotta e Lorenzo, più di tutti, non esce da perdente dalla notte del San Paolo. Uno scugnizzo diventato grande, maturo, consapevole. Non si può non pensare alla memorabile frase di “Chi non salta bianco (nero) è”: "A volte, quando vinci, in realtà perdi, e a volte quando perdi, in realtà vinci. A volte quando vinci o perdi, in realtà pareggi, e a volte quando pareggi, in realtà vinci o perdi. Vincere o perdere è un unico "globulo organico" dal quale ognuno estrae ciò che gli serve". 

Otto gli occhi lucidi degli azzurri a fine gara. È una debolezza che non può essere punita da una critica aspra, è l’ingenuità di chi è stato travolto da una giornata bestiale. La fragilità di una squadra umana, che si è messa in testa una pazza idea. Un’idea che resta ancora piantata al centro del cervello, immobile, immutata anche dopo un turno così sventurato. Le grandi imprese necessitano di una follia e di una leggerezza che è adesso più accentuata, proprio perché adesso accompagnata dalla convinzione di dovere (e potere) andare a Torino a sventolare la bandiera azzurra in territorio nemico. Una spolverata di insana insicurezza, una perdita momentanea di equilibrio che può essere la spinta per provare a volare davvero più in alto di tutti. Crederci è una necessità. 

Nove due volte sulla schiena, così come davanti il cuore ha raddoppiato il battito. Nella notte triste di Napoli, c’è un sorriso che non riesce ad emergere. Meritava una serata diversa Arek, per ogni goccia di sudore spesa in questi mesi passati a guidare nel secondo tunnel apparentemente senza uscita. Il Napoli ritrova Milik, i suoi centimetri, quella fisicità che può essere carta d’imbarco per sogni di un certo livello. Prima di tutto, però, il calcio ritrova un ragazzo di appena 24 anni, con le sue paure, la sua voglia di dimostrare di poter fare ancora la differenza. C’è un canto di un usignolo in mezzo ad una notte che ha come colonna sonora la voce di tua suocera che si autoinvita a pranzo la domenica. Bentornato ragazzo. 

Dieci vittorie consecutive ed una sconfitta. Immaginiamo che nelle undici gare che manchino il Napoli possa fare leggermente meglio, diciamo vincerle tutte. Difficile, ma se la memoria a breve termine non ci inganna, non certo impossibile. Dovesse accadere, sarebbe tricolore. In ogni caso, a prescindere da quello che combina la Juve. Con questo pensiero affrontiamo questa fase finale del campionato. Con la possibilità di poter determinare il destino di una stagione ancora tutta da vivere. Capitani del nostro destino, Invincibili nell’animo, prima che nel risultato. Invincibili come quelli che ieri hanno compreso, hanno applaudito, hanno tenuto stretto il dolore come fa un padre con un figlio che lo delude quando meno se l’aspetta. La maturità di una tifoseria che deve essere guida per la squadra. Una simbiosi tutta partenopea, un’innovazione made in Napoli. Solo uniti si può lottare contro tanti, troppi nemici.