Da 0 a 10: Gattuso sgancia la bomba, la ritorsione di Milik, i trucchi dei disonesti e il conto perso dei rigori negati

29.07.2020 15:23 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da 0 a 10: Gattuso sgancia la bomba, la ritorsione di Milik, i trucchi dei disonesti e il conto perso dei rigori negati

(di Arturo Minervini) - Zero ad una squadra frigida. Incapace di provare sentimenti, piatta come un mare che ha smesso di lasciarsi solleticare dalla brezza di fine giornata e si abbandona ad una quiete che poco concilia col termine ‘competizione’. È un Napoli asettico, sterilizzato come un camerino sottoposto alle regole anti-Covid. Distanziato da tutto quello che era stato prima di perdersi in un calo del desiderio che nemmeno un monaco tibetano.

Uno il match per chiudere il campionato più pazzo della storia. Ammutinamenti, lockdown, pandemia, calendario compresso come un barattolo di latta e l’esonero di Ancelotti. Se avessimo fatto un giro con la DeLorean in questo bizzarro futuro, non avremmo creduto nemmeno alla metà delle cose poi realmente accadute. Per l’immediato futuro si prendano le scelte giuste: l’ipotesi play-off non sarebbe così peregrina. 

Due rigori che mancano secondo l’orientamento stagionale. Ma gli arbitri sono coerenti e scelgono di seguire un altro orientamento consolidato in questa stagione: quello di negare rigori solari al Napoli. Il conto dei rigori non dati era forse a 18, forse l’ho perso, eppure ce l'avevo qua un attimo fa. Come le parole, che mancano. Perchè un corto circuito c’è stato, perché qualcuno davvero dovrebbe mettersi davanti ad una telecamera e raccontarci come certe decisioni possano essere agli antipodi e noi dovremmo star qui ad annuire continuando a pensare che vada tutto bene. No, non va tutto bene. 

Tre sconfitte nelle ultime cinque trasferte, con un pari (a Bologna) ed una vittoria (a Genova). Trend invertito rispetto ad una parte del torneo che vedeva la squadra a suo agio lontano dal San Paolo, corollario di un approccio da tempo piegatosi all’accidia di chi non trova gratificazione nel sacrificio. E nello sport, se perdi la voglia di sudare, non vinci mai. A meno che tu non sia stato Maradona. 

Quattro ai disonesti. Che fanno finta di non capire, solo per provare ad alimentare le loro teorie. Quelli che avevano bocciato Gattuso quando era arrivato, quelli che ora ritrovano la parola dopo aver assistito silenti e dalle retrovie al grande lavoro di Ringhio. Analizzare i numeri di queste ultime gare è esercizio prettamente stilistico, perché manca una parte fondamentale del racconto: l’ambizione. Nei romanzi, l’ambizione dei protagonisti muove la storia. Tutti ambiscono a qualcosa. Un Napoli senza obiettivi non può essere condannato o paragonato ad un Napoli (quello di Ancelotti) che franava quando si doveva fare molto di più.

Cinque meno a Milik, che proprio non c’è più la testa. Ha trovato la moglie a letto con un altro e deve pure restare a guardare, ma come tutti i cornuti ora vorrebbe riscuotere un credito etico. Lo pretende. Forse si sente anche offeso nel leggere il nome di Osimhen ormai stampato sulla maglia numero 9 del Napoli. Offensivo è però il suo atteggiamento, perché lo stipendio arriva regolarmente. È sempre arrivato ed il Napoli gli ha dato senza dubbio di più di quanto lui abbia dato al Napoli. Un finale triste, angosciante, trascinato. 

Sei e mezzo a Zielinski. Per la qualità che esprime, talvolta ingarbugliata dentro ad una mente che è l’unico freno all’esplosione definitiva. Ci sono lampi di Piotr nella notte di San Siro, segmenti di un centrocampista universale che doveva raccogliere l’eredità di Hamsik (ma non sarà mai Marek) e che come lo slovacco è sempre oggetto di una critica eccessiva, quasi pretestuosa. Perchè da lui ci si aspetta sempre più di quello che fa, come se aver talento sia una colpa da espiare in ogni momento. Non staremo un pochino esagerando?

Sette gradi di parentela. Su Osimhen a breve si esprimerà anche il cugggggino dello zio, della bisnonna che una volta aveva rivolto la parola alla pronipote della maestra dell’asilo di una sua vecchia fidanzatina in Nigeria. È il calciomercato che valica le frontiere, che si sveste di giacca e cravatta e diventa racconto popolare. È il sogno di un ragazzo africano che ce l’ha fatta. È energia, frenesia, attesa, desiderio, folgorazione. È Napoli che abbraccia il suo nuovo bomber, attende la parola fine per poter scongiurare le cattive sorprese di un mercato dopato da cifre folli. Alla fine, è divertente anche così. 

Otto agosto. Sempre otto agosto. Tra le mani una lettera con una data ed un’avvertimento: non aprire prima dell’otto agosto. È il futuro che assapori sui polpastrelli, inchiostro ancor caldo ed un finale che può essere modificato. I giudizi e le valutazioni su questo periodo di rilassamento saranno condizionati dalla prestazione del Camp Nou (sempre che si giochi lì). Riuscirà il Napoli a riattaccare la spina per una notte? A riversare tutto quello che è rimasto nella testa, nelle gambe, nel cuore in 90’ da costruirci un’impresa storica? Non c’è dato saperlo, ma escluderlo a priori mi sembra l’ennesima eiaculazione precoce di analisti troppo presuntuosi e troppe volte smentiti dai fatti. Il web non dimentica. 

Nove è solitamente il centravanti, ma il problema gol del Napoli è più diffuso. È un malessere che investe ogni reparto, una sterilità offensiva che da anni accompagna questa squadra che crea capolavori e poi li squarcia, seguendo il dogma di uno spettacolare Riccardo Pazzaglia (alias Bansky): “L’arte non si vende, l'arte si distrugge”. Il calcio di questa squadra aderisce a questa corrente di pensiero: crea per il gusto di creare, pensiero a realtà non collimano, agiscono su binari destinati a non incrociarsi. La prossima campagna acquisti dovrà avere come priorità assoluta la ricerca di calciatori che abbiano con il gol un rapporto differente, una confidenzialità che a molti azzurri manca. O meglio: non l’hanno mai avuta.

Dieci alla bomba sganciata da Gattuso. Che non si tira indietro, che ripropone una frase che era diventata tormentone nelle sue prime settimane. “Ci manca il veleno, non giochiamo l’anima’. C’è bisogno di più anima, come ricordava Pino Daniele. Quella che ogni tanto calpesti, che metti sotto i piedi. Si tratta di orgoglio personale, di dedizione al proprio lavoro. Di ore da dedicare alla fatica e da sottrarre alle gite in barca. Rino ha scagliato una pietra che pesa come un faraglione di Capri, meta molto ricercata in questi giorni dai calciatori. Non è populismo, è considerazione di chi conosce bene le dinamiche del calcio e dello sport. Le feste sono inversamente proporzionali alle vittorie. "A libertà, a libertà, pur 'o pappavallo l'adda pruvà!”. Ma qui stiamo un pochino esagerando.

Nove è solitamente il centravanti, ma il problema gol del Napoli è più diffuso. È un malessere che investe ogni reparto, una sterilità offensiva che da anni accompagna questa squadra che crea capolavori e poi li squarcia, seguendo il dogma di uno spettacolare Riccardo Pazzaglia (alias Bansky): “L’arte non si vende, l'arte si distrugge”. Il calcio di questa squadra aderisce a questa corrente di pensiero: crea per il gusto di creare, pensiero a realtà non collimano, agiscono su binari destinati a non incrociarsi. La prossima campagna acquisti dovrà avere come priorità assoluta la ricerca di calciatori che abbiano con il gol un rapporto differente, una confidenzialità che a molti azzurri manca. O meglio: non l’hanno mai avuta.

Un post condiviso da Arturo Minervini (@arturo_minervini) in data: 29 Lug 2020 alle ore 3:57 PDT