Da 0 a 10: l’annuncio incredibile di Meluso, ADL come Pipino il Breve, la lista dei traditori e gli effetti devastanti del Calzona part-time

Il Napoli crolla di nuovo al Maradona: l'Atalanta di Gasperini passeggia contro una squadra incapace di lottare e reagire
31.03.2024 09:02 di Arturo Minervini Twitter:    vedi letture
Da 0 a 10: l’annuncio incredibile di Meluso, ADL come Pipino il Breve, la lista dei traditori e gli effetti devastanti del Calzona part-time
TuttoNapoli.net
© foto di www.imagephotoagency.it

Zero le reti, zero agli sguardi, meno ancora alla voglia. Rassegnati alla mediocrità, come chi crede che la colpa della propria condizione sia sempre da attribuire ad altri. In questo vizioso circolo del ‘me ne fotto, mica è colpa mia’, le colpe si sono così mescolate, da non poterne quasi distinguere i confini. In prima fila, col lanciafiamme in stile de Luca, c’è lui. Aurelio il Breve, come Pipino, nel senso che è riuscito a far durare un ciclo vincente meno del prestazione sessuale di Muflone nel film Gran Casinò.  Sembrava impresa impossibile devastare tanta bellezza. Non per Aurelio.

Uno contro uno. L’Atalanta regge tutta la sua filosofia su questa grande scommessa: ogni calciatore ingaggia una sfida personale col dirimpettaio, chi ne ha di più, vince. E in questo specchio della strega di Biancaneve il Napoli risulta sempre perdente, avvilente per come ogni singolo venga surclassato dal diretto rivale. Nessun sussulto, calma piatta, un vuoto emozionale che rinchiuda tutti al muro delle proprie responsabilità. La parete degli orrori ospita ora una nuovo affresco del decadentismo napoletano. Che squallore.

Due squadre, il Napoli e la nazionale Slovacca. La sosta rompe quel breve incantesimo, durato lo spazio di un mattino, riporta tutti ad una realtà fatta di troppi compromessi, di scelte che avevano dentro il seme della vigliaccheria. Riecco il Napoli, che deve leccarsi le ferite per un allenatore che è stato via per dieci giorni, che al ritorno ha ritrovato una squadra che l’ha visto passeggiare con l’etichetta del badante part time, nemmeno a tempo pieno. Sia maledetto il giorno in cui è apparsa la parola ‘traghettatore’ nelle nostre vite: era la zattera verso l’Inferno e non lo sapevamo.

Tre pappine, per una squadra incapace di non prendere gol dall’arrivo di Calzona in otto gare tra campionato e Champions. Una fragilità strutturale che ha radici lontane, penetrate nel dna di questa squadra la scorsa estate, con Garcia che stravolgeva il senso di marcia: imponeva di scappare sempre all’indietro, ad una squadra che era abituata a pressare pure col magazziniere. Questo ossimoro ideologico ha mandato in tilt il sistema, incapace di ritrovare vecchi automatismi. In parole più semplici, come direbbe Speroni a Canà mentre spiega il 5-5-5 “Così gli avversari non ci capiscono niente. Eh, mister, NEMMENO noi…”

Quattro all’errore imbarazzante di Juan Jesus, travolto dalle polemiche dei giorni scorsi e dal vecchio discorso: alla lunga, la sua storia lo insegna, la disattenzione arriva. È il peccato originale della stagione, l’atto di presunzione che ha suscitato l’ira degli dei: dovevi comprare l’erede di Kim, hai comprato Natan di cui si sono perse le tracce come l’aereo di Manifest. A gennaio dovevi rimediare, volevi prendere Perez, poi Ostigard fa mezza partita buona con la Lazio e ci ripensi. Poi Ostigard non ha praticamente più giocato. Ah, l’antica arte della lungimiranza. 

Cinque sconfitte al Maradona, contro Lazio, Fiorentina, Empoli, Inter e Atalanta. Se il ko con i toscani è figlio del rompete le righe di Garcia, le altre cadute non sono casuali. Contro squadre strutturate il Napoli ha sempre faticato ed il motivo è di facile comprensione: la sua struttura non c’era, s’era dissolta come un ti amo scritto sulla sabbia durante una mareggiata. Chissà cosa resta di quelle parole, di quel sentimento, di quelle vibrazioni nei cuori di chi lo scorso anno era Superman ed oggi pare Medioman. “Quella tuta con la grande S rossa è la coperta che lo avvolgeva da bambino quando i Kent lo trovarono. Sono quelli i suoi vestiti. Quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume”. Siete diventati tutti Clark Kent.

Sei e mezzo a Zielinski, che per dieci minuti si ricorda del calciatore che era e sfiora un gol che sarebbe stata una delizia. Pena dentro la pena, del ricordarsi del tempo felice nella miseria. L’emblema plastico di una gestione oscena di tutti i casi spinosi dell’estate: avesse giocato ad una partita di campo minato, ADL avrebbe trovato solo ordigni nelle mosse fatte. Perché c’è una verità, che non può essere sovvertita: la sorte non devi sfidarla perché, altrimenti, si riprende tutto con gli interessi. “Make sure the fortune that you seek is the fortune that you need”. Avevamo i diamanti dentro…Avevamo.

Sette a Meret, che pare Mr Fantastic su Pasalic prima e Miranchuk poi. Si lancia nel fuoco, pure quelle delle sue paure, Alex da sempre accusato (molte volte ingiustamente) di non uscire mai dai pali. Nel disastro collettivo è l’unico a salvarsi e, paradossalmente, a rendere meno amara una sconfitta che poteva essere ancora più imbarazzante. Antico proverbio cinese recita: “Se perdi 3-0 ed il tuo portiere è il migliore dei tuoi, vuol dire una sola cosa: che tu hai fatto una vera partita di meLda”. (Postilla per il politicamente corretto: La Elle al posto della Erre è un omaggio all'umorismo pecoreccio anni '80, nessuna volontà discriminatoria).

Otto stazioni alla fine della via crucis. Nel supplizio stagionale, tutto calcistico per carità, restano gli ultimi stabilimenti balneare da visitare dalla compagnia dell’ultima spiaggia. Quelli che inforcano infradito e telo mare e si godono il paesaggio, le cose che accadono come turisti con lo sguardo rivolto al finestrino. Probabilmente con l’animo lontano dalla questione, col cuore che già batte per altri lidi, per altri occhi, per nuovi portafogli. Si parla tanto, giustamente, dei rinnovi non fatti, ma vogliamo parlare dell’apporto di quelli che il rinnovo l’hanno ottenuto e si sono poi adagiati, a lasciarsi cullare dalle onde di sventura?

Nove mesi di passione per Meluso, mandato puntualmente a metterci la faccia dopo le figuracce, mai veramente preso in considerazione quando c’era da fare il lavoro per cui, almeno in pratica, era stato scelto. Il diesse nel dopo gara parla del futuro, senza sapere nemmeno se di quel futuro farà parte. Nel pasticcio generale, Meluso dice che nelle ‘prossime settimane si inizieranno  a delineare le scelte da prendere’. Ci auguriamo, con tutto il cuore, che menta. Il Napoli dovrebbe già aver scelto il nuovo allenatore, i nuovi calciatori, forse probabilmente pure il nuovo direttore sportivo. Così non fosse, vorrebbe dire non aver imparato nulla da questa sciagurata e già fallimentare annata. 

Dieci giocatori che dovranno cambiare area, traditori della causa. Sarà e dovrà essere rivoluzione, con i rattoppi di gennaio finiti presto nel dimenticatoio. Di Mazzocchi Aurelio disse ‘È un treno, vedrete’. Non aveva specificato fosse un intercity. Non è certo colpa di Pasquale, ma della confusione fatta in ogni settore: da Cajuste a Natan, da Lindstrom a Dendoncker preso per fare presenza lasciando a casa Demme. La fotografia della stagione sono quei due pali colpiti a distanza di pochi secondi: la legge di Murphy all’apice del suo masochismo. Meritiamo di più non è solo uno slogan, ma una conseguenza razionale di questo abominio tecnico e progettuale. 

Commenta con l'autore