Da 0 a 10: la reazione choc al Var, Mario Rui incenerito da Gattuso, l'esonero come ossessione e la prima scelta di Aurelio

07.02.2021 15:58 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da 0 a 10: la reazione choc al Var, Mario Rui incenerito da Gattuso, l'esonero come ossessione e la prima scelta di Aurelio

(di Arturo Minervini) - Zero alle accuse lanciate ‘ad minchiam’ come avrebbe detto il Prof. Franco Scoglio. Accozzaglia di concetti radunati lì a caso e lanciati nella mischia come fossero bastoncini dello Shanghai. Senza mai argomentare, senza provare a capire quello che succede o sviscerare le problematiche. Critiche sparate random, da chi ha preso una posizione e ci resta fedele come uno struzzo con la testa infilata sotto la sabbia. Perdere significa (anche) imparare, qualcuno vuole solo distruggere. 

Uno il rigore negato al Napoli. Clamoroso. E se qualcuno dice ‘ci può stare’ non ha il coraggio di dire che è uno scandalo non darlo. Soprattutto se hai l’aiuto del Var. La reazione choc di Manganiello, che ammonisce pure Mario Rui, poteva essere sanata da una chiamata dalla sala video, dove regna invece un silenzio ancor più scioccante. Scamacca non prende posizione, Scamacca ruota il busto per sbilanciare l’esterno del Napoli. Errori e torti si bilanciano a fine anno è un grande falso storico, come la storia della due costole di D’Annunzio.

Due gol imbarazzanti. Intollerabili per una partita tra amici, figuriamoci in serie A. Immerso in un’anestesia cosciente, il Napoli manda in frantumi in 15 minuti una gara che ha dominato in lungo e in largo. La questione è molto semplice: steccare due note all’interno di una prestazione canore di primo livello rovina l’interpretazione. Ti ricorderai sempre e solo delle due stecche. Perchè “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. Il Napoli a Marassi aveva piantato qualche semino, poi ha deciso di disboscare l’intera pianura padana. Mannaggia. 

Tre tiri di Mario Rui in pochi minuti in chiusura del tiro tempo, con attaccanti del Napoli assembrati e disperati in area del Genoa ad attendere cross che non arriveranno mai. Pensieri inespressi, potenzialità soffocate da una prestazione riassunta al meglio dallo sguardo inceneritore che Gattuso che riserva all’ennesima palla persa. Vengono in mente le parole scolpite nella storia da Carletto Mazzone nel dialogo con Carboni che si spingeva in attacco: “Amedeo, ma 'ndo ca**o vai?”.

Quattro tiri del Genoa, ventiquattro del Napoli. Non serve aver studiato i flussi azionari con Patrick Dempsey e Alessandro Borghi per intuire dove sia il problema in quel di Genova. Agli azzurri manca la spietatezza dell’alta finanza, il coraggio di perseguire fino in fondo il proprio scopo. Un’etica mozzata, tronca, sfinita nel suo guizzo decisivo. A far crollare un impero, basta una sola mossa. Figuriamoci 23 tiri che non vanno a bersaglio.

Cinque metri sopra il cielo, perché tre erano troppo pochi a raccontare l’assenza di Maksimovic, cavaliere avvolto dentro una bandiera che non sarà più la sua. Che cavalca strade senza strade, sentieri senza traccia, per dirla alla Cervantes: ‘è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta; è come corpo senz’anima’. Da troppo tempo è una spina staccata da un monitor che non trasmette nulla di buono, solo pellicole dell’orrore. 

Sei di stima a Pandev, nonostante il dolore provocato. Campione delicato, danzatore sopraffino anche sugli acciacchi del tempo che passa inesorabile. Si insinua sulle punte tra le fragilità del Napoli, segna una doppietta e vuole scusarsi con i suoi ex tifosi. A fine gara abbraccia Elmas, per l’errore nel finale di gara del giovane connazionale. Goran è un SIGNORE del calcio. Per come lo gioca, per come lo vive. Tutto quello che lo sport dovrebbe essere, la grande lezione che dovrebbe raccontare. 

Sette sconfitte, altro numero da guardare dritto negli occhi. E allora la sfortuna diventa un attenuante più sbiadita, la reiterazione di certi reati una costante ben più allarmante. C’è una realtà fragile e complessa, una decadenza inattesa dopo le sei vittorie nelle prime sette giornate. Resta un ragionevole dubbio mai dissolto: con Osimhen e Mertens staremmo parlando dello stesso Napoli? Delle stesse sconfitte? Io non credo.

Otto parate di Perin, tre decisive. Se al conteggio si aggiungono i due legni e le due realizzazioni rugbistiche di Osimhen e Elmas ci rendiamo conto che, forse, il risultato racconta una grande menzogna. Dettagli mai limati, come sbarre che restano intatte a custodire blocchi mentali difficilmente razionalizzabili. Se li guardi bene, i gol sprecati e le amnesie difensive sono figli della stessa madre: una madre che si chiama mancanza di determinazione.

Nove sulla schiena ed una voglia matta di tornare a inseguire il pallone. Osimhen cerca una condizione che non ha, una brillantezza che non ha, una lucidità che non ha. Tentativi necessari, perché questa squadra ha un bisogno disperato dei suoi spazi, delle sue ricerche nelle viscere della gara, negli scarti di certi palloni che sembrano persi. A tratti si è rivisto quel giocatore che può regalare ossigeno ad una squadra in evidente apnea, speriamo possa tornare presto ad essere un fattore

Dieci i nomi tirati fuori: Benitez, Mazzarri, Sarri, Allegri, Spalletti Juric, Italiano, De Zerbi, Roberto Sedinho, Pippo Baudo (è capellone). C’è di tutto nel minestrone messo sul fuoco da certa stampa, che non vede l’ora di mettere alla graticola Rino Gattuso. Anche quando, come a Genova, ha davvero poche colpe. E soprattutto: chi di questi sarebbe realmente disponibile? Forse giusto il buon Pippo, tagliato fuori dal Festival di Sanremo. Che scandalo.