Guido Clemente di San Luca a TN: "Basta con questo accanimento su Gattuso, io sto con Ringhio"

Guido Clemente di San Luca, Ordinario di Diritto Amministrativo, Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha analizzato per Tuttonapoli il momento in casa Napoli.

26.01.2021 18:20 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
Guido Clemente di San Luca a TN: "Basta con questo accanimento su Gattuso, io sto con Ringhio"

Guido Clemente di San Luca, Ordinario di Diritto Amministrativo, Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha analizzato per Tuttonapoli il momento in casa Napoli.

"L’affermazione è ormai contagiosa, sta diventando virale: 'Gattuso è un mediocre, va rimosso!'. #Gattusout. In generale, l’infodemia originata dai social è orribile e dannosa. Naturalmente non si combatte con la censura. L’art. 21 Cost. garantisce la libertà di manifestazione del pensiero, e quindi il diritto di critica. La circolazione eccessiva di informazioni incerte e disorientanti, perciò, va contrastata soltanto con la proposizione di ragionamenti convincenti. A chi critica in maniera miope, pretestuosa e preconcetta (e talvolta anche indegna), bisogna con pacatezza spiegare perché andrebbe proposto l’hashtag opposto: 'Io sto con Ringhio'.

Da tempo vado dicendo che, come in ogni manifestazione della vita, anche nel calcio c’è una componente non prevedibile, né ‘allenabile’: il Kairos, il ‘momento opportuno’. Mio padre (tifoso del Napoli, ma non ‘malato’ come me) diceva sempre, con amara ironia, che dovevamo comprare un solo giocatore: ‘Kulovic’ (e non si riferiva all’attaccante bosniaco!). Occorrerebbe allora mettersi d’accordo. La fortuna/sfortuna, la componente casuale, vale sempre, oppure soltanto quando fa comodo per sostenere un’ipotesi senza dimostrazione? Un esempio recente. Napoli-Spezia: «non abbiamo perso per sfortuna, ma perché in attacco siamo privi di qualità, altrimenti non ci saremmo mangiati tanti gol fatti!»; Udinese-Napoli: «abbiamo vinto per fortuna, perché abbiamo giocato malissimo!». Si può sapere?

Un’ipotesi va dimostrata in tesi attraverso logica argomentativa. Gli hashtag sono mere petizioni di principio. Queste si possono accettare solo laddove si tratti di un ‘postulato’, e cioè di una proposizione, indimostrata e indimostrabile, assunta come vera a prescindere da tutto (ancor più di un ‘assioma’) al fine di avviare un ragionamento su base condivisa almeno per convenzione. Non mi pare certo il nostro caso. Dunque, dobbiamo ragionare rifiutando modalità assertive.

La stagione in corso, ovunque non solo in Italia, ha un solo carattere connotativo: la discontinuità. Basta volgere lo sguardo oltre i confini nazionali. Certo, alla diffusa e comune discontinuità il Napoli aggiunge un tratto singolare: è ‘umorale’, giacché l’alternanza di partite esaltanti e partite indecenti dipende, con ogni evidenza, dalla lunatica volubilità caratteriale di molti giocatori.

Perché? È a questa domanda che dobbiamo cercare di dar risposta. Se la rosa è forte e tecnicamente competitiva, quanto questa ‘umoralità’ dipende dal mister? Per rispondere in modo assennato, dobbiamo fare una premessa semantica. Su due parole chiave: ‘anima’ e ‘identità’. Perché molti, non a torto, dicono che la squadra sia nuovamente priva di entrambe. E sono indispensabili.

Ebbene, concettualmente sono cose diverse. Ma sono pure interdipendenti, nel senso che non si può avere identità senza avere anima; e non si può avere anima senza identità. L’anima è sinonimo di carattere, grinta, voglia di lottare, ardimento. Ciò che difficilmente si sprigiona in assenza di un ideale, un valore, una causa, una bandiera da difendere. In ciò sta l’identità. Nel calcio questa è data da un riconoscibile sistema di gioco, qualunque esso sia, basta che sia chiaro, adatto ai calciatori in dotazione e condiviso. E se ne può avere anche più di uno, e cioè disporre di uno schema alternativo, quello che oggi vien detto ‘piano B’. L’identità però non sempre è solo questo. Perché, specialmente in una terra come la nostra, è imprescindibile che l’identità di gioco s’intrecci fino a fondersi con la peculiare antropologia del popolo azzurro.

Ora, è chiaro che l’anima si traduce in identità. Ma è anche vero che la confusione di identità contribuisce significativamente a svuotare l’anima, fino a perderla. Lo abbiamo vissuto di recente, in due esperienze. Quella con Benitez, perché, in maniera visionaria ed illuministica, ambiva a trasformare la nostra identità per darle un tratto ‘internazionale’ (così peraltro svelando un preoccupante provincialismo). Quella con Ancelotti, perché, in maniera altrettanto visionaria e futuristica, professava il ‘calcio liquido’, quello che supera l’identità disegnandone una caratterizzata proprio dall’esserne privi. Nell’uno e nell’altro caso, rinnegare l’identità ha significato inaridire l’anima.

E Gattuso? Beh, è indiscutibile che al suo arrivo abbia operato ricostruendo sulle macerie, ridando identità e così rivitalizzando l’anima. Ha conferito ordine al gioco indefinito e rimesso in sesto la stagione, guidando la squadra a vincere la Coppa Italia. Poi - forse anche perché nell’amor proprio ‘stimolato’ da critiche pretestuose che lo volevano come un semplice ‘motivatore catenacciaro’ - ha cominciato pazientemente a costruire un nuova e più ‘sofisticata’ identità. Personalmente ho salutato l’operazione con favore, come una positiva ‘aggiunta’ a quella già ricostruita.

Una serie di eventi avversi (infortuni e assenza di kairos) ha contribuito a confondere le idee. A Gattuso, alla squadra e a tutti noi. Ora si tratta di uscirne. Ho fiducia che il mister sappia come riprendere in mano le redini. A meno che, nel rapporto con la squadra, non ci sia qualcosa che non sappiamo. Se così non è (come mi auguro), io credo che occorra coltivare il raziocinio e rifiutare ogni autolesionismo disfattista. Esonerare Gattuso adesso significherebbe consegnarsi al caos. Siamo a 3 punti dal terzo posto e a 2 dal quarto. Dobbiamo giocarci i quarti di Coppa Italia ed i sedicesimi di E.L. Sarebbe un suicidio. Una vera e propria evirazione, del tutto priva di logica. Anche perché proprio non riesco a capire quale sarebbe la moglie cui fare (comunque stoltamente) il dispetto. In questo momento solo Ringhio può rimediare al Napoli ondivago, risvegliandone nuovamente anima e identità. Occorre aiutarlo a capire che deve semplicemente riprendere il suo filo, e con umiltà superare ogni inutile cocciuta rigidità tornando ad essere se stesso".