L'ex prep. azzurro Febbrari: "Infortuni? Non buttate la croce addosso allo staff! Vi spiego"
Luigi Febbrari, ex preparatore atletico azzurro, è intervenuto nel corso de "Il Bar di TuttoNapoli" sulla nostra Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, in onda tutto il giorno, che puoi ascoltare/vedere qui sul sito o sulle app (qui per Iphone/Ipad o qui per Android): "Infortuni? Mi dispiace che spesso si dia la croce solo a tre aree: lo staff è una somma di collaboratori che si integrano. Dare addosso solo a qualcuno mi sembra inopportuno. Certo, bisogna fare le considerazioni classiche: il rapporto tra carico di lavoro e ritmo gara, e i ritmi di gara sono legati non solo alla prestazione in sé ma anche alla periodizzazione. Stanno giocando tantissimo: il numero di partite non è compatibile con la possibilità di gestire una squadra. Poi è chiaro che un’autocritica va fatta, un’analisi dettagliata sui carichi di lavoro. Gli strumenti oggi ti aiutano, ma serve anche un’anamnesi: capire perché qualcuno subisce certe sollecitazioni più di un altro. L’esame deve essere molto più approfondito. Il rischio è arrivare a conclusioni facili e raccontare sciocchezze. Da fuori, e io oggi sono fuori, puoi fare solo un’attenzione sommaria".
Quanto è cambiato il lavoro rispetto al “suo” Napoli? Castel Volturno è lo stesso, ma il calcio è cambiato…
"Paragonare quel momento storico a questo non è possibile. L’ambiente allora era precario: non avevamo un campo di riferimento fisso, si andava a Marano, poi nella base americana, poi sul sintetico quando dovevamo giocare su campi sintetici in Serie C. Non è paragonabile. Poi piano piano le cose sono migliorate: abbiamo avuto la possibilità di lavorare stabilmente a Castel Volturno, è stato costruito un altro campo, si è continuato a crescere fino alle condizioni ottimali che oggi sono eccellenti. Noi lavoravamo per quello che era possibile e comunque non ci mancava nulla: avevamo tutto a disposizione e abbiamo lavorato bene".
Cosa ricorda con più piacere di quel Napoli?
"Quando abbiamo vinto il campionato di B. Eravamo a Genova e non riuscivamo più a uscire dall’aeroporto: c’era una marea di persone. Sul pullman scoperto c’erano persone ovunque, scene straordinarie che ricordi con nostalgia. E poi quando le cose vanno bene funziona tutto: il morale è alto, lavori meglio, anche i ragazzi accettano più volentieri i carichi. Ricordo che in Serie B arrivammo davanti alla Juve: un posto per salire era quasi ‘destinato’, e invece riuscimmo a chiudere secondi. Poi Reja portò il Napoli in Europa, il primo nell’era De Laurentiis: i meriti del mister furono notevoli".
Restando all’attualità: senza entrare nel singolo caso, quanto conta la gradualità nel rientro da un infortunio muscolare?
"La gradualità e la progressione dei carichi sono inconfutabili. Poi c’è un tema fondamentale: il passaggio dall’area medica all’area dei preparatori e, successivamente, il rientro definitivo nell’area tecnica. È lì che la gestione conta tantissimo. Non è uguale per tutti: due persone con la stessa lesione non fanno lo stesso percorso. La prognosi è un riferimento, ma non è mai identica. Due gemelli non sono uguali, sono simili. Quindi il punto delicato è stabilire quando. Non bisogna farsi influenzare".
Quanto pesa il “parere del calciatore” nel rientro?
"È importante anche quello, ma non basta. Servono gli esami strumentali, l’esperienza dello staff, la diagnosi. Però capita che il giocatore dica ‘me la sento’ perché vuole esserci in una partita importante. E qui nasce il problema: un protocollo definitivo non esiste. È tutto giorno per giorno, perché la sintomatologia può migliorare o peggiorare. Non puoi dire ‘questa settimana faccio così e basta’. Dipende da come si sveglia il calciatore: può avere una fitta e cambia tutto il lavoro".
Conte ha detto: "Sentite i dottori, io faccio l’allenatore". Se ci fosse frizione tra staff tecnico e staff medico, sarebbe un rischio?
"Se fosse così, sarebbe incompatibile con una gestione serena. Non abbiamo mai la verità in tasca: si vive di compromessi e di rischi, magari rischi calcolati, ma sono rischi. Lavoriamo sul materiale umano: ancora oggi non si capisce fino in fondo come è fatta la struttura di un individuo. Se ci fosse davvero una frizione, allora sì, diventerebbe un problema. Però io quella dichiarazione non l’ho ascoltata direttamente, quindi non posso andare oltre".
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