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Maddaloni: "In Italia non c'è processo formativo per trovare nuovi talenti"

Maddaloni: "In Italia non c'è processo formativo per trovare nuovi talenti"
Oggi alle 10:30Radio Tutto Napoli
di Fabio Tarantino

Massimiliano Maddaloni, allenatore, è intervenuto su Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, che puoi seguire sulle app gratuite (scarica qui per Iphone o per Android), qui sul sito anche in video

Che cosa significa, per un allenatore, ritrovare Kevin De Bruyne in rosa, anche se non ancora al 100% dopo l’infortunio?
“Vuol dire tantissimo. Significa riavere un giocatore in un momento decisivo del campionato, con l’obiettivo primario della Champions League. Avere De Bruyne permette di variare gli assetti tattici e aggiunge qualità e personalità internazionale. Ma il Napoli deve essere felice anche perché sta recuperando diversi elementi: l’ultima dimostrazione è stata il rientro di Lukaku, che ha deciso la partita all’ultimo minuto. Più alternative per Conte significano più possibilità.”

In vista della prossima stagione, che tipo di lavoro andrà fatto per gestire meglio gli infortuni?
“Conte e il suo staff faranno valutazioni sui troppi infortuni, soprattutto muscolari. Bisognerà analizzare preparazione, carichi e calendario. Questa stagione servirà per capire cosa non ha funzionato rispetto agli anni precedenti.”

Come si scoprono giocatori come Kim e quanto incide l’allenatore nella loro crescita?
“Oggi lo scouting è cambiato: agenti e agenzie propongono giocatori da tutto il mondo. Serve competenza per distinguere qualità reali da semplici proposte commerciali. Nel caso di Kim, la mia esperienza in Asia con Marcello Lippi mi permise di notarlo nel campionato cinese e con la nazionale coreana. Fu anche una coincidenza fortunata.”

Perché in Italia è così difficile valorizzare i giovani?
“Perché manca un vero processo formativo. Non abbiamo strutture adeguate, né un’integrazione tra settore giovanile e prima squadra. Nei principali campionati, i ragazzi a 18-19 anni giocano in prima squadra e lì completano la formazione. In Italia no: siamo tra i peggiori al mondo per minutaggio Under 23 in Serie A. Da noi un giovane è considerato ‘pronto’ a 23-24 anni.”

Quanto incide la mentalità dei club e degli allenatori?
“L’integrazione deve essere una filosofia societaria. Se il club crede nei giovani, ogni allenatore è quasi ‘costretto’ a utilizzarli. In Italia prevale la cultura del risultato immediato e la scarsa programmazione. Gli allenatori durano mediamente otto mesi, quindi evitano rischi. Il risultato è una Nazionale composta da buoni giocatori, ma non da top player.”

Ci sono speranze di cambiamento?
“Onestamente, poche. Senza programmazione e strutture adeguate è difficile. Altri Paesi, come la Norvegia, hanno investito vent’anni fa in un progetto formativo e oggi raccolgono i frutti.”

Chi andrà in Champions League?
“Ci sarà battaglia fino all’ultimo. Napoli e Milan sembrano leggermente avanti, ma attenzione anche ad Atalanta e alle altre pretendenti. Serviranno più armi e una rosa ampia.”

Un giudizio sul lavoro di Giovanni Manna e sull’ipotesi di un suo ritorno al settore giovanile.
“Ha fatto cose buone e meno buone, come tutti. Operare a Napoli non è semplice: la struttura societaria è particolare e manca un centro sportivo adeguato. Se venisse spostato al settore giovanile, potrebbe anche scegliere di andare via: ormai si vede come direttore sportivo di prima squadra.”