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Ricaduta Anguissa, l'ex prep. azzurro Febbrari: "Diagnosi fa pensare a debolezza strutturale”

Ricaduta Anguissa, l'ex prep. azzurro Febbrari: "Diagnosi fa pensare a debolezza strutturale”
Oggi alle 13:50Radio Tutto Napoli
di Antonio Noto
Luigi Febbrari spiega la gestione del recupero di McTominay e analizza i ricorrenti problemi muscolari di Anguissa.

Luigi Febbrari, ex preparatore atletico del Napoli, è intervenuto sulla nostra Radio Tutto Napoli, l'unica radio tematica sul Napoli e live tutto il giorno su sito, app smartphone e smartTv e DAB Campania partendo dal recupero di McTominay dopo l'intervento al cuore: “Lo chiamiamo carico interno e, in una situazione di quel tipo, devi avere un’attenzione ancora più dettagliata perché non è una cosa semplice. Noi abbiamo a disposizione dei numeri che ci aiutano, sempre tenendo conto che sono dei numeri e, da professionisti navigati, sappiamo che tante volte i numeri, se li torturi, ti dicono quello che vuoi. Quindi bisogna essere molto attenti. Quali sono questi numeri? I numeri della performance, quelli di quando il calciatore era in uno stato di grazia e stava bene. L’idea è arrivare a quei numeri. Sono parametri che ci fanno capire che potenza sviluppava durante le partite, le accelerazioni che aveva e tutti i parametri che abbiamo a disposizione. Poi ognuno ne utilizza alcuni secondo la propria indole e filosofia. Io direi di partire da lì e creare un metodo che va rispettato assolutamente, a prescindere dal problema che ha avuto, con gradualità e progressione dei carichi. Su questi parametri dobbiamo agire in percentuale. Se durante le partite faceva, per esempio, 600-700 metri in accelerazione, io vado in percentuale con gradualità. Il programma, però, non viene stabilito a lunga scadenza: è giornaliero. Quando ho fatto un allenamento, il giorno dopo cerco di progredire tenendo conto anche delle cose riferite dal calciatore, di quella che noi chiamiamo percezione del carico. Si parla con il medico, con il fisioterapista, con l’allenatore e con lo staff dell’area fisica e si stabilisce gradualmente, giorno per giorno. Chi pensa di fare una programmazione dettagliata di tre o quattro giorni, per me, non è accettabile, non è possibile. Vorrei essere molto schietto su questo aspetto”.

Lo stesso principio vale anche per gli infortuni muscolari? I tempi di recupero indicati inizialmente devono essere considerati sempre orientativi?
“Hai detto bene. Parliamo di lesioni muscolari di primo, secondo, terzo grado e quant’altro. Ci sono le prognosi, sono canoniche nel senso che sappiamo indicativamente quanto tempo serve, ma ogni giocatore ha una sua consistenza e quindi bisogna ragionare giorno per giorno, sempre collaborando con il medico e il fisioterapista e attraverso un esame strumentale, che solitamente è l’ecografia. L’ecografia ci indirizza piano piano a cercare di aumentare o addirittura mantenere stabile la progressione nei carichi di lavoro nella fase di riatletizzazione. Questo è il concetto di fondo. Ci sono sicuramente dei canoni di riferimento, ma due gemelli non sono uguali, sono simili: ogni giocatore ha una sua storia e un suo percorso. C’è un giocatore che dopo un crociato rientra dopo quattro o cinque mesi e questo è un rischio. Diciamo che sta bene, sta bene, sta bene, ma poi magari non è vero, perché una ricaduta ti porta nelle condizioni peggiori. Dobbiamo essere molto attenti giorno per giorno, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, per cercare di fare meno danni nella fase di riatletizzazione, perché riportare l’atleta in una situazione di disagio è molto pesante anche mentalmente: ero pronto e poi non sono più pronto, quindi devo ripartire. Questo è da evitare. Poi può capitare, purtroppo capita. La gradualità nella progressione dei carichi, giorno per giorno, è fondamentale. Ci sono le regole, non bisogna andare contro i canoni stabiliti dalla letteratura, però giorno per giorno posso anche andare oltre determinati canoni su una lesione muscolare. Le attenzioni devono essere assolutamente molto alte. Se il calcio è un gioco d’azzardo, allora azzardiamo: sta bene, sta bene, sta bene, tutti dicono che è ok, entra e si fa male. Questo può diventare un problema per tutti quelli che hanno contribuito a riatletizzare il calciatore. Quella è la parte più importante”.

Una volta completata la riatletizzazione, quanto è delicato il momento del ritorno in partita?
“Possibilmente uno rientra gradualmente, ma anche queste sono regole che fanno parte dello stato dell’arte, non sono regole fisse. Uno che è fortunato lo fa entrare nell’ultimo quarto d’ora o nell’ultima mezz’ora, per evitare che nel primo periodo ci siano magari gli avversari molto carichi. Però qual è il rischio? Se lo faccio entrare dall’inizio, ho la possibilità magari di fare un cambio qualora dovesse succedere qualcosa. Se lo faccio entrare verso la fine e si fa male, magari non ho più il cambio. Sono tutti ragionamenti da valutare. Ecco perché c’è sempre una dose di rischio da affrontare, perché non sei mai nella condizione di stabilire esattamente quello che può succedere. Il calcio è un modo di vivere dove tutto quello che si esprime in campo non è codificabile. Sono tantissime le variabili e non le puoi calcolare tutte”.

Anguissa negli ultimi anni ha avuto diversi problemi muscolari e adesso è alle prese con una lesione miofasciale di basso grado all’adduttore lungo della coscia destra. Quando un calciatore presenta una certa recidività, quanto diventa complicato gestirne il recupero?
“Questi sono i casi che non vorremmo mai avere noi preparatori, perché non sai da che parte iniziare. La lettura delle diagnosi fa pensare a una debolezza strutturale e qui non saprei neanche cosa dire. Ricordo un mio giocatore che aveva qualche anno in più: nell’area medica mi mostrarono una foto nella quale erano stati segnalati tutti i problemi muscolari che aveva avuto. Era tempestato da queste segnalazioni. Sono cose alle quali non pensi mai. Lo dico in maniera un po’ grossa, perché sarebbe un’esagerazione, ma penserei anche a un controllo genetico. Ognuno di noi ha dei rischi e le cose sono sempre controllate da una mappa genetica. Ci sono dei geni che possono indicare che un atleta potrebbe avere determinati problemi. Non è una diagnosi, sia chiaro, è un’informazione. Lo vai a misurare ma non ti dà assolutamente delle garanzie. Può indicare che potrebbe avere problemi muscolo-tendinei o di altra natura. È un argomento che andrebbe affrontato in maniera diversa rispetto a quanto possiamo fare noi in una radio, però questo aspetto esiste. Io sicuramente, se dipendesse da me, all’inizio di ogni stagione, tra le valutazioni e le visite mediche che si fanno solitamente, un viaggio nella genetica lo farei sempre. Basta un prelievo salivare per avere delle informazioni. Può indicare che questa persona potrebbe avere problemi muscolo-tendinei, al crociato, problemi di natura muscolare o alimentare di un certo tipo. Sono informazioni sicuramente importanti. Per me sarebbe un’indagine da fare. Poi uno ne tiene conto oppure no. Anche io, se fossi un calciatore, vorrei andare a vedere come sono messo. A fronte di queste informazioni, che ripeto non rappresentano una diagnosi, si parla con lo staff tecnico, con lo staff medico e con lo staff dell’area fisica. Se un calciatore presenta degli indici che suggeriscono determinati rischi, magari è meglio fare una prevenzione più dettagliata”.