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Sorrentino: "Conosco Lucca e sono sicuro di una cosa ora che è al Nottingham"

Sorrentino: "Conosco Lucca e sono sicuro di una cosa ora che è al Nottingham"TuttoNapoli.net
© foto di Gabriele Di Tusa/TuttoPalermo.net
Oggi alle 17:00Radio Tutto Napoli
di Pierpaolo Matrone

Stefano Sorrentino, ex portiere, è intervenuto nel corso di "Cronache Azzurre" sulla nostra Radio Tutto Napoli, prima radio tematica sul Napoli, in onda tutto il giorno, che puoi ascoltare/vedere qui sul sito o sulle app (qui per Iphone/Ipad o qui per Android): "Flop Champions? Vorrei andare un po’ controcorrente rispetto a quello che sto leggendo e sentendo. Prendiamo l’Arsenal, che è arrivato primo nel girone: se gli togli dieci giocatori, non dico i più importanti, ma almeno sette-otto dei migliori, secondo voi avrebbe gli stessi punti? Sicuramente no. Poi è chiaro: il Napoli ha avuto anche difficoltà nella prima fase, quando l’organico non era ancora così ‘strizzato’. Ma magari chi doveva fare la differenza, o chi doveva aiutare, non ha reso quanto doveva. È troppo semplice pensare che le italiane possano competere economicamente con le inglesi: con la ripartizione dei diritti TV e tante altre cose, noi non possiamo competere. Se non cambia qualcosa, in Italia non possiamo più farlo a livello europeo”.

Quindi non è solo una questione di calendario?
“È anche vero che degli errori sono stati fatti, non bisogna girarci intorno. Però è troppo semplice dare la colpa solo agli infortuni, così come non mi piace nemmeno puntualizzare troppo su chi non c’è, su chi è andato via o su promesse fatte e non mantenute: certe cose le sa davvero solo chi è dentro. Ci sono annate in cui non prendi nemmeno un raffreddore e annate in cui succede di tutto. De Bruyne che calcia un rigore e poi sta fermo sei mesi per un problema muscolare: quante volte capita in una carriera? Mai. E quest’anno è successo. È capitato anche a Vlahović in modo simile. Evidentemente gli sforzi, giocando spesso, prima o poi si fanno sentire”.

Conte ha insistito sul tema ‘si gioca troppo’. Lei la vede diversamente?
“Io le coppe le ho fatte qualche anno, non per tutta la carriera, ma posso dirvi questo: mi è piaciuto Gasperini quando ha detto che più si gioca e meglio è. Io da giocatore più giocavo e meglio era. Il problema non è che si gioca tanto: il problema è che non ci sono tempi di recupero. È lì che dobbiamo battere, non sul fatto che si gioca tanto. E poi, parliamoci chiaro, con quello che guadagniamo e con la vita che facciamo, è anche giusto essere ‘spremuti’ entro certi limiti. Infatti: quando ho iniziato io, in distinta c’erano 16 giocatori, adesso ce ne sono 23. Prima tre cambi, adesso cinque. Quindi gli strumenti per gestire ci sono. E mi dà fastidio anche il refrain: ‘Conte non è abituato alla Champions, ai tre impegni in una settimana…’. L’Atalanta di Gasperini è arrivata quasi in semifinale con una squadra, l’Inter è arrivata in finale. E poi guardiamo: anche il Real Madrid rischia. Le dinamiche sono tante”.

La partita col Chelsea però ha lasciato una nota positiva enorme: Antonio Vergara. È uno da Nazionale, magari da Mondiale?
“Non lo conosco personalmente, però mi ha fatto molto piacere: è stata una sorpresa a quei livelli. Chi conosce calcio sa che giocatore è, che caratteristiche ha. Ma io dico sempre che ci sono tanti altri fattori. Anche io domani vado a giocare a calcetto con i miei amici e ce ne sono alcuni che li vedi e dici: ‘Ma com’è che non hai fatto la Serie A?’. Perché poi contano pressione, personalità, continuità, tante cose che metti sul piatto della bilancia.
Il Vergara visto oggi è tanta roba. E mi fa sorridere chi dice: ‘Ma non poteva giocare prima?’. Naturalmente prima non era a questo livello”.

Lei parla di “tanti fattori”: lo collega anche alla sua carriera? In molti pensano che meritasse palcoscenici ancora più grandi e più Nazionale.
“Io preferisco parlare degli altri e poco di me, perché mi considero fortunatissimo della carriera che ho fatto. Ho sempre immaginato la mia carriera come una cassettiera piena di cassetti: da piccolo avevo tanti desideri e li ho aperti quasi tutti, me ne mancano un paio.
Ho avuto due o tre convocazioni in Nazionale e tanti mi dicono: ‘Avresti meritato di più’. Grazie, ok. E io rispondo sempre: se non sono andato stabilmente in Nazionale è perché magari in quel momento non avevo gli ‘occhi della tigre’. Magari qualcun altro li aveva, e io avevo gli ‘occhi del gatto’. Sono dinamiche. Le occasioni con grandi squadre le ho avute: alla Roma ci sono andato vicino più volte, a Napoli due o tre volte, alla Juventus quando Buffon si fece male avevo il contratto firmato a casa. A volte è andata bene, a volte è stata una mia scelta non andare perché sapevo che potevo rischiare di non giocare. E uno dei miei sogni era allenarmi ogni giorno con campioni come Totti, Del Piero, Higuaín: secondo me mi sarei migliorato ancora, alzando il livello quotidianamente”.

Restando sul Napoli: Lorenzo Lucca ha fallito l’occasione? O può rinascere dopo l’esperienza in Premier e magari tornare diverso?
“Lorenzo lo conosco. Per lui non è stato semplice: inizi una preparazione da una parte e poi vieni catapultato al Napoli. Ti ritrovi vice Lukaku, poi titolare all’improvviso, poi arriva Højlund e non sei più titolare, poi quando giochi… insomma, è una situazione a 360 gradi complicata. Sicuramente poteva fare qualcosa in più, questo è la base. Però cambiare aria e andare in un campionato con caratteristiche diverse può farlo maturare: ti prendi qualche batosta e anche qualche rivincita. Poi può tornare a Napoli più forte, perché i numeri prima di arrivare erano dalla sua parte”.

Ultima curiosità: oggi molte squadre alternano i portieri, soprattutto con tanti impegni. È stimolo o “spada di Damocle”?
“Dipende che persona sei. A me è capitato raramente che mi chiedessero: ‘Preferisci un secondo forte?’. Io rispondevo: ‘Prendete chi volete’. Non per presunzione: perché per me parla il campo, il rettangolo verde. Se arriva uno più bravo, è giusto che giochi lui. Però serve chiarezza dall’inizio: la gerarchia deve essere definita. Se sono sullo stesso piano, gioca chi sta meglio quella settimana anche in base all’avversario. Quello che non mi è mai piaciuto, sinceramente, è la sottovalutazione della Coppa Italia: ai primi turni sembra non interessi a nessuno, poi quando arrivi in fondo la vogliono vincere tutti. Io sono per un’idea chiara: se decidi che la Coppa Italia la gioca il secondo portiere dall’inizio alla fine, allora deve essere così. Non ha senso far giocare il portiere di coppa fino alla semifinale e poi, per ‘paura’ o per mancanza di rispetto, mettere il titolare in semifinale e finale. È lì che nascono incomprensioni e problemi mentali per un portiere”.

Il messaggio finale sul Napoli?
“Analizzerei bene quei 13 giocatori che il Napoli aveva l’altra sera: quanto potevano dare? Dall’altra parte c’era una corazzata con una panchina infinita. Ecco perché dico: sì, gli infortuni pesano, ma non è l’unica chiave. Il nodo è anche la qualità della rosa e soprattutto il recupero, perché senza recupero non reggi”.