Da 0 a 10: Il labiale di ADL in risposta a Insigne, la catastrofe Colantuono, l’effetto Meret e la grande colpa di Rrahmani

Il Napoli batte la Salernitana con le reti di Juan Jesus, Mertens, Rrahmani e Insigne. Spalletti vince la terza gara consecutiva.
24.01.2022 17:27 di Arturo Minervini Twitter:    vedi letture
 Da 0 a 10: Il labiale di ADL in risposta a Insigne, la catastrofe Colantuono, l’effetto Meret e la grande colpa di Rrahmani
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Zero agli eterni insoddisfatti. Che sbuffano, che manco esultano più ai gol, che mangiano e pensano alle calorie che stanno ingerendo. Che non si godono il momento, nemmeno quando la squadra fa quattro gol. Ma quando abbiamo smesso di divertirci? Quando è stato il momento preciso in cui abbiamo iniziato ad essere così insopportabilmente noiosi? Bisognerebbe tenere a mente la lezione di Woody Allen: “Se di tanto in tanto non hai degli insuccessi, è segno che non stai facendo nulla di davvero innovativo”.  Ansiogeni. 

Uno il gol subito. Ed è subito colpa di Meret. In ogni caso. L’effetto farfalla applicato al povero Alex. Qualsiasi cosa accada, anche dall’altra parte dell’universo, è sempre colpa sua. Pure se prende gol da cinque metri con uno che tira dimenticato in area di rigore. A questo punto, per il bene del ragazzo, c’è quasi da sperare che vada via. Napoli vive di ossessioni, fomentate da ossessionati di una vana gloria da cavalcare. Insensato.  

Due rigori, che sono stati analizzati in maniera analitica. Qualcuno ci ha provato pure a dire che non c’erano, in realtà come li giri li giri ci possono stare entrambi. Restano quasi marginali in una gara in cui il Napoli ha iniziato a bivaccare come un turista che non ha più fame di conoscere. Troppo netto il calo nella Salernitana per giustificare ogni tipo di recriminazione. 

Tre vittorie in fila, dieci punti su dodici a disposizione in questo folle gennaio. Ci siamo angosciati, come Schopenhauer dinanzi al suo pendolo e archiviato come illusoria la gioia di un Napoli che vinceva tutte le gare. “Si ma a gennaio, la Coppa d’Africa”. E giù, con la depressione. Poi gennaio arriva ed il Napoli risorge. Una grande lezione di vita: esiste solo un tempo per cui vale la pena preoccuparsi, il presente. Il resto è solo timore di vivere o di non aver vissuto abbastanza. 

Quattro reti in campionato, tutte su rigore, per Insigne. Bella l’esultanza, la reazione, ma il labiale sembra artefatto, parte di una sceneggiatura che ora diventa stucchevole. Che se poi iniziamo con i labiali, chissà cosa avrebbe potuto sussurrare De Laurentiis in tribuna. Questi mesi non diventino un modo per alimentare discussioni che in questo momento non servono a nessuno. I tifosi non sono Annamaria Bernardini De Pace, non fanno i divorzisti. Insigne non deve giustificarsi con la cazzata del ti lascio perché ti amo troppo. Non ci crede nessuno. Insigne va via perché il Napoli non ha ritenuto di soddisfare le sue richieste economiche. Se non fosse arrivata l’offerta monstre di Toronto, magari Insigne si voltava dall’altra parte del letto. Dava un bacio al Napoli e vivevano tutti felici e contenti. In realtà, c’è una percezione differente: che questo finale non scontenti nessuna delle parti. “Chiacchiere e tabacchere ‘e ligno, ‘o banco ‘e napule nun se ‘mpegna”.

Cinque a Colantuono, monotematico nella giustificazioni post gara e nei racconti apocalittici del dopo gara, con gente che vomitava negli spogliatoi, calciatori avvolti da una coltre soffocante come in uno scenario dantesco. Ha problemi anche con i calcoli il tecnico della Salernitana, che invoca i due calciatori guariti ma non presenti perché impossibilitati a fare le visite per rientrare: anche conteggiandoli, i positivi sarebbero stati 8 e si sarebbe giocato in ogni caso. Arrivato al Maradona con una valigia piena di scuse pronte per l’uso come un rappresentante della Folletto.

Sei a Elmas, che ha il dono di trovarsi al posto giusto e non è mica da sottovalutare. Alla Cotechiño serve l’assist a Juan Jesus, poi è bravo nello slalom che induce Veseli in tentazione: la maglia si allunga, il rigore affossa le speranze dei granata. C’è una crescita costante, non è folgorazione, ma un’intensità che via via si fa più percepibile. Il macedone sembra rispondere, senza aver fretta, alle domande sul tipo di calciatore che potrà diventare. Che sta diventando sotto ai nostri occhi, senza nemmeno farcene accorgere. La lentezza è un valore da preservare: consente di analizzare meglio la realtà che ci circonda. 

Sette punti di vantaggio sulla Juve (con il vantaggio dello scontro diretto) e quattro di distacco dall’Inter (che deve recuperare la sfida di Bologna): Spalletti si guarda alle spalle e può sorridere, perché le scarpe portano segni di una strada che si era fatta impervia. “Un paio di scarpe durava una vita, e se andavi scalzo d'estate, risparmiavi le scarpe e i piedi si rinforzavano”. In Napoli è andato scalzo, pure d’inverno ed ora si trova piedi più forti e scarpe nuove da indossare per il grande finale. Che affare Luciano.

Otto a Ciro, che ha cambiato passo come Pantani che stacca Indurain sul Mortirolo nel 1994. C’è una nuova giovinezza, più matura e consapevole, nel nuovo capitolo di questo libro che attende solo il lieto fine. Dal 21 novembre, giorno dell’infortunio di Osimhen, Mertens si è ripreso il Napoli ed una centralità che sembrava svanire: da quella data 7 reti in 11 gare. Con la Salernitana anche l’assist per la rete di Rrahmani. Ciro, what else? 

Nove a Rrahmani, l’insostituibile Rrahmani. Che poi quasi te ne dimentichi, perché non ti crea mai un problema e finisci per darlo per scontato. Come la Fiat Panda che da trent’anni ti scarrozza da una parte all’altra, e tu mica gli dici grazie. Ricerchiamo le complicazioni, ci piacciono quelli belli e dannati, spesso inaffidabili, in ritardo. È la sindrome James Dean, della Gioventù bruciata che si consuma in fretta. Amir è gli antipodi di quello stereotipo e purtroppo infiamma meno cuori. Ma quanto è forte. E quanto è importante…

Dieci al terzo tentativo di Juan Jesus. E se ci pensate, riassume alla perfezione la sua storia che ripercorre pedissequamente gli insegnamenti di Troisi ad Amanda Sandrelli: “Bisogna provare, provare, provare…”. Così ha fatto il difensore, che ci ha creduto più di chiunque altro. Che si è andato a prendere il riscatto con l’unico strumento che aveva a disposizione: il lavoro. Sostanza, serietà ed una incrollabile fede nel dio sacrificio. “Non ci resta che piangere”. Ma è gioia.