Da 0 a 10: il nuovo colpo da 80 mln, Gattuso terrorizzato dalla squalifica, il funerale del calcio liquido ed il doppio Sombrero di Elseid Cafù

12.01.2020 12:17 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da 0 a 10: il nuovo colpo da 80 mln, Gattuso terrorizzato dalla squalifica, il funerale del calcio liquido ed il doppio Sombrero di Elseid Cafù

(di Arturo Minervini) - Zero cambi prima del minuto 84, dopo gli 81’ attesi nella sfida all’Inter. Gattuso insiste, forse troppo, in questa terapia d’urto su questo blocco di titolari. Immobilismo dell’animo che nasconde magari una piccola paura di turbare un equilibrio labile, quello di un paziente disteso su un lettino da psicologo alle prese con le proprie paure più recondite. Da uno come Ringhio, però, questo atteggiamento timoroso non è lecito attenderselo: qualcuno provi a spiegargli che il regolamento gli consente di togliere un calciatore che passeggia in campo (ogni riferimento a Callejon è puramente voluto) senza rischiare nessuna squalifica

Uno al raptus che ancora una volta squarcia un cielo che sembrava voler tornare azzurro. Una secchiata di vernice che esplode sulla tela a delineare l’ennesimo profilo dal volto triste, un buco nero nella testa di Ospina difficile da comprendere e da giustificare. C’è la biografia di questo Napoli buttata giù in pochi secondi, graffiti di una instabilità emotiva frutto di un percorso scavato dentro ad un terreno senza uscite. Un Tim Robbins che scava il suo tunnel per spiegare ‘Le Ali della libertà’, scegliendo però una strada che non ha vie di sbocco: insensato e di cattivo gusto come un dentifricio allo zenzero.

Due Sombreri ed un ‘No look’ in uscita dal pressing di Hysaj, omaggio alla giocata che in quello stadio permise a Cafù di posterizzare Nedved in eterno in un famoso derby Lazio-Roma. Un trattato sui cambiamenti climatici al confronto racconta poco di come nell’universo basti un secondo per devastare antiche certezze. Una prestazione solida dell’albanese che dimostra che nel calcio e nella vita percepire la fiducia di chi ti gestisce è un passaggio obbligato per aumentare il proprio rendimento. Che sia un nuovo inizio per una storia che sembrava già bella che sepolta? 

Tre al salto della quaglia di Lazzari, con Orsato che ha pure il coraggio di fischiare fallo ad Allan quando, al limite, doveva valutare il giallo per il laziale già ammonito. È il calcio della finzione, un baraccone che perde pezzi di credibilità al ritmo incessante della vergogna. Il rigore (con annessa espulsione) non concesso all’Atalanta contro l’Inter sintetizza quello che non è più un mistero di Fatima: “Lo spettacolo è finto di brutto, hanno tutti capito il trucco. Tranne te”. Dal Vangelo secondo Fabri Fibra.

Quattro gare di Gattuso e tre punti raccolti. La cura sembrerebbe inefficace, ma il dato merita approfondimento specifico. Perché in questi 360’ sono disseminati strafalcioni da fare invidia ad un saggio breve scritto a quattro mani da Antonio Razzi e Luca Giurato. A Gattuso vanno riconosciuti meriti non eccezionali, ma nemmeno irrilevanti. Ha lavorato nella testa, nelle gambe, nella ricerca delle antiche certezze. Al momento ancora non basta. Ma non si può evidenziare che qualcosa si muova. Che ‘Eppur si muove’ questo universo azzurro dilaniato da forze stellari avverse che servirebbero Due Papi come nella sceneggiatura geniale di Paolo Sorrentino per una benedizione collettiva.  

Cinque e mezzo a Fabiàn Ruiz, che potrebbe però essere il grande colpo di gennaio, il top player da 70/80 milioni capace di ridare qualità alla fase offensiva. Già, perché l’opera da contorsionista russa di infilarsi dentro ad una scatola di un ruolo che, proprio non è il suo, è terminata con l’arrivo di Demme e Lobotka. Il peccato originale Ancelottiano espiato dallo spagnolo, sineddoche sventurata di un mercato in mediana che ha lasciato zone desertiche come nella pettinatura con ardito riporto di Donal Trump. Il valore dei nuovi acquisti va letto anche con l’ulteriore risvolto di permettere al talento dello spagnolo di esprimersi senza restrizioni di una posizione che lo ha esposto a troppe brutte figure. 

Sei e mezzo fino a quel momento ed un flash-back nella mente. Al 42’ del primo tempo, rovesciata insensata di Mario Rui, che lascia un pallone d’oro in area, sul tiro schiacciato di Milinkovic-Savic arriva Di Lorenzo a salvare sulla linea. Nella ripresa, ancora un pallone diretto verso la porta. Ancora Giovanni come ultimo baluardo della fede, manco fosse un passaggio del Vangelo. Questa volta, però, la lucidità manca. Lì dove serviva calma, l’ex Empoli ci infila irruenza. Difficile condannarlo per una scelta presa in una frazione di secondo, ma giocare a certi livelli impone la capacità di elaborare scelte vincenti in poco tempo. Sarebbe bastato anche metterci il corpo a modo di scudo, Di Lorenzo ha scelto la spada. E la violenza non è mai una scelta che ti premia. “La vera moralità non consiste nel seguire il sentiero battuto, ma nel cercare ciascuno la propria strada e nel seguirla”. 

Sette sconfitte nel girone di andata, le stesse dell’intero campionato scorso, le stesse del Napoli di Sarri negli ultimi due anni con il tecnico in panchina. Una novità assoluta, una pessima abitudine con cui iniziare una connivenza forzata, indesiderata ed inattesa. L’orizzonte capovolto in pochi mesi, un biglietto per una destinazione infernale comprato per errore su un sito truffaldino online. C’era una volta il Vaso di Pandora rovesciato, ora sigillato con quelle macchine sottovuoto vendute nelle telepromozioni del primo pomeriggio, di quelle che se non ci stai attento ti risucchiano pure l’anima. “E' un mondo difficile e vita intensa felicità a momenti e futuro incerto”. Ma una piccola luce si è vista.

Otto alla fantasia che non ha limiti. Nelle quattro gare di Gattuso sulla panchina azzurra, l’immaginazione degli azzurri ha raggiunto vette da far invidia alla penna ispirata di James Joyce nell’Ulisse. Peripezie e sventure di ogni sorta per farsi del male da soli: dalla sventurata palla persa di Koulibaly (con annesso infortunio) contro il Parma, alla scivolata di Zielinski sempre contro i ducali, per passare ai tre regali offerti all’Inter. Infine arrivo Ospina. Sei reti delle sette subite infiocchettate con le proprie mani, quando non si correva nessun rischio. È proprio vero che “Dio fece il cibo, il diavolo il condimento”.

Nove ai nuovi acquisti. Non per il valore in senso assoluto, che giudicheremo solo una volta visti in campo. Perché raccontano di una volontà di semplificare, di riportare tutto nell’ordine naturale nelle cose. Un regista ordinato a fare il regista ordinato, come si fa dalla notte dei tempi. Una mezz’ala che fa rifiatare Allan e che permette a Zielinski e Fabiàn di giocarsi una maglia da titolare in base allo stato di forma. Il calcio liquido che si è liquefatto, accantonato dopo la grande cantonata presa. L’impresa eccezionale, credimi, è essere normale. Lo cantava Lucio Dalla, qualcuno al Napoli lo aveva dimenticato.

Dieci a tratti di gara come tuffo nel passato recente. Passeggiando tra le macerie di una squadra capace di scandire spesso ritmi e andamenti delle partite, il Napoli per diversi minuti prende il controllo della gara. Ne orienta gli sviluppi e ridimensiona il clamore di una Lazio più fortunata in questa stagione di Lino Banfi che gioca il ‘2’ alla roulette nel finale de ‘Il Bar dello Sport’. Ci sono impulsi vitali da registrare, dita che si muovono come quelle di Lenny Belardo (alias Pio XIII, alias Jude Law) disteso sul letto. C’è uno spirito rinnovato e ritrovato che fa a cazzotti con un destino ancora una volta girato di schiena. Ma questo Napoli ci ha fatto finalmente emozionare e non accadeva da tempo. Testa bassa, che la strada forse è quella buona.