Da 0 a 10: il trattamento disumano, la truffa milionaria, la verità su Zanoli e Spalletti che non è un pirla

Mario Rui e Lobotka i migliori, grande prova di Insigne e sorprendente prestazione del giovane Zanoli in casa Napoli a Bergamo
04.04.2022 20:22 di Arturo Minervini Twitter:    vedi letture
Da 0 a 10: il trattamento disumano, la truffa milionaria, la verità su Zanoli e Spalletti che non è un pirla
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Zero spazio per il mediocre insultatore camuffato nel gregge. Ve lo immaginate guardare, dal basso verso l’alto, lo statuario Kalidou? Avrebbe le palle per vomitare la sua stupidità? Starebbe muto, ma noi non possiamo fare lo stesso. Non dobbiamo temere questo corpo, ma la sua mente sì. Perchè cerca complici, sostegno, vipere che magari hanno dentro al petto lo stesso veleno, il male incurabile dell’intolleranza. Fuori dagli stadi. Fuori dai coglioni un animale del genere. 

Uno l’esperimento sociale in scena a Torino. Che strano ritrovarsi dall’altra parte della barricata, dentro agli alberghi con gli scudetti persi. Perdere improvvisamente l’aplomb, vedere all’improvviso l’effetto che fa quando l’ingiustizia ti si rovescia sul capo. Allegri perde la testa e pure la giacca e gli arbitri non diventano più gli alibi dei perdenti. Quanto è misera le vita negli abusi di potere.

Due i gol in campionato di Politano che rompe un digiuno estenuante come quello di Fantozzi alle prese con le polpette di Bavaria. Meravigliosa la girata al buio di Matteo, dal coefficiente di difficoltà 3.1, che è esibizione balistica esemplare, ma non solo. È un grosso atto di fede: Matteo ‘Don’t look up’ semplicemente perché si fida delle doti di Insigne. Non ha bisogno di controllare, crede fortemente che quel pallone arriverà in quel punto. E si fa trovare puntuale all’appuntamento col destino.  C’è tanto del Napoli di questo Spalletti in questo puro gesto di fedeltà.

Tre in campionato per Elmas, che te lo ritrovi sempre buono per quello di cui hai bisogno. Ha cambiato più ruoli lui che partiti certi saltimbanco in parlamento ma, a differenza loro, è sempre rimasto coerente nell’apporto e nell’impegno. Entra coi tempi giusti nella trama della gara, trovando l’argomentazione che chiude il dibattito. Sentenzia macedone, un sapore che avevamo già assaporato la scorsa settimana. Qui però è un godimento assoluto. 

Quattro assist per Lozano. C’è tutta la volontà di vincere la gara nella ripartenza finalizzata dal Chucky, con un dettaglio da non lasciarsi sfuggire: il movimento a centro area di Koulibaly, che libera lo spazio per Elmas. Se il tuo centrale difensivo è l’uomo più avanzato che hai al minuto 81’, vuol dire che nella testa hai una voce che ti sussurra senza sosta: provaci, che magari è la volta buona.

Cinque a chi non sa guardare. Che valuta un viaggio dal traguardo, senza godersi la strada. Il luminare del pallone Dries, per tutti Ciro, Mertens a Bergamo si mette a fare il regista. Studia gli spazi, attende e spera forzando la speranza con l’azione. Il movimento che porta al rigore che sblocca la gara è un graffio breve, profondo, indelebili sulle pareti della gara e nelle paure dell’Atalanta. L’aveva fatto uguale, segnando, 4 anni fa sullo stesso campo. Lì segno, qui è stato sesto ma il concetto non cambia: Oops!... I Did It Again.

Sei come un respiro, una boccata d’ossigeno profonda dopo le apnee delle scorse settimane. Nel momento peggiore, con la clessidra che inesorabile consuma i granelli dell’addio, ecco Insigne nella sua versione originale: 100% scugnizzo. Piazza alle spalle di Musso un pallone che pesa quanto Fontana del Carciofo, poi simula un dialogo con Mario Rui per poi battere repentino la punizione malandrina per Politano mandando in tilt la difesa bergamasca. Coraggio e astuzia a servizio della squadra: bravo Lorenzo.

Sette da giocare e Spalletti mostra un’altra versione del suo Napoli. Uguale e diverso, coerente ma la forza di ammettere i proprio errori, capace di rinnovarsi senza macchiare la propria identità. Perchè non esiste una sola verità, un solo modo di vincere, un unica strada per ottenere i risultati. Esistono letture, interpretazioni, domande che richiedono risposte da elaborare in fretta. Senza tre colonne, sapeva di dover puntare su altre robe: Luciano non è un pirla.

Otto a Zanoli, che sembra uscito dal cast della serie Manifest. Sparito per anni sul volo 828, quello che doveva essere un esordiente impaurito, si presenta a Bergamo da veterano. Non arretra, non dubita, non trema e non cede mai il suo animo in pasto alla fretta.  Tutt’altro: sull’assist a Mertens (poi atterrato in area da Musso) stupisce la lucidità con cui attende il momento migliore per servire il compagno. Come dice Spalletti c’è un entusiasmante ordinarietà nella prestazione di questo ragazzo apparsi già solido, consapevole, maledettamente pronto. “Ah, in me son tutte le strade. Ogni distanza o direzione o fine mi appartiene, sono io. Il resto è la parte di me che chiamo il mio mondo esteriore”. Che non pare turbare il giovane Alessandro.

Nove al trattamento disumano che Lobotka impone ai suoi avversari. Come l’Alex DeLarge di Arancia Meccanica, sottopone i rivali ad una ‘Loboktomia’ (rivendico il neologismo): li costringe a vedere una partita che ha già disegnato nella sua testa, nella sua zona si fa quello che decide Stan, si tengono i suoi ritmi e gli altri possono solo star lì a inseguire, impazzendo dietro questo ritmo sincopato fatto di inchiodate improvvise e accelerazioni altrettanto inattese. È la vera novità, la differenza sostanziale tra uno (Gattuso) che non ci aveva capito niente di lui e l’altro (Spalletti) che ci ha visto l’evoluzione naturale del suo Napoli. È la meridiana azzurra: è Stan a scandire il tempo e non il contrario.

Dieci a Mario Rui, l’ultimo dei sognatori. Avamposto in difesa degli imperfetti, di quelli che hanno l’armadio con qualche scheletro ma non vogliono mica nasconderlo. Ha tramutato le critiche feroci in crescente motivazione, mostrando una comprensione del gioco di primissimo livello. A Bergamo sembrava aver già visto la gara, un broker che fa insider trading conoscendo in anticipo il flusso delle azioni. Vederlo giganteggiare su quella corsia mancina è una rivendicazione dei fedelissimi dell’ultimo banco, maledettamente intelligenti ma a volte distratti, troppo romantici per essere inquadrati in un cliché. Viva Mario, la sua diversità, il suo passato zeppo di cadute, la sua capacità di rigenerarsi, la sua incrollabile fede nel futuro. Mario siamo noi, vinti, battuti, ma sempre in piedi e pronti a sostenere idee in apparenza folli.