Da 0 a 10: la bufera su Osimhen, la questione rovente Mertens, la sfuriata di Gattuso e i cambi disastrosi

02.11.2020 12:55 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Da 0 a 10: la bufera su Osimhen, la questione rovente Mertens, la sfuriata di Gattuso e i cambi disastrosi

(di Arturo Minervini) - Zero alibi. “Io parlo della partita, non dell’arbitro” dice Gattuso travestito da vecchio saggio Indiano con le gambe incrociate e nel petto un rodimento manco avesse ingurgitato tre chili di ‘Nduja. Fa il negoziatore Rino, conosce bene la piazza e sa che dopo una gara così attaccare la squadra (in pubblico) darebbe fiato a troppe trombe e trombini impolverati. La sfuriata la farà in privato e forse la scelta è quella giusta. 

Uno il black-out di Giovanni. Avventato Di Lorenzo, che si fa prendere dalla smania e pesta il piede di Raspadori manco dovesse preparare un Mojito. Il sapore del cocktail è amarissimo, la morale resta sempre la stessa: nella tua giornata peggiore, ‘se qualcosa può andare storto, lo farà’. Murphy e la sua legge sono come il Cavaliere nero: ‘Non je dovete caca er cazzo’. 

Due gare senza segnare in dieci giorni. Az e Sassuolo, vicinanza genetica da test del dna: forse una gara genera l’altra. O forse sono la stessa gara, gli stessi errori, la stessa spolverata di imprecisioni che racconta chi eravamo, ed avevamo promesso di non essere più. C’è una piccola bugia, una promessa violata, l’eterno ritorno sulle sponde delle proprie paure. Qui c’è da rituffarsi in fretta, ci vuole un’idea. Ci vorrebbe, insomma, na' mandrakata.

Tre punti lasciati per strada, i primi in campionato nelle gare realmente giocate. Tre gare, le ultime, così diverse, come un volto del Napoli che cerca ancora di definire i propri lineamenti. A tratti spiazzante, come essere il figlio di Marlon Brando e non sapere mai con chi stai interagendo: se con Vito Corleone, col colonnello Kurtz o Stanley Kowalski. Perdere riferimenti è il rischio da evitare, la coerenza di base è la via da perseguire.  

Quattro davanti, ma sembrano parti estranee. Sono elettroni che non si strofinano tra di loro gli attaccanti azzurri, particelle isolate come in una bottiglia di acqua minerale. Ognuno spinge in una direzione, che non risulta mai quella scelta dal compagno. Una divergenza di argomenti e sforzi che ha l’effetto di annullare le fatiche altrui. Ci risiamo, un ‘Superclassico’: dio che fastidio.

Cinque a Ciro, a cui spunta un ciuffo bianco sulla testa e diventa come il più cattivo dei Gremlins dopo aver mangiato fritto misto dopo mezzanotte (rigorosamente cibo d’asporto, ristoranti chiusi). Finisce dietro la lavagna Dries, che spara a salva e spreca un pezzo di marmo scolpito da Politano che necessitava di un solo ritocco per diventare capolavoro. Modulo, posizione, gestione delle energie: come sempre la verità affonda dentro un grande vaso, bisogna avere il coraggio di guardarci dentro ed affrontare la questione. Nessun dramma, ma nessun dorma. 

Sei al povero Bakayoko. Che è grosso assai, che spesso è pure solo assai. Quando le cose vanno bene, si fa la figura degli eroi. Quando le cose vanno male, bisogna sedersi e riflettere: può l’universo del Napoli poggiarsi sulla schiena del novello Atlante col numero 5? “La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste”. Le fatiche del destino azzurro andrebbero condivise anche da altri: l’equilibrio dovrà essere l’argomento all’ordine del giorno.

Sette gare giocate ed una considerazione immediata: l’Europa League è impegno che il Napoli può gestire mentalmente? Dopo la grande prova con l’Atalanta è arrivato il flop con l’Az, dopo l’impresa in Spagna ecco lo stop in campionato. Non sappiamo se si è già di fronte ad una scelta, ma sappiamo che in questo momento Gattuso deve iniziare a ragionare con un doppio cervello, sdoppiare le motivazioni e trovare il modo di ottenere risposte simili da stimoli differenti. Mica semplice. 

Otto-zero. Nascere e morire nello stesso giorno, nella giornata dedicata al ricordo di chi non c’è più. Ci sono le tracce ancora calde sul terreno, l’artista che senza fare rumore abbandona il palcoscenico in attesa dell’ultimo applauso. Che arriva puntuale, fragoroso, dirompente. Gigi attraversa la strada, con la risata magica che illumina per un giorno tutto il Paradiso. Proiezioni di Proietti nell’altrove, che sono già un vuoto enorme da questa parte della strada. Sipario. 

Nove sulle spalle e gli occhi del mondo addosso: non ha margine Osimhen, porta con se un peso che dovrà imparare a gestire. Si danna, ma è precipitoso. Elabora concetti di livello, ma è frettoloso nelle conclusioni. Corre disperato provando a colmare la distanza tra pensiero ed azione, arrivando spesso confuso all’ultimo passo, quello decisivo. Bufera in campo, dove non smette mai di soffiare sul fuoco della gara (non sempre con la giusta lucidità). Bufera fuori dal campo, dove già crea le prime frazioni. Inizieranno a dire di lui: acerbo, non pronto, poco cinico sotto porta. Sarà cibo che andrà ad alimentare la fame di un ragazzo che deve solo affinare certi meccanismi. La ricordate la storiella della potenza e del controllo? È solo questione di tempo. Io resto ancora iscritto al partito di Victor. 

Dieci ai ritorni, seppur pessimi di Zielinski ed Elmas. C’è bisogno di nuove idee, nuovi polmoni, di rotazioni da allargare per sostenere gli impegni di un calendario che non concedere respiri. Il più grande impegno per Gattuso sarà quello di distribuire le tossine, rubare dalle sinapsi di ogni azzurro uno spunto brillante che risolve un momento di annebbiamento. È la panchina lunga, come piaceva ad Oronzo Canà, il segreto di un calcio sempre più schiavo dei troppi impegni. Che non ha pause, che deve solo dare in pasto uno spettacolo. Che rischia, così, di essere sempre più modesto.