Da 0 a 10: la risposta choc di Giua a Milik, il segreto di Koulibaly, il rimpianto di Gattuso e la guerra contro l'Aia di Rocco e suoi fratelli

Napoli ancora ko al San Paolo: scandalosa la decisione di Giua su Milik, male anche Gattuso nelle scelte iniziali. Altra brutta prova per Koulibaly
10.02.2020 12:12 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da 0 a 10: la risposta choc di Giua a Milik, il segreto di Koulibaly, il rimpianto di Gattuso e la guerra contro l'Aia di Rocco e suoi fratelli

(di Arturo Minervini) - Zero al guanto di sfida lanciato al sistema da Antonio Giua. “Ho deciso io” ha replicato ai calciatori del Napoli che chiedevano il penalty, quando dal Var lo avevano invitato a rivedere l’immagine. Lì, in cabina, non avevano potuto ignorare lo sgambetto ricevuto da Milik e la scelta di Giua rischia di far crollare tutto il sistema, distrugge ogni fondamento del Var. Come si può consentire ad un direttore di gara di ignorare il supporto tecnologico? Come può sputare addosso all’evoluzione, all’evidenza delle immagini, premettendo il suo ego alla giustizia? Chi consente questo ne è complice. Chi non lo condanna a voce alta è un gran vigliacco. Come i leoni da tastiera che abbiano fino a quando sono nascosti dietro ad uno schermo. Qui è il momento di metterci la faccia. Di urlare forte. Di dire ‘NO! NO! NO!’ Come l’epico John Malkovich di Paolo Sorrentino a Lourdes.

Uno il girone intero senza rigori: l’ultimo proprio sul campo del Lecce, lo scorso 22 settembre. Un’altra era geologica, Greta Thunberg ancora non aveva dovuto assistere agli incendi in Australia e noi alle scenette confezionate ad hoc tra Morgan e Bugo o come cavolo si chiama. Una questione esiste, perché quello di Milik è il 15° rigore palese non assegnato al Napoli in questo campionato. Non due, cinque, sette. No. Quindici. E noi siamo così nemici della nostra patria che accusiamo Milik di come è caduto, come se ci potesse iscrivere alla scuola ‘Dybala&Cuadrado’ dei tuffi in area. Sgambetto: rigore. Nessun margini di discussione. Solo un’immensa, sconfinata, debordante vergogna verso un campionato che appena ha fiutato di un Napoli di nuovo in zona Champions gli ha di nuovo messo i piedi in testa per ricacciarlo in fondo al sacco. Credere alle coincidenze è da stupidi. Avere 15 prove basterebbero a far incriminare anche un pacifista indiano senza precedenti penali. 

Due centrali che non giocavano rispettivamente dal 14 dicembre (Koulibaly) e dal 1 dicembre (Maksimovic). L’azzardo di Gattuso non paga, ne esce un Napoli fratturato nella zona centrale della difesa, incapace di dare consistenza al reparto. “Alla luce della gara è una scelta che non rifarei”, confessa Ringhio che poi giustifica l’assenza di Manolas: “È stato ad Atene a trovare la figlia”. ‘I figli... so' pezzi 'e core’ e su questo nulla questio, però a questo punto perché non insistere con Di Lorenzo centrale sicuramente più rodato di una coppia così arrugginita?

Tre reti subite, dopo le due di Genova, quella con la Juve e la doppia sberla con la Fiorentina: 8 in totale nelle ultime 4 gare. Se il Napoli voleva vestire i panni del salmone, pronto a risalire la corrente, doveva partire da una solidità difensiva che resta ancora Utopia alla Tommaso Moro. Concetto teorizzato, sfiorato, magari idealizzato nella testa di Gattuso ma non ancora trasferito in una squadra che paga amnesie dei singoli e poca abitudine a lavorare con la linea dei quattro in maniera rigida.

Quattro-due-tre-uno. Aveva provata a ribaltarla così Gattuso, pescando il jolly ad inizio ripresa che vale l’1-1. Forse, in quel momento, sarebbe servita una valutazione globale, di un Napoli troppo esposto al palleggio del Lecce e con Demme e Zielinski in balia delle onde che al confronto il capitano Achab se ne stava beato sulla sua barchetta. Con ancora più di mezz’ora da giocare, l’equilibrio avrebbe fornito garanzie ad entrambe le fasi ed invece il tecnico ha lasciato il Napoli in versione Penelope di Notte, intento a sfilacciare una tela che con tanta fatica aveva ricostruito. Restano brandelli di una grande occasione sfumata, un grande ritorno verso Itaca sfumato per il canto ammaliante di sirene che hanno tolto lucidità a tecnico e squadra. 

Cinque di stima a Koulibaly, intento nel remake di Space Jam quando ai super campioni viene rubato il talento da forze aliene. Manca anima dentro quella stazza per anni dominante, un collegamento interrotto tra cuore e muscoli, un corto circuito emotivo che impedisce la comunicazione tra volontà ed azione. Come preparare i ‘peperoni mbuttunati’, ricetta tanto cara alle nostre nonne, senza ripieno: resta solo un vuoto involucro, una crisalide che non sarà mai farfalla. Che strano percorso per Kalidou, che tornava da una lunga assenza ma che quest’anno ha già goduto di tante, forse troppi, attenuanti. 

Sei sconfitte in campionato al San Paolo, ben quattro nell’era Gattuso. È un trend inspiegabile, perché questa è la stessa squadra che a Fuorigrotta ha mandato al tappeto prima Lazio e poi Juve. C’è una discrepanza evidente, a tratti dilaniante, tra il mondo ideale quello reale di questo Napoli. Se parte bene resta solido nella partita, al primo episodio sfavorevole implode. Come ne ‘I sogni segreti di Walter Mitty’ c’è una paralisi inspiegabili tra sogno e realtà, tra il mondo come te lo immagini ed il mondo su cui vai ad incidere con le tue azioni. ‘La vita è avere coraggio e affrontare l’ignoto’ è la grande lezione di quel film, una morale che proprio non riesce ad essere assimilata da questo Napoli più fragile di un bicchiere di Cristallo poggiato sul sedile posteriore di una cinquecento pronta ad ospitare dodici elefanti. 

Sette a quella maledetta prima mezz’ora. Spumeggiante, organico nei movimenti, lucido nelle letture e negli anticipi, il Napoli schiaccia il Lecce e dovrebbe chiudere con almeno tre reti i discorsi. Milik prima, Zielinski poi in due occasioni, si fanno risucchiare dalle paure che riemergono come un pasto che non hai davvero digerito. Ci sarebbe da applaudire, ma c’è l’incompiuto che questa volta non è capolavoro come in un’opera di Michelangelo. Perché nel gioco del pallone puoi ricamare quanto vuoi, ma alla fine conta che il pallone varchi la linea di porta. Prima di quel momento è tutta retorica. Per carità, bella, piacevole da ascoltare, ma che resta puro vaneggiare se non si concretizza nell’atto finale: l’orgasmo.

Otto presenze in campionato per Ospina ed 11 reti subite. Ma non è nemmeno una questione di processare il buon David. È che nessuno può sognarsi di chiedere ad Ospina di essere Meret. Non può esserlo. Non lo è, non lo sarà mai. Sono fatti di materiale differente, hanno struttura genetica differente. Mettere in discussione questa gerarchia cristallina è stato l’errore più grande di Gattuso, l’arma del dubbio usata contro se stessi. Un fuoco amico che alla fine ha generato incertezza e confusione, turbamenti ed errori in serie di Meret e dello stesso Ospina. Il calcio è semplice, si gioca con un solo portiere. E quello nel Napoli non può che essere Alex. Da qui ad almeno il 2032. Poi dopo ne iniziamo a discutere. 

Nove punti in otto gare raccolti da Gattuso in Serie A dal suo arrivo, senza mai tenere inviolata la propria porta. La fragilità di cui narra in conferenza resta reale, concreta, tangibile. Una fragilità che Gattuso contro il Lecce ha condiviso, lasciandosi contagiare nelle scelte, troppo emotive. Voleva vincere ma non ha studiato il modo migliore per farlo e, ancor peggio, non ha reagito alle indicazioni che arrivavano dal campo. Cieco, come Jorge da Burgos ne ‘Il Nome della Rosa’, stavolta è Rino l’assassino del Napoli.  “Il riso uccide la paura, e senza la paura non ci può essere fede” raccontava il personaggio nato dalla penna di Umberto Eco. Purtroppo, dopo una parentesi fugace, il Napoli di Ringhio torna senza sorriso, senza fede e solo con una grande paura.

Dieci a Rocco e i suoi fratelli. Rocco, in questione Commisso, arriva dall’America e si scandalizza per quello che qui in Italia è ormai normalità. Ma Rocco accende una miccia, che diventa una grande occasione. Si accoda Fonseca ‘Gli arbitraggi in Italia non sono uguali per tutti’, poi tuona Giuntoli ed infinte esplode il Parma per le scandalose decisioni subite contro la Lazio di Lotito. Nella settimana in cui l’ex arbitro Boggi aveva evidenziato ‘il rischio di una nuova Calciopoli’.  Il dado è tratto, Nicchi e Rizzoli sono adesso con le spalle al muro e la resa dei conti pare essere vicina. Il loro operato è disastroso e non resta che sperare, come nel film di Visconti, che: ‘Il nostro paese diventerà una grande città, dove gli uomini impareranno a fare valere i loro diritti”. Dimissioni: subito.

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Un post condiviso da Arturo Minervini (@arturo_minervini) in data: 9 Feb 2020 alle ore 10:25 PST