Da Zero a Dieci: ADL raddoppia la multa ad Allan, la distruzione social di Insigne, l’addio straziante e le dimissioni di Ancelotti rinviate

Napoli coraggioso a Liverpoo: prove eccezionali di Koulibaly e Manolas, Di Lorenzo magnifico, Allan torna guerriero e Mertens non sbaglia
28.11.2019 13:48 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Da Zero a Dieci: ADL raddoppia la multa ad Allan, la distruzione social di Insigne, l’addio straziante e le dimissioni di Ancelotti rinviate

(di Arturo Minervini) - Zero a chi non c’era, perché gli assenti hanno (spesso) torto. Non è una polemica sterile, un chiacchiericcio da alimentare soffiando rancore su un incendio ancora accesso. Vuol essere monito per il domani, morale da tenere nel cassetto per il futuro dove tenere bello in vista il libro ‘Il Dovere di un Capitano’. Perché ci sono circostanze in cui un gesto vale più di ogni altra cosa, momenti che hanno bisogno di icone da venerare. Insigne che viaggia con la squadra sarebbe stata una pasticca di serenità da buttar giù tutta d’un fiato. Insigne che resta a casa è simbolicamente un capitano che abbandona la nave, equazione troppo immediata da dare in pasto ai famelici squali di questo periodo, che annusano sangue ad ogni ferita azzurra. Servirebbe solo maggiore attenzione, o ancor meglio partecipazione. ‘I Care’ diceva Don Milani. 

Uno lo svarione di Meret in uscita, salvato dalla lastra di ebano che gira per il campo con attaccata una scritta ‘Koulibaly’. Macchia senza dazio per Alex, ma la questione da analizzare è altra: quante parate ha dovuto compiere ad Anfield? Ne ricordate una? Lo sforzo mnemonico è il primo indizio di una partita fatta di armonie difensive nell’ultimo periodo più introvabili dei nuovi biscotti della Nutella negli scaffali di un supermercato. È stato un Napoli che annullato il Liverpool nelle sue certezze, chiudendo i rubinetti alle fonti di gioco dei Reds a cui ha lasciato solo una superiorità resa spesso sterile. Castrazione calcistica per uno degli attacchi più forti al mondo. Mica male.

Due sfide ed un mezzo un volo Pindarico, illogico per natura, senza alcun legame con punto d’arrivo e punto di partenza. Dal Liverpool a Liverpool, un volto sfigurato nel corso dei giorni prima di ritrovarsi, magari con qualche ruga in più ma con spirito rinnovato. È un cammino spirituale complesso, una riflessione profonda come la crisi identitaria esplosa con tutto il suo fragore nella maledetta notte del 5 novembre. Bisogna perdersi per ritrovarsi, toccarsi il viso con le mani e tastare nuove parti di una faccia nuova da scoprire allo specchio. Nella patria di Churchill il Napoli assapora una delle sue più grandi massime: “Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare”.

Tre secondi di estetica pura, fine a se stessa. Tre secondi che sono tutto quello che l’arte può essere: vana, effimera, ma incredibilmente emotiva. In una selva di gambe, con i Reds a caccia di palloni come Piranha sottoposti a dieta ferrea da tre mesi, la Ruleta sul pallone di Fabiàn è propulsione pure per ogni posteriore appoggiato sul divano, danza divina sotto alle stelle, roba da schizzare in piedi come una molla. Poi perdere il pallone poco dopo, ma l’arte è così: fa promesse che non sempre riesce a mantenere. Ma che roba ragazzi. 

Quattro partite perse ed un pari nel girone per il Genk. Al San Paolo il 10 dicembre basterà un pareggio, ma guai ad abituarsi a questa idea. Il Napoli avrà dalla sua la serenità di non dover sbloccare il match, ma dovrà tenere altissima la soglia della concentrazione perché ora la meta è a pochissimi centimetri ma bisogna pur sempre sorpassarla. Si dice è finita, quando è finita: per informazioni si riveda la storia di Dorando Pietri alla Maratona di Londra nel 1908. Nessuno pensi di essere qualificato: ci siamo già cascati troppe volte in questa maledetta Champions! Col Genk come ad Anfield!

Cinque anni ed una cavalcata emotiva da mettersi la mano sul petto per tenere a bada il cuore che rischia di esplode viaggiando ad un ritmo folle scandito dal profeta Ezequiele. Cinque anni di noi, di quello che eravamo, di Lavezzi che si prende i nostri pensieri più belli, furtivo cacciatore di anime che viaggia a testa bassa ed a mille all’ora in giro per una prateria che per lui diventa terra di conquista. Ci sono amori che fanno giri immensi e poi ritornano, ed altri invece che non ti lasciano mai. Restano sempre con te, impolverati dal tempo, che diventano però di spaventosa attualità se chiudi gli occhi e ti abbandoni al ricordo. Il Pocho è quell’amore lì. Che resterà per sempre con te. Perché gli hai donato un pezzo di cuore, perché te lo ha strappato via mentre attaccava come una furia l’area di rigore avversaria caricando come un toro scatenato. L’ultimo folle amore di Napoli. Sangue bollente nelle vene e niente più per rapinarti con l’arma più incontrastabile: la passione. Passa a trovarci Ezequiele. 

Sei difensori, dodici attaccanti, quattro centrocampisti e ventinove panchinari. Nelle estrazioni del lotto che ormai abbondando nei salotti tv e nei bar, il Napoli si riscopre solido con la semplicità. Ancelotti si rintana nelle certezze, nell’ottimo momento di Maksimovic, nel coraggio di tenere fuori chi in questo momento ha la testa altrove. Numeri spazzati via dalle facce, che contano più di tutto il resto. Ma l’avete visto Kalidou? Imponente come una divinità che ha già deciso le sorti della gara, affiancato da uno che arriva proprio dalle terre dell’Olimpo. Koulibaly e Manolas sono forse la notizia migliore da portarsi a casa, un’intesa che va solidificando come granito nel futuro del Napoli. Due identità che ne vanno a formare una sola, come nel mito di Platone: “Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all'altra. Si abbracciavano, si stringevano l'un l'altra, desiderando null'altro che di formare un solo essere”. Insuperabili.

Sette per l’assist, ma è quasi offensivo riassumere la sua prestazione in un solo momento. Esaltazione primitiva del sacrificio, autorevolezza che nasce dalla consapevolezza di non aver mai ricevuto nessuno sconto per arrivare a giocare in quel campo che profuma di leggenda. Di Lorenzo è cattivo, una cattiveria onesta, legittimata da un percorso che non ha visto mani corrotte spingerlo verso il successo. Ha giocato già in quattro ruoli, cambiando più identità di Frank Abagnale Jr., alias Leonardo Di Caprio, in ‘Prova a prendermi’. Cambia solo l’etichetta, ma la sostanza è la stessa. Perché Giovanni Di Lorenzo ha bene in mente chi era, cosa è e cosa vuole diventare. Ha testa salda sulle spalle ed uno spirito di sacrificio che potrebbe quasi fare a gara con il Geppetto di Collodi. Monumentale. 

Otto al ritorno del capitano Nathan Algren. Con lo spirito dell’Ultimo Samurai, Allan affronta la sfida di Anfield come una battaglia dal sapore epico. Con il citofono che ancora trema e con il postino che ha tra le mani una raccomandata che farebbe rabbrividire noi comuni mortali, il brasiliano riscopre il sapore della battaglia. Si abbandona alla contesa, ne orienta il flusso, determina in maniera decisiva l’esito della stessa. Orgoglio e forse un pizzico di pregiudizio, un’ostinazione che non tollera nessuna tipo di intimidazione altri. Un coraggio che si ribella ad ogni minaccia, una rivendicazione assoluta di apparenza che riesplode fragorosa ed inattesa. Per questo è ancor più dolce. Se questi sono gli effetti, si potrebbe ironicamente suggerire a De Laurentiis di raddoppiare la multa. ‘Altrimenti ci arrabbiamo’…

Nove al taglio col bisturi del chirurgo Ciro, specialista nato solo per errore nei Paesi bassi. Una fuga contro tutti, contro le incomprensioni del momento e la paura di avere a che fare con uno strappo difficile da ricucire. Un pallone che rotola, un egoismo che diventa genialità, una mano che non trema nell’esecuzione dell’incisione. Il nodo in gola, la gamba d’appoggio che ruota come giostra panoramica in attesa della visione mozzafiato. La mira è presa, la meta è ambiziosa. Andare a caccia dell’unico punto possibile per beffare il più forte portiere al mondo. Dal destro fino all’angolino, senza nessun tentennamento nella traiettoria. Operazione riuscita. Poi quella faccia un po’ così. Quell’espressione un po’ così. Dottor Ciro ha bisogno di ritrovare il sorriso. E noi abbiamo bisogno che ritorni a sorridere. 

Dieci a polmoni che accolgono ossigeno finalmente privo di tossine. Vi è mai capitato di prendere una boccata d’ossigeno diversa dalle altre? Di quelle appaganti. Di quelle che ti regala il mare nei giorni di primavera, o magari la montagna nel fresco dell’estate. Ecco, il Napoli da Anfield torna con qualcosa di buono nuovamente in circolo nell’organismo. Con la voglia di sentirsi parte di un tutto. Quanto meraviglioso sudore da accarezzare sulla fronte. Era quello che chiedevamo. Non chiedevamo nient’altro di più. “Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa”. Questo nuovo volto fissa un nuovo orizzonte da guardare. INSIEME. Ritrovarsi è atto di coraggio estremo. Quanta volontà c’è nel ritrovarsi. Non è casualità o fato. È scelta, è conferma, è un abbraccio che divora il tempo della lontananza. Bentornato Napoli.