Da Zero a Dieci: lo scandalo Juve di cui non si parla, il labiale da brividi, le invenzioni di Caressa ed il messaggio di Malcuit

30.12.2018 10:24 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Da Zero a Dieci: lo scandalo Juve di cui non si parla, il labiale da brividi, le invenzioni di Caressa ed il messaggio di Malcuit

(di Arturo Minervini) - Zero le partite giocate in precedenza senza Koulibaly. Come togliere un pianeta da un sistema, generando reazioni di forze difficili da gestire. Il cambiamento intacca automatismi a cascata, imponendo ritardi che seppur impercettibili danno un risultato diverso. È come quando si passa dal pandoro al panettone una volta raggiunta l’età adulta: bisogna riabituarsi. Anche se, onestamente, abituarsi a giocare senza il più forte difensore al mondo resta comunque impresa complicata. Siamo tutti Koulibaly, ma come Koulibaly in mezzo al campo c’è solo Koulibaly.

Uno il gol che cerca come una chimera Callejon. Lo accarezza, ma in qualche modo non riesce mai ad afferrarlo. Certe assenze ti entrano nella testa, diventano un tarlo che ben presto ti confonde e ti offusca. Come Pina in SuperFantozzi con la cintura di castità, Josè è piombato in un’astinenza inquietante, solo a tratti spiegabile e giustificabile. Con il Bologna, con sette metri e più di porta davanti, riesce a piazzare la palla tra le mani di Skorupski. José è il figlio al quale perdoneresti tutto, l’amico sempre in ritardo con cui non puoi arrabbiarti , ma serve che dal nuovo anno si ricordi di nuovo come fare gol. Lo ha sempre fatto, può tornare a farlo.

Due le reti segnate da Palaciò in campionato che, secondo Fabio Caressa, si sarebbe sbloccato al San Paolo. Tanto entusiasmo ingiustificato, considerando che la rete l’aveva segnata Santander. Altra interpretazione fantasiosa: “Santander non si era accorto che il pallone fosse entrato”. Tutto così forzatamente eclatante nei toni, artificioso nella struttura. Una veemenza che si smorza quando c’è da commentare altre gare, altri avversari, altri campioni le cui giocate vengono vivisezionate che nemmeno ad un centro di ricerca medica.

Tre punti per la Juve, puntuali come la signora in giallo che scova l’assassino. In questo caso in giallo c’è Valeri di Roma, che non se la sente di cambiare la solita trama, il copione stomachevole che deve lasciare ai posteri una Juve da record nell’anno dell’avvento di Cristiano Ronaldo, Imperatore imposto ad un calcio a caccia di quattrini dall’estero. È che ad un certo punto, la gente si stanca, cambia canale, sorride come quando un thriller ha una sceneggiatura così poco credibile che si trasforma in un film comico. Con Var, senza Var, con le interpretazioni cervellotiche sempre nella stessa direzione, la sostanza non cambia. Stiamo rielaborando una nuova legge di Murphy: Se qualcosa può andare in favore della Juve, ci andrà.

Quattro-quattro ovvero 44 punti nel girone di andata, in proiezione 88. Cifre che da sole basterebbero a delineare i tratti della prima parte della gestione Ancelotti, con una Champions giocata al massimo delle possibilità e l’allargamento significativo degli uomini impiegati. L’impresa adesso sarà provare a migliorarsi nel secondo giro di boa, per dare un effetto pratico al turnover e dimostrare di poter arrivare con ancora ossigeno nei polmoni sotto lo striscione finale. Sopra ogni cosa, però, questo Napoli sembra aver bisogno di esercitare il muscolo della vittoria: alzare un trofeo sarebbe un punto di svolta per un tecnico che è venuto in azzurro per insegnare ‘L’arte di vincere” ed uno così "Odia perdere più di quanto ami vincere”. Avanti tutta Carlo!

Cinque punti sull’Inter, dodici sulla Lazio, tredici sul Milan, quattordici sulla Roma eppure Ancelotti guarda davanti: “Sono meno i punti che ci dividono dalla vetta che quelli di vantaggio sul quinto posto” dice il tecnico. Conferma che il Napoli vuole provare a restare in scia, sperando in qualche passo falso della capolista ed in qualche passo giusto dei direttori arbitrali ormai allo sbando quando davanti agli occhi appaiono tinte in bianco e nero.  È un segnale importante sul piano comunicativo, in un piano più ambizioso della rapina ideata nell’esilarante ‘Un pesce di nome Wanda’. Fare sogni ambiziosi è l’unico modo per ottenere risultati importanti. 

Sei a quelli che devono cambiare marcia nella seconda parte del campionato. Zielinski con i dolori giovanili, Ounas a caccia di continuità e maturità, Verdi da portare in qualche monastero tibetano in cerca di fortuna e di una condizione fisica che non lo abbandoni. Tante frecce nella faretra ancora da smussare, rendere potenzialmente letali. Ancelotti come Legolas, può attingere da risorse importanti, che devono però convincersi di poter diventare davvero fondamentali per questo Napoli. Joyce nell’Ulisse scrive: “Uomo affamato, uomo arrabbiato”. Ecco cosa manca ancora ad alcuni azzurri: fame e rabbia da trovare nell’anno che verrà.

Sette all’assist di Malcuit, biscottino della fortuna tutto da scartare con la frase che racconta l’inizio difficile in maglia azzurra: “Chi non ha fiducia non ottiene fiducia”. Così questo ragazzo agglomerato di capelli, corsa e tecnica, sforna un pallone caldissimo per la seconda rete di Milik, invenzione tutta estro e consapevolezza che lascia ben sperare sui margini di crescita di una delle scommesse estive di Giuntoli. Quel pallone lì è roba che non tutti possono permettersi, come una cena da Heinz Beck. Sfrontatezza che racconta di una tecnica tutta da scoprire.

Otto reti in campionato ed una dedica inevitabile: “Koulibaly! Koulibaly! Koulibaly”. L’urlo che si confonde in un sorriso che si distende improvviso sul volto di Ciro, una gioia che mancava da un 2 novembre che sembrava appartenere ad altra era per chi è abituato a fare gol con regolarità. L’ultimo bagliore nel cielo del 2018 è una pennellata fiamminga, dal tratto irregolare ma tremendamente efficace nella pratica e lacerante per un cuore che nei battiti passa da zero a duecento più in fretta di una Lamborghini  Murcielago in accelerazione. Buona fine. Buon inizio. Grazie Mertens per averci fatto chiudere l’anno calcistico urlando più di Sandra Milo: “Ciro! Ciro! Ciro!”.

Nove e dieci. Il tassametro che corre inesorabile come in un film di Luc Besson, ambizioni da cannibale per Arek che spazza via Mattiello come fosse un vento di un uragano covato nella culla dell’oceano. In Serie A segna ogni 98’ e lo fa in ogni modo possibile, abbinando fisico e tecnica, scaltrezza e potenza. Prosa e poesia che si confondono in una storia a tratti epica, il ritorno dagli abissi che diventa splendida realtà. Tutte le lacrime, il sudore, la paura di non tornare quello di prima sono finiti dentro un vaso di Pandora finalmente scoperchiato: è un’esplosione di gioia per Milik travolto da insolito destino pronto ora a restituire ogni sacrificio. “La felicità è un agguato. Si viene presi alla sprovvista e forse è meglio così”.

Dieci all’abbraccio virtuale, che questa volta riscalda. Al popolo azzurro che trasforma i messaggi sui social nelle facce della gente coperte col volto di Kalidou. La teoria che diventa pratica, azione, fattività. La gente che abbandona il monitor, lo smartphone e si mette all’opera per dire no. Reazionari con i fiori in mano, che rispondo col sorriso all’odio di questi giorni. ‘Siamo tutto Koulibaly’ non rimane un concetto lasciato all’etere ed alla propaganda, ma si trasforma in un movimento che non accetterà che accada di nuovo quello accaduto a Milano. “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.