Da Zero a Dieci: lo straziante addio, l'annuncio choc di Carlo, Quagliarella che sogna l'azzurro e le ambizioni da bomber di KK

03.02.2019 19:46 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
Da Zero a Dieci: lo straziante addio, l'annuncio choc di Carlo, Quagliarella che sogna l'azzurro e le ambizioni da bomber di KK

(di Arturo Minervini) - Zero reti per Quagliarella, che ferma la sua striscia record. Le emozioni, invece no. Quelle sono tantissime. Dentro a quello stadio che ha sognato per una vita e che qualcuno aveva trasformato in un grande incubo. Una gabbia di paure, minacce, ritorsioni. Una scatola che diventava sempre più stretta, come se qualcuno dall’esterno con una cannuccia aspirasse l’ossigeno per mandare il cervello in tilt ed il cuore fuori giri. È sempre un ritorno speciale, un ringraziamento postumo a quello che poteva essere e non è stato. A quello che avresti voluto fosse meraviglia ed invece si era trasformato in un addio da traditore. Quanto calcio ti dovrebbe il fato, un destino che ha mangiato gli anni migliori ed il tuo sogno di esultare con la maglia che ami. In un pallone dove tutto ha un prezzo, ci sono ancora cose che non lo hanno. Quanto sarebbe bello potesse chiudere la carriera in azzurro. Quanto sarebbe romantico. Quanto sarebbe giusto. 

Uno come il ko nelle precedenti nove gare della Samp, caduta prima di Napoli solo a Torino sotto i colpi di un cervellotico Var che le aveva annullato al rete del 2-2 allo scadere. Mappa da seguire prima di arrivare a conclusioni affrettate, insipide, le solite che tendono a sminuire gli avversari battuti dal Napoli. Quella di Giampaolo è una signora squadra, che ha idee, tecnica, organizzazione di matrice Sarrista. Semplicemente il Napoli, come era accaduto con la Lazio, quando gioca con quel tipo di intensità riesce a far sembrare l’avversario quasi inadeguato, come fosse una sfida a basket tra Lebron James e Giancarlo Magalli. 

Due assist del bandolero stanco. Sì, Josè è un bandito, un fuorilegge perché è uno che sfugge alle leggi del tempo le prende in giro con quell’aria da Pistolero Smargiasso che mastica la sua cicca ed aspira da una ‘paglia’ l’ultima boccata di illegalità. E si, Callejon dovrebbe essere anche stanco, ma lui fa come il calabrone che non avrebbe la struttura alare per volare, ma vola. Perché se ne infischia degli anni che passano, di chi puntualmente vorrebbe usarlo per fare lo stufato. Perché quando prende e corre su quella fascia è come una farfalla che batte le ali raccontando la libertà tanto inseguita. Mentre sfreccia, sembra quasi di sentire la voce di Roberto Vecchioni: “Ah bandolero stanco, stanotte ho pianto pensando a te: “C'è un po' della mia vita nella tua vita che se ne va”. 

Tre reti subite dalla Juventus in casa col Parma, dopo le tre pappine rimediato a Bergamo in casa di Zapata. Senza Bonucci e Chiellini la Juve  si scopre una squadra normale, fragile come i nervi scoperti di un Allegri consumato dall’ossessione Champions e da un gioco che non è mai stato capace di dare ad una corazzata. Vendere Benatia, prendere Caceres, scoprire tutte le fragilità di Rugani racconta che anche i ricchi piangono. Ed anche i ricchi, senza spinte, possono avere delle crisi di panico quando la strada di montagna inizia a salire. Ecco perché, voi soloni da quattro soldi, dovreste capire che ogni aiutino in un percorso a tappe può fare tutta la differenza di questo mondo. 

Quattro per quattro come le ruote motrici di Zielinski, che strappa in due la partita con le accelerazioni che devono diventare una costante. Piotr è in crescita, sente che in questo cambiamento che involge il Napoli è arrivato veramente il suo turno. Quello in cui è arrivato il momento di dire addio allo sguardo da ragazzino, di farsi avanti e di andare a colmare dei vuoti che il tempo sta creando nella vecchia generazione azzurra. È una chiamata alle armi ideologica, un sentimento di appartenenza che ora deve deflagrare in tutta la sua forza. Quando parte palla al piede corre il doppio di tutti gli altri, andasse ad un talent show si meriterebbe un pulsante tutto d’oro. Oltre al talento, però, serve la volontà di sacrificare quel talento per una giusta causa. I tempi sono più che maturi…

Cinque secondi di panico come quando vedi una puntata di Beautiful e Brooke Logan non si è ancora sposata con un parente. Hysaj che costruisce ponti sotto le gambe di Jankto che nemmeno il ministro Toninelli è un Poltergeist che ti risucchia in una dimensione parallela, un mondo dove Elseid gioca con la numero 10 e tira le punizioni come il migliore dei fantasisti. Nei tanti modi possibili, a noi è capitata la versione operaia, che ieri ha anche assolto il compito con dedizione e qualche piccola imprecisione sulla sua corsia.

Sei non è solo un numero. Sei riguarda l’esistenza, il respirare, il toccarsi, l’accarezzarsi. Tu sei. Ecco Marek. Tu sei. Senza soluzione di continuità. Un presente immobile, insuperabile dai logorii degli anni che sono passati e passeranno. Tu sei tra le cose più belle della storia di questa squadra. Tra quelle cose che solo a pensarci ti manca il fiato, seppellito dai milioni di fotogrammi che compongono le tessere del grande puzzle della memoria: i baci alla maglia fatti ad occhi chiusi, i gesti nascosti, i sorrisi abbozzati. La notizia è di quelle che scavano dentro, come un cucchiaio che arriva fino a dove fa più male, che porta via una parte di te. Di quello che sei. Di quello che eri. Di quello che avresti voluto essere. È come un bambino che smette di essere bambino, che guarda al mondo con improvviso cinismo di un adulto. È l’urlo straziato dei sognatori, il graffio sulla pelle dei malinconici. L’ultimo baluardo a difesa di un decennio. Dalla prima rete alla Samp, dal record battuto di Maradona con la Samp, all’ultimo saluto con la Samp. Sempre al San Paolo. A casa tua. Doveva essere diverso. L’avevamo immaginato diverso questo finale che non intacca in nulla tutto quello che c’è stato prima. Che ci sarà. Perché tu SEI. Mentre lasciavi quel campo, le mani erano quasi paralizzate ma in ogni casa scendeva una lacrima sull’ultimo applauso. 

Sette all’apertura di Marek che vale da sola il prezzo del biglietto. Perché non c’è solo la nostalgia, ma c’è un calciatore che ancora poteva fare la differenza. La sventagliata per Callejon è un coltello che affonda dentro al burro, che fa a fette le critiche, la diffidenza, l’acredine di chi ha sempre voluto trasformarlo in un capro espiatorio solo perché non sbraitava, non insultava, non entrava mai a gamba tesa. Quella luce che si accende dall’alto, irradia una partita che faticava a sbloccarsi, era un saluto a modo suo. Anche se non l’avevamo ancora capito. Poi le parole di Ancelotti, la confessione ricca di onestà del tecnico nella conferenza stampa post gara, ha svelato l’amara verità che si stava compiendo generando uno choc con pochi precedenti

Otto reti in campionato. Dal 2 novembre al 2 febbraio, l’astinenza di Lorenzo termina ed è come una liberazione. Quel tarlo nel cervello che si insinuava come il dubbio, la cattiveria sotto porta smussata dalla paura, la lucidità offuscata da un male sconosciuto: tutto sparisce, in pochi secondi. Con quel destro senza pensarci troppo, vero segreto per  sbloccarsi. Quel destro che è il punto da cui ripartire, dalla classe infinita di Lorenzo che ora dovrà affrontare una sfida che è anche il suo sogno da bambino. Con la partenza di Marek probabilmente la fascia finirà sul suo braccio. Un braccio napoletano. Una storia che merita ancora gloria. Alzare un trofeo sarebbe un grande omaggio. A Napoli. A Marek. Ai tifosi che potranno esultare con uno di loro.

Nove alle ambizioni da centravanti di Koulibaly. Sembra un difensore, ma non solo. Sembra un terzino, ma non solo. Controlla di tacco e tira sul primo palo come nemmeno Luis Figo ai tempi d’oro. Ne scarta due e chiede la triangolazione che non si chiude. Il limite è davvero il cielo per questo incredibile scherzo della natura, rarità assoluta di questo calcio. Esemplare arrivato dal futuro e per errore volato giù da qualche navicella che lo avrebbe dovuto riportare al suo pianeta di provenienza. C’è un arroganza fisica ammaliante nei passi da pantera di Kalidou, la leggerezza dei passi di Muhammad Ali accompagnata da una forza fuori dal comune. Sembra quasi di vedere il film che racconta la storia del pugile, la colonna sonora di R-Kelly, la canzone è ‘The World Greatest’, la frase da annunciare al mondo: “Io sono il più grande. L'ho detto persino prima di sapere di esserlo”. Nessuno al mondo è come KK.

Dieci vittorie in casa e due pareggi: stessi punti della Juve tra le mura amiche. Il San Paolo è diventato il regno di Arek, predatore d’area di rigore che annusa l’odore del gol a trenta metri di distanza. Quando Marek apre il compasso per Callejon, l’istinto primordiale del polacco si attiva. La cavalcata si fa più decisa, il passo solenne ed Andersen non riesce a prendergli nemmeno la targa. Il mancino è cattivo, perentorio, da bomber vero. Quello che per molti non era. Quello che sta migliorando di gara in gara. Quello che segna alla prima palla che tocca e che ha la qualità per diventare ancora più devastante. Come il Giovane Favoloso di Elio Germano traccia le sue necessità: “Io non ho bisogno di stima, di gloria o di altre cose simili. Io ho bisogno di amore, di entusiasmo, di fuoco..di vita”. Famelico Milik.