Da 0 a 10: Insigne devastato, lo schifoso ‘terrone di merda’, Callejon con le lacrime mozzate e lo scatto del Gattuso furioso

Il Napoli batte la Lazio: ultima gara al San Paolo per Callejon. Insigne infortunato trema per il Barcellona. Gattuso: scintille con Inzaghi.
02.08.2020 14:42 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Alessandro Garofalo/Image Sport
Da 0 a 10: Insigne devastato, lo schifoso ‘terrone di merda’, Callejon con le lacrime mozzate e lo scatto del Gattuso furioso

(di Arturo Minervini) - Zero alla capra (di cui non faremo il nome) che ha apostrofato Gattuso come ‘terrone di merda’.  È il calcio che insabbia, che si gira dall’altra parte quando il seme del razzismo viene lanciato su un terreno che trova sempre bestie pronte a seminarlo. Delle cose che tutti sanno, che sono sempre andate così e continuano a sguazzare nella deplorevole tacita accettazione. Ringhio, però, non è uno abituato a procrastinare le questioni personali e come Bob Marley si alza in piedi per rivendicare i suoi diritti e far passare qualche secondo di terrore all’anonimo assistente di Inzaghi. Nemmeno Er Mutanda Antonio Zechila era scattato così velocemente nello scontro epico con Pappalardo. 

Uno il gol preso, triste costante di questa parte finale di campionato. A segnarlo è Immobile, che fissa a 36 il bottino stagionale eguagliando il record di Higuain. Esiste però una distanza tecnica abissale tra quelle reti, segnate da un NAPOLI che esprimeva un calcio che puoi vedere solo sbirciando nell’iperuranio e quelle di Ciro. Quel record va rivendicato come un’eccellenza azzurra, di cui Higuain è solo l’iceberg. 

Due tocchi al massimo. È un Napoli fluente quello che mette in difficoltà la Lazio più della vocina di Google Maps che deve pronunciare le indicazioni per Viale John Fitzgerald Kennedy (provateci se non l’avete mai fatto). Lobotka riduce all’essenziale il suo calcio, Mertens è specchietto per allodole che mette in trappola i biancocelesti. Lampi di brillantezza che mancavano, concetti snocciolati in maniera semplice ma efficace. 

Tre come terzo posto nel girone di ritorno. Vetrina di un potenziale che resta tutto lì da osservare, coltivare, nutrire con un mercato che sappia colmare gli spazi vuoti. Insinuarsi nelle mancanze di una rosa che resta molto più competitiva di quanto questo campionato abbia raccontato. Un falso storico, che ha permesso a squadre nettamente inferiori di gonfiare il petto. Forse pure troppo.

Quattro gare giocate per 90’ consecutivamente  e con la Lazio in campo fino al minuto 84’. Insigne è il regista mascherato di Gattuso, che non ci pensa mai a rinunciarci. Giocare però cinque gare in dodici giorni è una sollecitazione che nasconde insidie per il fisico. Le lacrime di Lorenzo mischiano dolore e terrore di non poterci essere nella notte che tutti attendono da mesi: un pensiero devastante

Cinque come cinquanta milioni. De Laurentiis non si fa prendere per il collo e Milik rischia di vivere un anno in tribuna, azzardo che difficilmente può concedersi chi ha già sacrificato due anni di carriera sull’altare della sfortuna. La Juve è avvisata, De Laurentiis è come Mourinho: non è mica un pirla.

Sei minuti per andare ancora in gol. Dopo la sassata contro l’Udinese Politano ritrova la via del gol con grande astuzia, chiudendo in crescita un campionato che ha faticato a ritagliargli un ruolo definito. I colpi ci sono, la fiducia di Gattuso, anche. Si porta a spasso una colpa che non è la sua: quella del confronto con Callejon. Un termine di paragone che ti condanna quasi sempre alla sconfitta. Matteo va sostenuto, il prossimo sarà l’anno della verità.

Sette giorni per prepararsi il cuore: da sabato a sabato col fiato sospeso. Esami che non finiscono mai, che ti mettono di fronte montagne che puoi scalare solo se pensi di poterlo fare. L’esercizio mentale della vittoria sottopone i muscoli ad uno sforzo sovrumano, perché chiede il sacrificio all’unico vero giudice delle nostre esistenze: la volontà. Volere è ambizione da coltivare limando al minino il margine d’errore. 

Otto al mancino che si scalda, il piede che diventa ponte calpestatile tra pensiero e realtà. Fabiàn che prende la mira e sappiamo già come va a finire. Fabiàn che è stato in letargo ed ora è cervo che esce dalla foresta. Il richiamo di Madre Patria sussurra nel petto per una serata che impone l’abito scuro. C’è il Barcellona alle porte, chiamata alle armi irresistibile per chi sa di avere il talento per provare a recitare un ruolo da protagonista. Con la Lazio le prove generali. Sinistri pensieri.

Nove a Rino Gattuso. Al suo Napoli, che ha preso la sua faccia. Se guardi bene, ci puoi vedere il Ringhio di Ringhio sulla faccia della squadra. Si è ritrovato ‘muro a muro con l’ospedale’, ha ospitato la paura di non essere all’altezza dell’impresa prima di trovare la chiave giusta. Si porta a casa una coppa, una consistenza nuova, un’ultima impresa da giocarsi con lo spirito del giocatore di poker: all-in al Camp Nou mister. C'è qualcuno che si ostina a sminuirne le capacità solo per difendere l'iniziale idea espressa. Cambiare idea non è mica peccato.

Dieci, cento, mille Callejon. Il mondo va di fretta, lui no. José si prende tutto il tempo che serve, fa le cose con cura. Non esiste una possibilità che non contempli, uno spazio che non meriti di essere attaccato. Anche se il passaggio poi non arriva. Callejon ci va. Al punto di logorarsi. Un continuo divenire, il miracolo della nascita che si compie in pochi istanti. Il luccicante cammino segnato dalla forza del sacrificio, forgiato in un corpo che rende la mente indistruttibile e viceversa. Uno scambio equo, in costante aggiornamento Vorrei scrivere Grazie. Iniziare adesso e finire tra sette anni. Ciao Callejon. Ciao, perchè addio no. Addio farebbe troppo male scriverlo parlando di uno così.