Da 0 a 10: la truffa che ci toglie la Champions, scoppia lo scandalo plusvalenze, Gattuso distrugge lo stile Sarri e l’incubo di Callejon

Napoli batte la Spal: Callejon trova l'intesa per il rinnovo e Gattuso lo esalta. Ancora un gol per Mertens, grande prova di Fabiàn. Segnali da Lozano.
29.06.2020 13:54 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Alessandro Garofalo/Image Sport
Da 0 a 10: la truffa che ci toglie la Champions, scoppia lo scandalo plusvalenze, Gattuso distrugge lo stile Sarri e l’incubo di Callejon

(di Arturo Minervini) - Zero a Maurizio Sarri. Ad assegnarglielo, in maniera indiretta, è Rino Gattuso quando parlando del possibile addio anticipato di Callejon afferma convinto: "La storia non si cancella in un attimo". Parole semplici, valori inestirpabili dal petto di un uomo che si farebbe ammazzare pur di difendere le cose in cui crede. Per Sarri la storia non conta nulla, il passato ancor meno. Venerdì sera regala l’esordio in Serie A a Simone Muratore, che dietro le spalle ha già scritto il nome ‘plusvalenza’ con l’affare con l’Atalanta alle porte. A Christian Maggio non concesse neanche un secondo nell’ultima gara al San Paolo. Un uomo è quello che fa. Quello che ha fatto. Ed anche quello che non ha fatto. 

Uno come la prima con la fascia al braccio (per qualche minuto) di Hysaj. Cose che voi umani nemmeno avreste potuto immaginare, gesto che vuole essere anche un invito all’albanese che a Gattuso piace molto per duttilità ed applicazione difensiva. Quando c’è da andare al cross vive ancora della sindrome dei 99 posse, un corto circuito tra quello che pensa e quello che sente. Nella vita vorrei essere un cross nella testa di Hysaj prima che arrivi ai piedi di Hysaj. Ma nessuno è perfetto. Altra buona prova di Elseid. Ma la fascia no (canterebbe Renzo Arbore). 

Due a due. C’è un falso storico da chiarire prima della sfida all’Atalanta, una mega truffa di cui il Napoli paga ancora enormi conseguenze. La gara di andata giocata all’andata con la Dea senza bende rappresenta il punto apicale della campagna di distruzione reiterata da parte degli arbitri contro il Napoli nella prima parte della stagione. L’iceberg della vergogna che non si scioglie nemmeno con questi 40°. Tre rigori negati ed una gestione scelerata che gridano vendetta e mettono il Napoli in una condizione disperata nella corsa Champions. Nessuno dovrebbe dimenticarlo.

Tre a uno firmato Younes, che al primo pallone che tocca fa gol. Il Metodo Gattuso è pronto ad essere studiato dalla Chiesa, pronta a verificarne le potenziali aspirazioni miracoloso. Nel taumaturgico processo di rivalutazione dell’intera rosa, il mister pensa di far fare qualche secondo da centrocampista di rottura anche a Tommaso Starace. Qualche nostalgico pare stia pensando di inserire in rosa anche Josè Calderon, l’attaccante che non segnava nemmeno al Bosco di Capodimonte con le porte fatte con gli zainetti, per provare a rivalutarlo. Fatti toccare Gennarino. Dacci i numeri. “San Gennà a me m bast' n'ambo, una settimana sì e una no, 15 e 58". 

Quattro gol napoletani. Perchè quello della Spal lo segna quel Petagnone di Andrea, che ieri annusava l’erba del San Paolo come un cane a caccia di tartufi, quel tesoro che sta bramando dal momento in cui ha firmato per il Napoli. Quel gol significa così tante cose. Che è attaccante in evoluzione, che i numeri sono costanti, che Andrea è un professionista serissimo e che una chance in azzurro proverà a conquistarsela vendendo cara la pelle. D’altronde ‘nella vita solo se si è pronti a considerare possibile l’impossibile si è in grado di scoprire qualcosa di nuovo’. 

Cinque meno a Cerri. Quello per cui il Cagliari ha versato nove milioni nelle casse della Juve. Quello che in Serie A ha segnato 3 gol in 43 presenze. Quello che pone l’accento su un problema che sta rendendo ridicolo il nostro calcio ed il sistema delle plusvalenze per sistemare i bilanci. Insomma lui, Cerri. Cerri, il grande, irreprensibile Cerri. Non sapevo facesse anche il calciatore. 

Sei marce non sempre riuscire a gestirle. Rischi di deragliare, di far slittare le ruote sull’asfalto e perdere aderenza. Lozano è così. Va messo nelle giuste condizioni, va sfruttato nelle sue eccezionalità. Quel dribbling in corsa su Felipe è roba che pochi possono permettersi. Quelle ruote hanno bisogno di fiducia, di certezze, di continuità. Per ‘Viaggiare’ c’è un segreto: “E non lasciarsi mai, impaurire no, no. Amarsi un po’ è un po’ fiorire”. Si, Hirving. Viaggiare si può. Ultimi posti in piedi disponibili sul treno Hirving.

Sette a Robotka rigorosamente con la erre. Stanislav in mezzo al campo svolge funzione di ordine pubblico, si preoccupa di vidimare il transito di ogni pallone con tempi che nemmeno un funzionario giapponese all’apice della sua operosità. Ricorda per efficienza la Super Vicki di un telefilm anni ’80: se lo chiudi nell’armadio continua ad agitare le spalle e mulinare le gambe alla ricerca di una giocata. “Seguitemi tranquilli o avrete…problemi”. 

Otto all’eleganza regale del cigno iberico. Passeggia sull’erba come fosse fatta di cristallo, non conosce discrasia nei movimenti che concede come omaggio regio al popolo che lo osserva. Fabiàn è un monarca del pallone, un catalizzatore dell’estetica applicata al calcio, uno schiaffo in pieno viso a quelli nati senza talento. Ma il talento non è una colpa. Il talento è una volontà superiore che si irradia, come le sventagliate di questo spagnolo che per la tranquillità con cui opera in mediana sembra omaggiare Niles, il flemmatico maggiordomo de ‘La Tata’. Due gioielli di un gioiello ancor più raro chiamato Fabiano.

Nove a quelli che il catenaccio dovrebbero usarlo per evitare di parlare a sproposito. L’azione che porta al gol di Mertens è foglietto illustrativo per gli ipocondriaci, che devono sempre trovare una malattia a questo Napoli. L’azione che porta Ciro Mertens alla firma 123 sulla parete della storia sintetizza le idee di Gattuso e le rende comprensibili anche a chi fatica nell’apprendere. È un Napoli che abbina risultati e sprazzi di gioco, concetti che si accrescono come pagine di un libro che sta diventando un manuale. Te lo dò io il catenaccio!

Dieci alla paura che non è debolezza, ma amore. Aveva tremato Callejon. Aveva perso sorriso e sonno, proiettando il suo addio in un San Paolo vuoto. Deserto. Glaciale. Avrebbe voluto almeno dedicare un inchino a quella gente. Avrebbe sperato di ricevere un applauso che andasse a colmare quel vuoto che certi saluti scavano dentro al petto. Poteva essere l’ultima gara in maglia Napoli, ma ha scelto di proseguire. Senza percepire denaro. Perchè vuole sentirsi ancora legato a quella maglia. Che gli copre la pelle. Fino ai polsi, anche con un caldo asfissiante. Vuole l’azzurro addosso Josè, in ogni parte del corpo.Vuole ancora segnare dalla sua mattonella. E sogna magari di inchinarsi ad un San Paolo che ritroverà i suoi tifosi prima possibile. Se vero è che chi non si arrende non perde mai, uno come il numero 7 la sconfitta non sa nemmeno che faccia abbia.