Da 0 a 10: gli squallidi attacchi a Josè, lo sportello SputtanAncelotti, la rabbia che esplode di Mario e la corsa da lacrime di Ghoulam

Calcio Napoli: impresa col Liverpool, Mertens e Llorente in gol! Strepitoso Mario Rui, Koulibaly un muro ed Allan torna ad incantare
18.09.2019 14:02 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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 Da 0 a 10: gli squallidi attacchi a Josè, lo sportello SputtanAncelotti, la rabbia che esplode di Mario e la corsa da lacrime di Ghoulam

(di Arturo Minervini) - Zero allo squallido tentativo di trasformare l’impresa epica in un furto macchiato da chissà quale colpa. No. Non ci stiamo. Ci alziamo sui banchi come Robin Williams in segno di protesta. Nessuno ci provi, perché non arretreremo di un millimetro. Il rigore fischiato a Callejon è l’effetto, non la causa, di una notte da sogno. È la voglia di provarci, il coraggio di andare oltre l’ostacolo che sembrava insormontabile. Il contatto c’è, Callejon sfrutta la scompostezza di Robertson (dolosa) camminando in equilibrio sulla linea della scaltrezza. Tutto il resto è noia…

Uno come il primo gettone in Champions per Di Lorenzo. Ci sono storie maglie nel calcio che pesano di più, armature di sudore che si sono stratificate negli anni a correre su una fascia ingoiando polvere e deglutendo amarezze. Forte, preciso, ardimentoso Giovanni sulla sua fascia, eppure la grande chiamata non arrivava fino a questa estate. Ora sembra tutto così naturale, un parto spontaneo di un calciatore nuovo. Uno da Champions. Uno che non arretra di un centimetro contro Cristiano Ronaldo e Manè. Uno che ha fame, ma tanta fame di notti come quella del San Paolo. Uno che merita solo applausi perché nessuno gli ha regalato nulla. Il 30 aprile 2017 era in campo in Matera-Monopoli: dalla C alla Champions, nel segno di Gravatar. 

Due mani sicure. Anche per Meret era la prima notte con quella musichetta lì che rischia di farti tremare le gambe. Alex, invece, a 22 anni è più stabile di una sequoia centenaria, con radici che diventano solide ed azzurre. Quando Manolas svirgola l’intervento, provocando l’immediata invocazione di tutte le divinità dell’Olimpo in ordine sparso da Priapo ad Efesto, il terrore piomba sul cielo azzurro. Infinita apnea, il tempo di invocare anche Diana ed Urano, il pallone sul piede di Salah. Buio. La manona di Alex come deus ex machina a ribaltare l’imminente finale tragico in estasi mistica. 22 anni. FenomenAlex. 

Tre reti in due gare e zero subite contro il Liverpool nelle due gare giocate al San Paolo nell’ultimo anno. Esiste una forza inspiegabile, un ventre che genera pura forza in certe notti a Fuorigrotta. La voglia di stupire e stupirsi, regalarsi ricordi destinati a tappezzare le pareti della memoria come un poster di Simon Le Bon negli anni ’80. Sta nascendo una dolce tradizione, che il sapore caldo di una sfogliatella appena sfornata che ti entra prima nel naso e poi nella bocca. Sarete pure i Campioni d’Europa, ma al San Paolo non si passa. L’urlo degli azzurri scuote anche il ciuffo di Klopp: “Non a casa mia. Non a casa mia”.

Quattro squadre e gerarchie già molto chiare. Il Salisburgo seppellisce sotto 6 pesanti reti il Genk e lancia il guanto di sfida a quelle che sulla carta restano le due grandi favorite nel girone. Dall’Austria, però, arriva un monito che non potrà e dovrà essere sottovalutato: massima attenzione agli uomini dalla bevanda che mette le ali. Dopo aver battuto il Liverpool, non superare questo girone sarebbe una colpa più letale di indossare un calzino bianco ad un primo appuntamento.

Cinque è il numero atomico del Boro, l’elemento in natura con il più alto carico di rottura ovvero il limite, in termini di sollecitazione esterna applicata, oltre il quale un materiale risulta definitivamente inservibile.  Sarà un caso che Allan sulle spalle abbia quel numero? Io non credo. Rimbalza sugli statuari avversari come una pallina da Flipper, sguscia come uno scooter in mezzo al traffico uscendo spesso con il pallone tra i piedi per ridare vita alla manovra azzurra. Un afflusso continuo di ossigeno nel sangue al punto da finire stremato e con i crampi. Tutte le chiacchiere sulla fase difensiva terminano, in parte, col ritorno del vero Allan. Datevi alla cartomanzia se proprio volete dare i numeri… 

Sei come il sesto per presenze (con Christian Maggio) in maglia azzurra nella storia. La gara numero 308 di Callejon è uguale alle altre 307 precedenti, l’uomo con l’espressione più pietrificate dei 4 presidenti sul monte Rushmore. Freddo e caliente in un meraviglioso ossimoro, apologia al sacrificio che si fonde con un’ideale da portare avanti e difendere. “Che cos’è la felicità se non il sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?” Ecco cosa è Josè. Una perfetta unione di intenti, una delle cose più belle che abbiano indossato la maglia azzurra.

Sette al primo bacio che davvero non si scorda mai. Un bacio è istinto. Non ci devi pensare troppo. È il modo più semplice per dichiararsi senza girarci troppo attorno. Llorente ha impiegato davvero poco a fare breccia nel cuore azzurro, perché quella maglia l’ha voluta più di tante altre. Ha atteso, in silenzio, il suo momento. Ha affidato il suo destino alle scelte di altri (Icardi), covando con calore la speranza di ritrovarsi a Napoli. Raccatta una palla sporca e la trasforma nel porto sicuro dove rigettare tutti gli affanni prende la maglia a due mani e la bacia. La risposta è SÌ Fernando, in realtà ci avevi già convinto al ‘Ciao’ come Tom Cruise in Jerry Maguire.

Otto al coraggio di andarsi a prendere quel pallone appena arriva il fischio. Ciro! Ciro! Ciro! È il canto popolare che cresce dalle viscere, un calore che ti investe all’improvviso. Fatica, sudore, volontà. C’è una vita intera da raccontare in 90’, un concentrato emotivo che rischia di mandarti al tappeto per le scariche di adrenalina che ti investono. C’è da tremare come la corda di un violino fissando quel pallone ed undici metri che sono un tunnel per la felicità o la disperazione. ‘Io non ho paura’ sembra pensare Ciro abbassando la testa e lasciandosi spingere da un esercito di sei milioni di persone tutte appollaiate sulle sue spalle. Un soffio di magia che piega la mano di Adrian e libera una gioia compressa per troppo tempo. L’immagine più bella? La pazza corsa di Ghoulam che dalla panchina corre ad abbracciare l’amico-eroe. Questa è Napoli. I legami che crea. La gente che accoglie e che fa sua. È una notte che non dimenticheremo mai.

Nove a Minosse che dispone a piacimento delle anime che passano dalle sue parti. Kalidou traghetta tutti i Reds che osano disturbare la sua quiete verso l’Inferno, li cinge con la coda tante volte per indirizzarli nei rispettivi gironi. Dominante è aggettivo riduttivo per descrivere il potere esercitato da Koulibaly, perché c’è una forza illuminata dietro la sua reggenza. Una visione superiore degli eventi, un controllo assoluto di tutto quello che accade. Una divinità che gioca dall’alto del suo trono con i destini degli uomini, li manipola indirizzando destini e fortune, giudicando vizi e virtù. Non c’è modo di passare oltre Kalidou. Non esiste nulla oltre Kalidou. Solo un grande buio che ti avvolge. Proprio come un Inferno costruito al momento come un mobile di Ikea.

Dieci al pensionato alle prese con i calcoli per raggiungere quota 100. Bollito, rammollito, incapace di capire le necessità della squadra. Avete detto, scritto, raccontato questo di Carlo Ancelotti senza provare nemmeno infinita vergogna. Uno sportello ‘Sputtana-Carletto’ come quello al Comune di Napoli, imbarazzante deriva di una città alle prese con fuoco amico ogni giorno. Al cospetto dei Campioni d’Europa il San Paolo fa tremare l’asse terreste, forse lo sposta al punto da cambiare anche il fuso orario di Sidney: per sicurezza verificate che il meridiano di Greenwich passi ancora di lì. Impossibile è una parola con cui troppe volte ci siamo confrontati. Che troppe volte ci ha tolto motivazione. Che in molti casi abbiamo sconfitto. Che ogni giorno fissa un nuovo limite. Ha ragione Erri De Luca: ”Impossibile è la definizione di un avvenimento fino al momento prima che succeda”. Con Carlo Impossibile è NIENTE.

Dieci più a Mario Rui perché una notte così la meritava più di tutti. Perché ha sbagliato, è caduto, ed ha trovato la forza di risalire da un burrone come che nemmeno Christian Bale ne ‘Il Cavaliere Oscuro’. Ritrova Salah dopo l’incubo egiziano dello scorso anno e questa volta si prende una rivincita fredda e spietata. Pistola ancora fumante. Soffio sulla canna. Boom! La vendetta di Mario non poteva essere sceneggiata meglio nemmeno da Quentin Tarantino. Calano le luci sul San Paolo, ce lo immaginiamo sul prato del San Paolo ad assaporare ancora il meraviglioso odore del riscatto con le casse che pompano ‘Here comes revenge’ dei Metallica: “Ecco arriva la vendetta, solo per te. Tu chiedi perdono, io ti do la dolce vendetta”.