Da 0 a 10: l’incredibile chiamata di Agnelli all’ASL, i deliri di Billy, il terrone del C distrugge Gasp e la terza vita di Ciro

18.10.2020 15:17 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da 0 a 10: l’incredibile chiamata di Agnelli all’ASL, i deliri di Billy, il terrone del C distrugge Gasp e la terza vita di Ciro

(di Arturo Minervini) - Zero a  quelli che… Quelli che il Napoli resta sempre un ‘Quasi’. Amici, non geniali, che devono sempre apporre l’asterisco nei giudizi sugli azzurri. Dal Parma in costruzione, al Genoa col Covid, al tavolino smontato all’Ikea: ne avevamo già sentite di cazz**ate. Nemmeno rifilare quattro pappine all’Atalanta in 41’ li ha convinti. Hanno acceso le torce, sono scesi nelle caverne, speleologi del nulla a cercare motivazioni differenti, quando bastava semplicemente dire: Napoli straordinario. Nel racconto filo-atalantino di Marchegiani e Costacurta è stata solo una brutta giornata della Dea. Ignorando la vera Dea che andrebbe celebrata senza condizioni: Partenope. Disdette, come se piovesse.

Uno il gol concesso, atto caritatevole inserito tra pagine di brutalità calcistica. L’Atalanta rimbalza sulle corde, stordita, inerme, scavata in quel petto gonfio forse di certezze e superbia. La spocchia di Gasperini demolita da Gattuso in poche mosse. Si proprio Rino, ‘Un terrone del cazzo’ (usando una frase molto amata nello staff bergamasco) che distrugge Gasp. Doppia libidine con i fiocchi.

Due in mezzo con Bakayoko che occupa spazio. Che chiude spazio. Che invade lo spazio. Fisicità addizionata ad un reparto che aveva carenza di quella vitamina. Un faro, che fa chiarezza sulle distanze e permette ad ogni marinaio di conoscere in un lampo la proprio giusta posizione. Perchè gli ideale saranno pure immortali, ma quando si tratta di battagliare lì nel mezzo i muscoli restano argomento pur sempre convincente. Alla prima Gattuso lo manda subito in campo e non tradisce: sento odore di intoccabile. 

Tre punti made in Geppetto. Storie di seghe, falegnami, tavolini e bugie come nella favola di Pinocchio e la Vecchia Signora Fatina. Favole raccontate davanti ai microfoni, verità svelate dal campo: una Juve imbarazzante non vince nemmeno a Crotone dove un Messias ha svelato i difetti di una squadra in crisi d’identità. Ora vi sottopongo un esercizio di logica: visto il Napoli e vista la Juve, se c’è qualcuno che dovrebbe inviare un mazzo di fiori all’ASL è Andrea Agnelli, l’uomo delle regole. Sono proprio ‘Cose da Pazzi’: “E si ricordi, signor Agnelli che è un caso, solo un caso che siano cadute le mie regole e non le sue!”.

Quattro gol. C’è qualcosa di meglio dei quattro gol. C’è l’abbraccio tra Gattuso e Osimhen. Tra un uomo ed un ragazzo che ha trovato un riferimento in una vita che si era divertita a fargli crollare il mondo attorno. Che meraviglia lo sport. Una scuola che forma persone, che celebra il concetto di squadra, che crea una comunità di persone che perseguono con forza lo stesso obiettivo. E l’obiettivo non è la vittoria: l’obiettivo è sentirsi vincitori e sconfitti nella stesa misura. Diventare SQUADRA è la vera ambizione, In quei due cuori che si strofinano il segreto di un Napoli che si scopre devastante. Che umilia l’Atalanta. E spaventa il campionato…

Cinque volte già decisivo in campionato con 2 gol e 3 assist. È nato ancora Ciro, è nato un nuovo Ciro: il terzo. Da esterno a centravanti, ora si è messo a fare il regista: arretra con la posizione, supervisora i lavori, proietta le sue visioni di calcio sulla parete della partita a schema libero, come la bambina prodigio de ‘La Grande Bellezza’. C’è il genio visionario di un uomo sereno, della libertà che muove le gesta di chi non ama prendersi troppo sul serio. È Mertens, ma sembra Jorginho. È Mertens, che segna e fa segnare. Che si trascina il Napoli sulle spalle, trovando l’umiltà di posizionarsi dietro la macchina da presa. Non gli interessa il riconoscimento: quello che vuole, adesso più che mai, è che il film sia un capolavoro. 

Sei come un respiro. Ossigeno che è vita, cervello, visione: Fabiàn ‘Garcia Marquez’ espone il suo realismo magico contro l’Atalanta. Allestisce la mostra delle sue opere, pochi invitati perché la comprensione di certe arti è a numero chiuso. Verticalizza tra le nuvole, unisce cieli e pianeti con la semplicità della sarta che battaglia con l’uncinetto tra destra e sinistra. Vette di un pallone che ama piacere e piacersi, specchiarsi senza correre il rischio del narcisismo. “Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te” verrebbe da dire. I sogni di gloria non possono che passare dalle dissertazioni pallonare del signor Ruiz Peña.

Sette a Politano. A quel sinistro che spacca, a quel dinamismo che ha l’effetto di una pialla su tutta la corsia sinistra dell’Atalanta. Il gol è la rivendicazione di un diritto, l’urlo composto di chi vorrebbe ricordare: ci sono anch’io. Ha cattiveria quando punta l’uomo, ha controllo della situazione quando attende le sovrapposizioni di Di Lorenzo. Tutto vero, tutto giusto, ma poi la bellezza prende il sopravvento e reclama priorità. Il mancino che spezza in due il cuore di Gasperini esige priorità nel racconto, merita di essere visto e rivisto cento volte. Gioia per gli occhi, nella preparazione e nell’esecuzione che accarezza le porte della perfezione.

Otto a Lozano, il bisturi che apre in due la Dea. Affonda inesorabile, come il fato che non lascia alternative. È movimento perpetuo che diventa forza, ondata che non lascia detriti. Porta tutto con sé Hirving, mosso da un sentimento che merita rispetto: la vendetta. Perchè ne buttate giù tante, troppe. Perchè voleva essere prima di tutto un uomo, non una cifra monstre messa a bilancio. Lo hanno trattato come un numero, Gattuso lo ha guardato negli occhi. Gli ha sorriso, lui ha sorriso. Lozano non aveva bisogno (soltanto) di tattica, tecnica, chiacchiere. Lozano aveva bisogno di una abbraccio. Si chiama fiducia: è il carburante già potente conosciuto in natura. Al distributore c’era Ringhio, Hirving questa volta per non restare a piedi ha fatto il pieno.

Nove all’ubiquo Osimhem. C’è Tazmania con la maglia del Napoli, che non si lascia scappare nemmeno una briciola di partita. Innaffia il terreno del possibile senza sosta, manda in tilt un’intera difesa logorandone il sistema nervoso. “Mica proverà a prendere anche questa?”. Sì. La risposta che fa dannare i bergamaschi è quel ‘Sì’. Victor va dovunque, Victor non può lasciare nulla d’intentato. E Victor segna, fa segnare e sognare. E Victor ride, quando segnano i compagni. Ride di gusto. Esplode di gioia, per un gol di un altro. Come i bimbi che non hanno ancora scoperto la cattiveria e l’invidia. Non guardate il suo gol: guardate le sue reazioni ai gol degli altri. Ai gol del Napoli. Di quello che è già il SUO Napoli. "Era Edmond Dantès. Ed era mio padre. E mia madre, mio fratello, un mio amico. Era lei, ero io, era tutti noi”. O per OVUNQUE.

Dieci all’amministratore Ringhio. Gattuso in questo momento ha il controllo totale di quel che accade nel suo condominio, gestito con idee che ora esplodono come fiori che vogliono ribaltare la sequenza delle stagioni. È primavera nella testa di Rino, sul campo del San Paolo, nelle teste colorate dei ragazzi del mister. E c’erano le campane. E le farfalle svolazzavano nello stomaco. Le cicale cicalavano sotto un cielo stellato. È nato qualcosa di speciale, ma non pensate sia casuale. Alla base c’è un uomo vero, trasparente, leale. Operaio del pallone che vuole stupire quel mondo che lo ha conosciuto come ‘mazzolatore’ in mediana, e che ora vuole conquistare proponendo un calcio celestiale. C’erano le campane al San Paolo. E le farfalle. E le cicale. E l’amore nell’aria. Rino is in the air…

Nove all’ubiquo #Osimhem. C’è Tazmania con la maglia del Napoli, che non si lascia scappare nemmeno una briciola di partita. Innaffia il terreno del possibile senza sosta, manda in tilt un’intera difesa logorandone il sistema nervoso. “Mica proverà a prendere anche questa?”. Sì. La risposta che fa dannare i bergamaschi è quel ‘Sì’. Victor va dovunque, Victor non può lasciare nulla d’intentato. E Victor segna, fa segnare e sognare. E Victor ride, quando segnano i compagni. Ride di gusto. Esplode di gioia, per un gol di un altro. Come i bimbi che non hanno ancora scoperto la cattiveria e l’invidia. Non guardate il suo gol: guardate le sue reazioni ai gol degli altri. Ai gol del Napoli. Di quello che è già il SUO Napoli. “Era Edmond Dantès. Ed era mio padre. E mia madre, mio fratello, un mio amico. Era lei, ero io, era tutti noi”. O per OVUNQUE.

Un post condiviso da Arturo Minervini (@arturo_minervini) in data: 18 Ott 2020 alle ore 2:08 PDT