Bouaddi-Napoli, Fava: "Accostamento che mi fa sorridere..."
Fabio Fava, giornalista, esperto di calcio francese, è intervenuto su Radio Tutto Napoli, l'unica radio tutta azzurra e live tutto il giorno, che puoi seguire sulle app gratuite (per Iphone o per Android, Android Tv ed LG), in DAB o qui sul sito anche in video.
In questi giorni si è parlato molto di Bouaddi come possibile obiettivo del Napoli. Che tipo di calciatore è?
"Sorrido quando sento dire al Napoli, al Milan, all’Inter piace Bouaddi. È normale che piaccia un giocatore del genere. È un giocatore che da un paio d’anni sta facendo molto bene, è pronto dal punto di vista tecnico e fisico per fare il salto, perché come spesso succede il campionato francese dopo un po’ diventa stretto per certe situazioni. È un giocatore che già da due stagioni ormai sta facendo bene. Credo che probabilmente sia diretto verso un campionato come quello inglese. A me ricorda molto quando esplose Camavinga al Lione a livello di età, quei giocatori che sono un po’ fuori categoria. Non mi ha sorpreso vederlo contro il Brasile fare una partita praticamente perfetta, perché è un ragazzo che ha tante cose da far vedere e secondo me non ha ancora fatto vedere la metà delle sue potenzialità."
Guardando il calcio francese da vicino: come crescono i giocatori rispetto a noi? Siamo davvero così indietro?
"Quando mi fanno domande del genere ricordo sempre che noi abbiamo saltato tre Mondiali. La Francia il terzo non lo salta soltanto perché lo ospita. Se andate a vedere salta Italia ’90 e salta USA ’94 in modo sanguinoso, perdendo al Parco dei Principi l’ultima giornata con la Bulgaria, e per non saltare il terzo di fila se lo fa ‘regalare’ perché paese organizzatore. Ma al di là delle battute, loro hanno il centro federale di Clairefontaine, che fa la differenza. È un centro pensato già alla fine degli anni ’70 e sviluppato dagli anni ’80. C’è un’attenzione particolare allo sviluppo dei giovani. Da lì passa lo sviluppo tecnico del singolo giocatore, dall’Under fino alla nazionale maggiore. È la stessa attenzione che hanno anche in Germania, che però hanno applicato dopo il fallimento degli Europei 2000. I francesi sono stati più lungimiranti. Da 10-15 anni si vede chiaramente: si diceva che il campionato francese non esprimesse qualità, ma lì hai ragazzi che a 16-17 anni se sono pronti giocano titolari. In Italia invece si parla ancora di giocatori di 23-24 anni come ‘giovani da mandare in Serie C a fare esperienza’. Il punto è questo: loro hanno più voglia di rischiare. Noi spesso vogliamo tutto, la moglie ubriaca e la botte piena."
Quindi è anche un tema di supponenza del calcio italiano rispetto agli altri?
"Sì, in parte sì. Se guardiamo gli episodi che ci hanno portato a restare fuori da alcune competizioni, non ti dice sempre bene. L’unico episodio a cui ci si può aggrappare è la partita con la Macedonia del Nord, che 99 volte su 100 non perdi. Ma non si può ragionare solo sugli episodi. Il movimento non è sano, lo si vede dalle fondamenta: dai costi, dalle società che falliscono, da tutto il sistema. Io ragiono sui progetti e sulle radici: se l’albero sta male, le radici marciscono. Il calcio italiano ha bisogno di regolarsi. Anche sul piano atletico siamo indietro rispetto all’Europa. Abbiamo una grande scuola di allenatori, ancora top al mondo, ma non basta barricarsi e dire che siamo i migliori. Nessun sistema nella storia migliora se non impara dagli altri. Oggi il calcio non è più quello inglese ‘kick and run’, né quello tedesco solo fisico, né quello francese solo corsa. Sono stereotipi superati. La Spagna insegna che la competitività passa dall’evoluzione. In Italia si dice che va tutto bene quando una squadra fa bene in Europa, poi si cambia idea quando arriva il disastro. Non siamo fenomeni né incapaci, ma serve umiltà e capacità di imparare."
Che giudizio dà di Adrien Rabiot e del suo possibile impatto nel Napoli?
"In Francia, scherzando, si dice che il vero tema di Rabiot sia sua madre Véronique, che cura i suoi interessi. Ma al di là delle battute, è un giocatore particolare. In campo è uno che fa la differenza, soprattutto in un calcio basato su inserimenti e forza fisica. Per Allegri è quello che era Vidal per Conte: un giocatore che trasmette in campo le idee dell’allenatore. La parentesi a Marsiglia è stata dimenticabile non tanto per il campo, ma perché è un parigino a Marsiglia e lì si fa fatica anche per motivi ambientali. A Marsiglia e Napoli l’identità pesa molto. A Torino e Parigi allo stesso modo. Credo comunque che, nonostante un finale in calo, Rabiot in Serie A abbia fatto vedere cose importanti e possa ancora dare molto."
Un nome dalla Francia che potrebbe essere un colpo interessante per il futuro?
"Non so quanto sia fattibile, ma se devo fare un nome dico Akliouche dopo la stagione che ha fatto al Monaco. È un giocatore probabilmente fuori budget, ma ha la capacità di spaccare le partite con la giocata. È uno di quei prodotti di Clairefontaine di cui parlavamo prima. Secondo me è uno di quelli che vedremo presto nei grandi palcoscenici."
Che effetto le fa vedere Khvicha Kvaratskhelia protagonista a Parigi dopo Napoli?
"Quello che fa Kvaratskhelia in Francia è oro puro. Ha infiammato una piazza che ne aveva bisogno. L’ambientamento è stato perfetto, più rapido del previsto. Gioca in un’orchestra che funziona alla perfezione, dove quasi nessuno stona. Forse da un certo punto di vista sono contenti che non si parli troppo di lui. Credo che abbia lasciato Napoli a malincuore, ma Parigi era la soluzione giusta nel momento giusto per un giocatore che sta facendo meraviglie."
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