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De Bruyne, Maddaloni: "Quello vero del City lo abbiamo visto al Mondiale"

De Bruyne, Maddaloni: "Quello vero del City lo abbiamo visto al Mondiale"
Oggi alle 10:30Radio Tutto Napoli
di Fabio Tarantino

Massimiliano Maddaloni, allenatore, è stato nostro ospite su Radio Tutto Napoli, l'unica radio tutta azzurra e sempre live, che puoi seguire sulle app gratuite (per Iphone o per Android, Android Tv ed LG), in auto col DAB o qui sul sito anche in video.

De Bruyne è apparso sempre in partita, arrivando spesso alla conclusione. Che cosa ne pensa?
"Kevin De Bruyne è un giocatore che ha bisogno del dominio del gioco, del fatto che abbia la possibilità di giocare in zone di campo dove può esprimere tutte le sue potenzialità, che sono quelle di un giocatore box to box, nel senso che è un giocatore che alterna situazioni in cui va a giocare in costruzione, sta basso, poi si trova in rifinitura e anche ad attaccare la porta. È normale che il Napoli quest’anno, un po’ per infortuni, un po’ per tanti motivi, compreso lui tra l’altro che ha avuto un periodo lungo di infortunio, per mentalità sicuramente non si è potuto vedere un De Bruyne che logicamente stiamo vedendo e abbiamo visto anche nel Manchester City e lo stiamo vedendo adesso nei Mondiali. Ma questo secondo me è un insieme di tanti componenti che ha fatto sì che poi alla fine De Bruyne a Napoli ancora non abbia fatto vedere quello che è realmente De Bruyne."

Massimiliano Allegri è l’allenatore giusto per il Napoli? Oppure il Napoli avrebbe dovuto scegliere altro e cambiare registro?
"Napoli, diciamoci la verità, è un pochettino anche legata a un bel Napoli sotto l’aspetto anche del gioco. Sarri e anche Spalletti credo che abbiano fatto vedere sicuramente una qualità di impostazione e di mentalità che sicuramente al napoletano piace, quel tipo di cosa. Allegri è sicuramente un allenatore pragmatico, è sicuramente un allenatore vincente e questo è importante quanto il bel gioco. Però logicamente quella parte di Napoli che in un certo senso ama più il bel gioco e sicuramente la capacità di dominare l’avversario ha un po’ di reticenza nel nome di Allegri. Il discorso è semplice: quando una squadra come il Napoli, che ormai da tanti anni è sempre tra le prime squadre in Italia e vuole cercare di migliorarsi anche in Europa, da questo punto di vista qua è normale che un allenatore come Allegri secondo me è giustamente valutato."

Qual è il problema principale del nostro calcio giovanile? 
"Io credo che il problema è grosso. Parto dalla fine: non credo che in questo momento l’Italia abbia fatto progettualità per uscire da queste situazioni di crisi. Il problema è grosso perché per formare talento ci vogliono tre componenti fondamentali. Uno è la selezione. La selezione tendenzialmente in Italia viene fatta dal precoce rispetto al tardivo. Perché? Perché il precoce si fa vincere partite nei settori giovanili, tendenzialmente il tardivo va aspettato e va costruito. In Italia cosa facciamo? Prendiamo il precoce perché la mentalità e la cultura è riportata al concetto di vittoria nel settore giovanile. La vittoria nel settore giovanile non è vincere partite ma è costruire giocatori. Il secondo elemento è formazione. La formazione vuol dire che un giocatore in un contesto di settore giovanile deve avere strutture adeguate, allenatori adeguati, ben pagati, ma non è così. Un metodo formativo che sia unico per tutto il settore giovanile in Italia tendenzialmente non c’è perché questo tipo di mentalità in Italia per strutture, per capacità e per investimenti non c’è. E il terzo è integrazione. L’integrazione non è altro che il processo finale di un ragazzo che fa settore giovanile e che deve essere integrato in prima squadra. In Italia questo tipo di situazione qui non c’è perché noi siamo il secondo Paese al mondo come minutaggio di Under 23 e sotto in Serie A. Questa cosa vuol dire che i nostri ragazzi, rispetto a quelli stranieri, non giocano nelle prime squadre. E questo cosa succede? Tendenzialmente noi sentiamo la famosa frase ‘non è ancora pronto’, ma tutti i ragazzi di 17-18 anni non sono ancora completamente formati ma devono finire il proprio processo formativo in prima squadra. All’estero lo fanno, in Italia non lo facciamo. Se le tre caratteristiche principali per formare talento in Italia non esistono, vuol dire che noi faremo sempre fatica a fare questo tipo di lavoro. È un concetto legato alla mentalità e alla costruzione del talento più che al talento stesso."

Chi le ha fatto più impressione tra le squadre “outsider” ai Mondiali?
"Io credo molto nel Giappone. Il Giappone per me non è un outsider, per me il Giappone è qualcosa che già conoscevo. Sapevo che i giapponesi, anche perché molti dei giocatori della nazionale giocano in Europa, hanno integrato una mentalità calcistica con un’intensità di gioco e una cultura europea. Questo ha fatto sì che le squadre asiatiche, soprattutto Corea e Giappone e anche l’Australia, si stiano avvicinando sempre di più alle squadre europee e sudamericane. Tutte le asiatiche sono imbattute in questo momento: hanno giocato 6 partite, 2 vittorie e 4 pareggi. Questo fa capire quanto il calcio dall’altra parte del mondo si sia velocizzato e migliorato e quanto invece in altre realtà, come il Brasile, ci siano problematiche. Oggi non esistono più partite facili: anche Brasile-Marocco lo dimostra, con il Marocco che nella prima parte ha messo in difficoltà il Brasile. Il Marocco quattro anni fa era in semifinale e sta costruendo da anni."