Padovan: "Roma ora rischia contraccolpo. Inter avrà sorriso..."
Giancarlo Padovan, giornalista, è intervenuto sulla nostra Radio Tutto Napoli, l'unica radio tematica sul Napoli e live tutto il giorno su sito, app smartphone e smartTv e DAB Campania.
Come giudica la sconfitta della Roma contro il Real Madrid?
«Ottima Roma fino all'82', poi pessima sui calci d'angolo. Se prendi tre gol in quel modo, è giusto perdere, anche se la beffa è clamorosa. Le partite durano 90 minuti e non si vince per caso: bisogna fare un gol in più dell'avversario. Mi domando come la Roma abbia potuto concedere tre reti a una squadra che per lunghi tratti era stata inferiore nel gioco. A un certo punto, come ha detto Mourinho, la Roma era stanca e il Real ha cominciato a spingere sugli esterni, costringendola ad abbassarsi. Ma difendere sui calci d'angolo con sei o sette uomini in area e concedere quelle occasioni è stato un errore grave».
Questa sconfitta può incidere sulle ambizioni della Roma in campionato?
«Fino all'80' pensavo che questa Roma si stesse dimostrando superiore all'Inter, anche in campo internazionale. Stava disputando una partita che l'Inter non ha fatto e forse non immagina nemmeno di poter fare in Europa. Questa Roma potrebbe essere più forte dell'Inter anche in campionato, ma credo che la sconfitta peserà molto. Innanzitutto per gli infortuni e le assenze di giocatori importanti come Cristante, Koné e Dybala. Poi perché, dopo una sconfitta del genere, è difficile ritrovare subito la normalità: hai speso tante energie fisiche e nervose e rimane una grande frustrazione. Infine, l'Inter sorride perché vede una concorrente indebolita. La Roma rischia di avere paura di tutto: persino ogni calcio d'angolo potrebbe diventare uno psicodramma».
Quattordici gol subiti dalle italiane in Champions: come si può invertire la tendenza?
«È lo specchio del nostro campionato e, se vogliamo, anche della Nazionale, che da anni non si qualifica ai Mondiali. Il calcio italiano, un tempo considerato il più bello del mondo, oggi è diventato un campionato con poca intensità, mentre gli altri sono cresciuti. Ricordo che il campionato tedesco era lentissimo, mentre oggi il ritmo è aumentato anche lì, grazie pure ai nostri calciatori e soprattutto ai nostri allenatori, che sono andati all'estero a insegnare calcio. Noi, invece, abbiamo fatto passi indietro: copiamo gli altri, dalla costruzione dal basso al possesso palla, senza concentrarci su ciò in cui eravamo fortissimi, cioè la fase difensiva. I nostri difensori, compresi i terzini, erano tra i migliori al mondo, così come i centrocampisti e gli attaccanti. Oggi sembra quasi una vergogna difendere, ma il problema è che molti giocatori non sanno più farlo: hanno una postura sbagliata e poca attenzione e concentrazione. Gli allenatori devono evolversi e trovare soluzioni per migliorare la fase difensiva, perché gli errori sono troppi, dalle piccole alle grandi squadre».
La sconfitta dell'Inter è il simbolo della crisi del calcio italiano?
«La partita del Como può starci, perché è stata una gara particolare, anche se Fabregas mi ha deluso con alcune scelte: togliere le punte in quel momento è stato incomprensibile. La partita che non può starci è quella dell'Inter, che aveva il favore del pronostico e una rosa importante. Il Villarreal è un campo difficile, ma perdere così è grave. Anche Allegri mi sta deludendo enormemente: perdere quattro partite su otto significa che qualcosa non funziona. La vera sconfitta del calcio italiano è quella dell'Inter, perché domina il nostro campionato e poi in Europa fa brutte figure. Lo scorso anno aveva perso sette partite su otto in Champions e non c'era più Onana a cui attribuire tutte le colpe. L'Inter è una squadra disordinata, senza capo né coda in campo europeo. Questo dimostra che il nostro è un campionato mediocre, sempre più lontano dai livelli degli altri. Eppure parliamo della squadra che consideriamo la più forte d'Italia, proprio perché ha i giocatori migliori. Abbiamo criticato Inzaghi, ma lui ha raggiunto due finali di Champions in tre anni. Vedremo quando l'Inter riuscirà a fare altrettanto».
Anche i numeri europei di Allegri cominciano a preoccupare?
«Allegri ha disputato due finali di Champions in passato, ma non basta evocare quei risultati. Nella sua ultima esperienza alla Juventus ha perso cinque partite su sei in Champions e ora, con il Napoli, ha iniziato con due sconfitte in altrettante gare. I numeri sono pesanti e recenti. Non pretendo che raggiunga due finali ogni anno, ma almeno bisogna qualificarsi tra le prime 24. Non possiamo pensare che sia il Como a rappresentare il calcio italiano: è una realtà particolare, diventata ricca grazie alla nuova proprietà e protagonista di un progetto interessante, anche se in campionato sta facendo un po' meno bene. È una città con meno di centomila abitanti e un bacino d'utenza limitato. Il Como è una realtà calcistica particolare, ma Napoli è Napoli e ha responsabilità ben diverse».
Quante altre partite bisogna concedere ad Allegri prima di giudicare il suo lavoro?
«Per me le prime otto partite sono già emblematiche, ma voglio essere intellettualmente onesto: bisogna concedere un po' di tempo a un allenatore. Quattro sconfitte su otto, però, sono tante. Personalmente non gli darei altro tempo, ma è giusto che la società e i tifosi gli concedano ancora qualche possibilità. A Venezia, però, bisogna vincere: non ci sono alternative. Poi arriveranno partite difficili, nelle quali servirà prudenza. Il Napoli, paradossalmente, gioca meglio le gare complicate. Per me la migliore prestazione è stata quella di Milano contro l'Inter, persa in maniera rocambolesca. Se Anguissa avesse segnato in quell'occasione, oggi Inter e Napoli avrebbero gli stessi punti. Il calcio è aleatorio, come abbiamo visto anche ieri sera. Diamo ancora tempo ad Allegri, nonostante i numeri, ma a Venezia servono tre punti. Non mi aspetto necessariamente che il Napoli vinca lo scudetto, ma per arrivare tra le prime quattro bisogna cominciare a fare punti con continuità. E poi c'è la Champions, dove la situazione è altrettanto delicata».
Allegri ha detto di non aver più visto la sua squadra dopo il 2-1 del Villarreal. È un'ammissione di responsabilità?
«Se Allegri dice di non aver più visto la sua squadra dopo il gol del 2-1, deve ricordare che quella squadra è sua e lui è l'allenatore. È un'autocritica: è lui che deve ripristinare il filo del gioco, la convinzione e la capacità di reagire. Se non ci riesce, significa che qualcosa non funziona. Deve mettere mano a questo Napoli. Per esempio, la convivenza tra McTominay, che non è ancora al meglio, e De Bruyne è un tema evidente. È una convivenza difficile, che deve essere risolta dal punto di vista tattico. E questo è un compito che spetta ad Allegri».
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