Juve-'Ndrangheta, Ruffo a TN: "Lavoriamo su nuova inchiesta dopo le novità sul caso Bucci. Attentato? Mi scrissero che dovevo bruciare..."

Il giornalista di Report parla di Juve e del caso Bucci
10.04.2019 15:30 di Redazione Tutto Napoli.net  Twitter:    Vedi letture
Fonte: di Rosa Martucci
Juve-'Ndrangheta, Ruffo a TN: "Lavoriamo su nuova inchiesta dopo le novità sul caso Bucci. Attentato? Mi scrissero che dovevo bruciare..."

In occasione della 19esima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, la redazione di Tuttonapoli ha incontrato il giornalista della Rai e inviato di Report, Federico Ruffo, autore dell’inchiesta andata in onda nel Programma ‘Report’ sulla morte di un collaboratore della Juventus coinvolto nel bagarinaggio e sui rapporti tra 'ndrangheta e tifoseria juventina. Un servizio che ha suscitato clamore nell'opinione pubblica e che è costato un bello spavento al giornalista: lo scorso 14 novembre, Ruffo è stato vittima di un attentato incendiario, fortunatamente fallito, nella sua abitazione di Ostia, a seguito di ripetuti attacchi e minacce di morte che hanno visto coinvolto anche il conduttore del programma Sigfrido Ranucci.


E’ di pochi giorni fa la notizia relativa all’autorizzazione della procura di Cuneo per la riesumazione del cadavere di Raffaello Bucci, il tifoso della Juventus per anni uno dei membri più importanti di uno dei cinque principali gruppi ultras dei tifosi bianconeri, i “Drughi”, nel 2015 assunto dalla società piemontese come “vice supporter liason officer”, una sorta di collegamento tra la tifoseria e la società, che si era suicidato dopo essere stato interrogato per le presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tifo organizzato juventino e sulla cui morte si era aperta un’inchiesta.


Dopo quasi tre anni è arrivato l’okay per la rianalisi del corpo di Bucci, cosa sa Federico Ruffo? Ci sono novità, ulteriori sviluppi? Report lavorerà ad un servizio al riguardo?  “Ovviamente con l’intera squadra di Report ci stiamo lavorando, soprattutto perché non è un problema che riguarda solo la Juventus, ma si tratta della pressione che le curve esercitano sulle società calcistiche. In questo caso c’è un elemento importante: un’inchiesta della procura che aveva provato, al di là di ogni mio ragionevole dubbio, la vicinanza fortissima della Juventus alla ‘ndrangheta, un'organizzazione importante e una mole di denaro mai vista. Un rapporto che non può non destare sospetti tenuto conto che la società di Agnelli è la squadra più importante di questo paese, il club che dallo stadio e dalla vendita di biglietti guadagna di più in assoluto ed ha strutturato lo stadio e la politica dei prezzi in maniera importante, per cui risulta quasi ovvio che un’organizzazione criminale di tale portata avesse un interesse enorme verso quella curva. E’ chiaro che è una realtà non assente da altri stadi o altre tifoserie, quindi lavoriamo anche su quello, in più seguiamo tutti gli aggiornamenti della vicenda, perché la procura di Cuneo è andata avanti. Rispetto alla riesumazione non mi aspetto molto perché è trascorso tanto tempo, sono passati quasi tre anni, parliamo di mille giorni e mille giorni per un corpo sono troppi, insomma, senza scendere nei dettagli tecnici, dopo diverso tempo certe prove scompaiono.”


Cosa ha spinto te e la squadra di Report ad aprire l’inchiesta “Una signora alleanza”?  "Tutto è nato da un’intuizione. E' parso evidente che qualcosa non andasse, che qualcosa è stato gestito male da parte della procura di Cuneo, almeno in una prima fase, per tutta una serie di motivi che hanno portato a legittimi sospetti: se dall'autopsia mancano delle foto del cadavere, non si può non accorgersene e non si può non chiedersi il perché, considerato che per legge devono esserci. Quando ho contattato il medico legale che aveva redatto l'autopsia di Raffaello, scoprendo che era andato in pensione poco dopo, alla mia domanda sulle foto mi ha risposto testuale:- Si, le foto le ho fatte, ma non ricordo se le ho allegate, forse le hanno perse loro o forse potrei non averle messe.- Questo non è certamente un atteggiamento possibile. 
Mi aveva molto colpito un altro dato: se di due anni e mezzo di intercettazioni su un indagato che si suicida, mancano soltanto due ore, e sono esattamente le ore in cui lui si suicida, e mancano perché i server della procura quella mattina, a causa di uno sbalzo di corrente per dei lavori di manutenzione avvenuti 24h prima, sono saltati, come può non venire un dubbio? Magari un caso, certo statisticamente è possibile, ma davvero vogliamo credere che si sia trattato puramente di una coincidenza?

Se poco tempo dopo la morte di questa persona, in procura a Torino si presenta un agente dei servizi segreti che rivela che suddetta persona, ex capo-ultras, era un loro informatore in merito a ciò che avveniva in curva, si ha il dovere di interrogarlo e farsi dire per filo e per segno a cosa esattamente lavorava. Dopo la morte di Bucci, dalle intercettazioni, emergono dati inquietanti: i primi tre ad arrivare in ospedale, non sono familiari, ma due dirigenti e l'avvocato della Juventus che chiede di avere il telefonino e le chiavi della macchina, chiaramente sotto sequestro, palesandosi come un'amica di famiglia. E perché l'avvocato della Juve vuole il telefono di Raffaello? Domande lecite, prove che come ho visto io, sono passate anche sotto gli occhi del magistrato che indagava sul suo suicidio.
Così, mi sono appassionato alla vicenda, ho iniziato a contattare la famiglia, colleghi e, quello che traspariva dalle carte è che in quell’inchiesta il vero problema era il poter arrivare ad una verità assoluta, quel qualcuno che sapesse effettivamente dire se i dirigenti della Juve sapessero che facevano affari con la ‘ndrangheta, e l’anello di giunzione tra questi mondi era proprio Raffaello Bucci, noto capo ultras che parlava al telefono con i piani alti della società bianconera e con gli ‘ndranghetisti, trattava tra le due parti e faceva in modo che tutti andassero d’accordo, era il solo a sapere chi sapeva, cosa e come. Lui che viene ascoltato una sola volta e poi si uccide, senza lasciare un biglietto, senza parlare con nessuno, con le vacanze programmate per il giorno seguente. 
Anche se mancano le intercettazioni, non mancano i tabulati, dai quali viene fuori che l’ultima e breve telefonata è avvenuta con la compagna, alla quale ha chiesto come stesse il figlio, il che si collega alle prime telefonate fatte dal dirigente della Juventus, nelle quali sosteneva che Raffaello si fosse ucciso perché preoccupato per l’incolumità del bambino, e non serve un genio per capire che qualcosa non torna.
Altrettanto fondamentale è stato leggere il verbale della Polizia Stradale, un dato che poteva sembrare marginale poiché questa compare solo nel momento in cui Bucci si suicida e va sequestrata l’auto, non indaga sul caso, ma reperta quello che c’è all’interno e lo fotografa. C’è poca roba nella macchina, carta d’identità, cellulare, una bandana, un pallone e un rosario, materiale che viene sequestrato e consegnato alla compagna il giorno dei funerali dal security manager della Juventus, Alessandro D’angelo, oggetto di un’indagine molto approfondita anche se non viene mai indagato ne condannato. Perché glieli dà lui? L’auto è stata dissequestrata e gli oggetti raccolti nel garage della Juve.  Tra questi oggetti ce ne sono alcuni che nelle prime foto non figuravano: le chiavi di casa e il borsello in cui teneva i documenti". 

Ovviamente guardando i verbali salta all’occhio che questi ultimi non c’erano in auto, come mai? Chi ha messo mano alla macchina? Tre persone: l’autista di Andrea Agnelli, che la va a riprendere al deposito giudiziario e, preso a verbale, sostiene che quegli oggetti non erano in auto; un primo parcheggiatore, che sostiene la stessa cosa; l’ultimo parcheggiatore, che afferma di averli trovati sulla pedana al lato del passeggero. Il Magistrato prende due oggetti della stessa dimensione, chiedendogli di poggiarli esattamente dove e come li aveva trovati, e viene scattata una foto, che ho sovrapposto a quella scattata dalla Stradale, nella stessa identica angolazione, della stessa macchina, potendo sostenere che quella roba non c’era". 

Un lavoro intrigante, che ti ha appassionato ma che ti ha messo seriamente in pericolo. Cosa ha provato Federico la sera del tentato incendio? “Paura. Il danno peggiore non è stata la cosa in sé, ma la paura, paura per le persone a me vicine. Mai prima d’ora qualcuno aveva dovuto rispondere per me, per ciò che io decidevo di fare. E’ stato in quel momento che l’ago della bilancia delle cose importanti si è spostato. Non è stato un periodo facile, i primi giorni era faticoso spostarsi da casa, andare a lavoro, poi il tempo ha risanato, in parte, la ferita. Il calcio è un atto fede, non sente ragioni, non sente scandali, ha anticorpi tutti suoi, qualunque cosa succede il calcio  e il tifo si autodifendono e trovano la giusta cura. Il calcio non attira mai quando ne parli mai, e così, se metti in dubbio il credo calcistico ti massacrano. Non dimenticherò mai un particolare di quella notte di novembre, avevo ancora i vestiti che puzzavano di benzina quando arrivò un messaggio che diceva: “Ruffo è credibile solo da torcia umana”. Ancora oggi rabbrividisco al pensiero, ma ce l’ho appeso al muro, per ricordarmi tutti i giorni chi sono e chi non devo essere".