Clemente di San Luca: “Caro Rocchi, se la metti così aspettiamo le dimissioni”
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, partendo dalle dichiarazioni del dirigente dell'AIA Gianluca Rocchi, ha analizzato il momento della classe arbitrale: "«L’ho sempre detto a tutti senza problemi e lo ribadisco: se qualcuno non crede alla nostra buona fede, io domani mattina lascio». Alle parole di Gianluca Rocchi, pronunciate nell’ultima puntata di Open Var del 2025 (e suscitate dalla lettera di proteste della Lazio alla Lega di Serie A per la – indecente – decisione di convalidare il gol del pari dell’Udinese), verrebbe di rispondere subito: «Caro Rocchi, se la mette così, aspettiamo le dimissioni». Le sue parole meritano un commento articolato, ma fermo e deciso. Che è stimolato proprio dalla irragionevolezza, assertività e protervia della spiegazione che il designatore Can ha reso per definire «buona» la decisione della squadra arbitrale (ma in realtà essenzialmente del VAR). Una spiegazione, peraltro, che contraddice apertamente l’ulteriore affermazione (pur apprezzabile in linea astratta e teorica): «Il nostro obiettivo è quello di fare i meno errori possibili, poi ne commettiamo, e se foste con me qualche weekend vedreste quanto mi incazzo». Perché – si rifletta – qui non è questione di credere o no alla buona fede sua o di ciascun singolo esponente della classe arbitrale. Questa deve presupporsi, altrimenti evaporerebbe la stessa ragion d’essere della passione per il calcio. E però, fanno di tutto per richiedere l’inversione dell’onere della prova. Per il numero e la costanza (quasi sistematica) di decisioni illegittime, è ormai diventato impossibile presumere la buona fede. Va dimostrata. Nonostante Rocchi abbia dichiarato che «va fatta chiarezza», gli argomenti che ha adoperato fanno luce soltanto su una cosa: che la classe arbitrale non ha alcuna intenzione di perdere spazio di arbitrio, di potere insindacabile.
Ad esser sinceri, da quanto ha detto si evince nitidamente che gli arbitri si sentono depositari della Verità sul gioco. Altrimenti, non si capirebbe il senso della dichiarazione: «Lo dico da persona a cui piace il calcio». Il fatto che gli piaccia, infatti, non leva e non mette alcunché. Piace anche a me, così come a milioni e milioni di persone. Ma mica si può costruire su questo la regolarità di un campionato! La ricerca della bellezza nel gioco, che si combina col desiderio di vittoria, richiede che la competizione si svolga dentro un perimetro di regole (giuridiche) interpretate e fatte rispettare in maniera uniforme, così da garantire la ‘fair competition’. Dunque, secondo il designatore, quella di Davis sarebbe «una rete buona», non perché priva di vizi, bensì perché «Non puoi annullare dei gol del genere», apoditticamente, e «soprattutto quando uno tocca il pallone con un braccio chiuso o comunque in un modo totalmente fortuito come questo». Come se il Regolamento ancora contemplasse la prescrizione di valutare la ‘casualità’ o la ‘intenzionalità’ dell’azione fallosa. Giuridicamente, il fatto che Davis agisca «in modo totalmente fortuito» è del tutto irrilevante. E così, Rocchi si esibisce in una spiegazione ‘ardita’ che dimostra solo, inequivocabilmente, la volontà di difendere (ma in modo assai goffo) la buona fede degli arbitri: «da arbitro dico che è una regola su cui sicuramente va fatta chiarezza e me ne assumo la responsabilità, perché poi alle persone dobbiamo dare risposte che siano il più oggettive possibile. È chiaro che in questo momento questo avverbio “immediatamente” ci mette un pochino in difficoltà e io oggi ai ragazzi non posso dire che hanno sbagliato perché, se io vado a vedere l’immediatezza in questo caso non c’è. Il giocatore recupera la palla con un tocco di mano sì, ma fa quattro dribbling di fronte a sé; pertanto, se mi chiedete se c’è immediatezza, questa non può esserla mai». E ancora: «Quando le cose non sono oggettive è un problema». E quindi, sulla «immediatezza», il problema degli arbitri sarebbe «che non c’è oggettività, non c’è un parametro o secondi da contare, cerchi di essere logico in quello che fai. David recupera palla, fa 3-4 dribbling, questa non è mai immediatezza» (un racconto di vera e propria falsificazione della realtà). Dopodiché, «Sono sincero, se io da fuori devo capire, e non sono un arbitro, quale delle due è la visione corretta, faccio fatica». E infine, «Questa clip verrà girata all’IFAB, se leviamo questa norma si rientra però nella soggettività e può essere più comprensibile». Viene di domandarsi che cosa sarebbe «più comprensibile». La ‘soggettività’? Comunque, per capire si deve partire dal disposto testuale della Regola 12: «È un’infrazione (“fallo di mano”) se un calciatore […] segna nella porta avversaria […] immediatamente dopo che il pallone ha toccato le sue mani/braccia, anche se in modo accidentale».
Ebbene, obiettivamente Davis segna senza soluzione di continuità dal fallo. Da quando tocca la palla col braccio, non v’è alcuna interruzione dell’azione. Discutere sulla misura della «immediatezza» significa rimetterne la definizione in concreto all’arbitrio del direttore di gara. In ogni caso, mai spetta al VAR, che – come vado ripetendo invano – non ha alcun margine di valutazione sulla qualificazione del fatto. Ha il dovere giuridico di chiamare l’arbitro alla review. Ciò che invece, nel caso in esame, non ha fatto, commettendo due illegittimità in una: sotto il profilo procedurale, omettere contra legem di richiamare l’arbitro (venendo meno al suo dovere giuridico di contribuire al corretto accertamento del fatto), e, nel merito, assumere in luogo di questi una decisione non conforme al dettato normativo. Nessuno pretende, né può pretendere – sia chiaro –, la infallibilità. Questa è solo divina. Gli errori sono umani. Chiunque ne commette. Sia nella vita personale, sia in quella professionale. Si cade e ci si deve rialzare, imparando dagli errori, facendo tesoro dell’insegnamento che se ne ricava. Del resto, lo stesso ordinamento giuridico contempla l’esistenza di ‘errori scusabili’ (in tutte le branche del diritto: civile, penale e amministrativo). Ora, ove l’arbitro commette un errore (che ben può definirsi una ‘patologia fisiologica’), il VAR non può non rilevarlo senza incorrere in dolo o colpa grave. Se deve aver visto per forza – oggettivamente –, l’omissione del suo intervento non può qualificarsi come ‘errore scusabile’, bensì come ‘errore intenzionale’ (che consiste nella deliberata violazione di una disposizione normativa). A meno che non venga offerta una plausibile spiegazione della involontarietà.
Stando al Protocollo, invero, il VAR ha il solo compito di porre rimedio allo scorretto o mancato accertamento di un fatto (per ‘errore scusabile’ dell’arbitro), la qualificazione giuridica del quale spetta in via esclusiva al direttore di gara, all’esito della «revisione sul campo» cui è stato richiamato. Gli errori, dunque, non sono scusabili quando sono inspiegabili. A maggior ragione laddove vengano giustificati, poi, in maniera irragionevole e assertiva. Si vuole veramente uniformità di giudizio? Siccome non c’è chi potrebbe rispondere negativamente, giacché ne andrebbe della credibilità della regolarità della competizione – l’ha riconosciuto persino Calvarese nell’intervista rilasciata a Repubblica («Troppi errori la gente non si fida di chi deve decidere»), affermando che «il pubblico ha poca fiducia nella regolarità del nostro campionato» –, ebbene il ‘sistema’ arbitrale dimostri la buona fede seguendo la via di interpretare e far rispettare le regole, non invocando la bellezza del gioco (dietro cui si cela l’arbitrio applicativo di esse), bensì seguendo la tecnica propria della ermeneutica giuridica. Detto questo, vediamo di cominciare bene l’anno. Noi tifosi azzurri dobbiamo restare con gli occhi aperti. Che domani il Napoli gioca a Roma con la Lazio. Adesso, il ‘compensarla’ dei torti subiti farebbe conseguire un doppio risultato: acquetare il fondato malcontento dei biancocelesti e far perdere terreno alla più accreditata rivale delle ‘strisciate’ per la corsa al titolo".
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