Da 0 a 10: Gattuso distrugge Sarri, l'annuncio di ADL, l'addio in TV di Josè e CR7 con l'accento calabrese

18.06.2020 12:27 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
Da 0 a 10: Gattuso distrugge Sarri, l'annuncio di ADL, l'addio in TV di Josè e CR7 con l'accento calabrese

(di Arturo Minervini) - Zero all’obbrobrioso tentativo di sostituire il pubblico con lo strumento digitale, una storia più triste di quella di Oliver Twist. Come in una puntata di Black Mirror, lo sfondo sembra raccontare un futuro distopico ed angusto. Poi, accade il miracolo. La vita che si impone. La vita che diventa vita. Ecco che arriva la gente. Fuori dallo stadio, ma è come se fosse lì dentro. Festante, gioiosa, tumultuosa. Nelle piazze, nelle case, nelle automobili con i clacson impazziti. Un ritorno alle origini, all’origine. Quella primitiva della gioia, una grande parentesi che si apre su questi mesi vissuti nel limbo. Una piccola fuga da un presente che ci ha flagellati con tanto, troppo dolore. Che spettacolo il mondo che si riprende i suoi spazi. 

Uno scheggiato da Insigne, l’altro quasi abbattuto da Elmas da pochi passi. Il conto dei legni stagionali sale a quota 29, ma non c’è nessun rammarico da esporre ai piedi della Dea Fortuna. Questa volta, pur girata di spalle, ha arricchito di un’attesa poi divenuta godimento attimi dilatati e sbalzi temporali che nemmeno il protagonista rossiccio di About The Time. Quante volte avremo voluto possedere il potere di tornare sui nostri errori? Quante volte avremmo voluto pronunciare frasi diverse? Questa volta no. Doveva andare proprio così. Doveva essere un percorso lento, sofferto, tortuoso come un traguardo che hai raggiunto senza scorciatoie. Una fronte madida di sudore è tutto quello che uno sportivo può desiderare per rendere una vittoria ancor più gioiosa. La forza dirompente del Sacrificio.  

Due finali perse consecutivamente. Come mai in carriera. CR7 arriva in bianconero e perde l’infallibilità nelle partite che contano, primo caso nella storia del calcio in cui un campione assume il dna recente della nuova squadra e non riesce invece ad innestare il suo in quello dei compagni. Bruciati migliaia di alberi invano, con prime pagine già pronte ad andare in rotatoria con il faccione di Cristiano proposto in mille versioni. Aggravata la situazione del diboscamento globale, in picchiata anche l’umore di quelli che avevano già programmati speciali per le prossime diciannove settimane. Cristiano non converte il trend della Juve, un trend che invece travolge anche Ronaldo. Dovesse anche iniziare a parlare in dialetto calabrese, la metamorfosi potrebbe dirsi completa. 

Tre in pagella a Sarri, incastrato in vestiti che non gli appartengono, in preda ad allergia prolungata per una maschera che non gli copre a pieno il volto. Ha scelto un popolo che non lo accetta, prova con dichiarazioni forzate a ripercorrere la vecchia recita del Comandante che ora sta dalla parte dei rivali di sempre. Camaleontico, al punto da non riconoscersi allo specchio, di non ritrovare la bellezza di quel calcio che lo aveva portato ad un passo dall’eternità in azzurro. Maurizio s’è perso, come l’Andrea di De Andrè e davvero non sa tornare. A quello che era, a quello che aveva sempre voluto essere. Nel dopo gara completa il disastro: ‘Cosa ha fatto il Napoli per vincere? Ha calciato i rigori meglio di noi’. Eh no, Maurizio. Non ci hai capito proprio nulla. Riguardati le immagini prima dei calci di rigori, guarda quel gruppo di persone saldate dalle stesse idee. Capirai la differenza e ti sentirai improvvisamente, irrimediabilmente solo.

Quattro su quattro dal dischetto. Arrivare pronti ai momenti decisivi, guardare il destino dritto negli occhi e non abbassare mai lo sguardo. Fierezza e prontezza, quasi sfacciati nell’irriverenza con cui mandano a vuoto come un tergicristallo che gira senza pioggia un’istituzione come Buffon. Così insensibili che sembra abbiano avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore irridendo il povero Gigi. Insigne omaggia Jorginho col saltello prima della battuta, Politano con quel dito sulla bocca ammutolisce la panca bianconera con la lingua avvelenata, Nikola spacca la traversa ed Arek è glaciale come serpente che è mosso da un sangue che non si lascia vincere dall’emozione. Vincere è come dipingere un quadro, a renderlo perfetto è sempre l’ultima pennellata. Arrivarci con la mano ferma distingue il vero artista dall’improvvisato disegnatore.

Cinque passi per Dybala, lo sguardo di Meret non teme. Parte il sinistro di Dybala, la testa di Meret ha già focalizzato il lieto fino. Si distende sulla sua sinistra Alex ed oscura la vallata con l’irrefrenabile esplosività della gioventù. Eccolo Meret, con la faccia da bravo ragazzo che entra in una cabina telefona. Lo riconosco, è Clark Kent, ora ha un vestito rosso e col suo mantello arriva dappertutto. Prima di tutto. Prima di tutti. Come ricordava Lex Luthor: “Alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell’universo”. Si chiamano Predestinati. A loro sono aperte strade che altri nemmeno vedono, binari celati al 9 e tre quarti che lasciano passare solo quelli con i poteri magici. Proprio com Alex.

Sei Coppe Italia in bacheca, la terza nell’era De Laurentiis, la Coppa delle seconde opportunità. Cavalcavia verso storie con finali differenti, come per Milik. Quello che per molti avrebbe già scelto la Juve, che infila l'oliva nel Martini per avviare la festa e rendere indigesto il Cocktail alla Vecchia Signora. Come per Mertens, che si regala il suo giorno perfetto con la firma, il trofeo al cielo ed una dedica a Napoli che raggiunge posti così profondi nell’anima che c’è il rischio di perdersi. “Mi dispiace per le persone che non amano Napoli, chi la conosce come me la amerà tutta la vita”. Dichiarazione d’amore che vale come una Coppa. Più di una Coppa. Che impregna le strade della città di un senso di appartenenza che è la più grande eredita che Partenope voglia lasciare ai suoi figli di domani. 

Sette anni di Josè e poi… sprofondare nel burrone dei ricordi. Una caduta libera, senza freni, con la terra che si apre in due sotto ai piedi. Eccolo Callejon, dall’altra parte della strada. Per un momento che doveva essere solo suo, per lacrime che scivolano sul volto che raccoglie pensieri d’addio. Lacrime che bagnano una valigia pronta ad essere chiusa, tumulto e tormento un attimo prima di sentirsi privo di una bandiera che hai difeso fino allo stremo delle forze. Luccicante Josè, nel suo angolo al buio. Brilla di una luce propria, nucleo pulsante di un pianeta che sarebbe ancora tutto da esplorare. Di un uomo che appartiene ad epoche passate, bagnato di virtù sfumate nelle generazioni che verranno. Un salto a spasso nel tempo, dentro a quel burrone. Accompagnando una caduta che sarà traumatica, un giorno senza Josè sarà un giorno con qualche certezza in meno. Lo spessore di un uomo si misura dalle lacrime che ha versato per una causa giusta. La causa giusta di Callejon è sempre stata il Napoli. Tutti in piedi. Ma non per cinque minuti. Non per 92’ come per Fantozzi dopo la famosa rivolta post Corazzata. Almeno un paio di giorni. Ad applaudire, fino a sentire dolore alle mani. 

Otto a quei due lì in mezzo. Polvere di Kalidou cade dal cielo, ricadono segnali di onnipotenza sulle teste dei malcapitati che abbozzano l’idea di passare indisturbati dalle sue parti. Ripropone concetti da disposta assoluto, intransigente come nel glorioso passato con il concetto di tempo e spazio: decide lui dove vai e quando ci vai. Strade sbarrate abbondano alla vista dei bianconeri, perché se non arriva il monte KK c’è quel Nikola lì. Quello che guardava sulla panchina avversaria il Sarri che lo aveva spedito in Russia, esilio ghiacciato come quello imposto da Lenny Belardo in ‘The Young Pope’ ai suoi nemici. 'Ketchikan, Alaska. Posto adorabile, io ci sono stato, fa molto freddo ma pensi alle parole del premio Nobel Iosif Brodskij ‘la bellezza a basse temperature… è bellezza’. Quella bellezza che pervade le giocate di Maksimovic, elegante nel fisico possente, puntuale nel pensiero che sposa sempre la giocata. Cristallino nell’esecuzione e nella concezione astratta, ballerino con i passi che scandiscono il ritmo della musica e non il contrario. Quanto è forte Maksimovic, forte come non lo era mai stato. 

Nove alla sterzata in curva. Prendere il proprio destino tra le mano, come argilla che può assumere una forma diversa da quella precedente, impone un dispendio di energie senza precedenti. In una stagione che volava a picco verso l’oblio come un Martin Pescatore, eccola la svolta. La risalita improvvisa, il nuovo orizzonte da inseguire. Sfiorare il fondo, far arrivare il cattivo odore alle narici per darsi poi una nuova speranza. Si rintracciano tracce di epicità in questa svolta, quando sembravamo ormai condannati a vivere una delle stagioni peggiori dell’era De Laurentiis. Poi arriva Gattuso, guarda negli occhi la squadra, la squadra guarda negli occhi Gattuso e le parole diventano unione, scopo comune da perseguire con tenacia. Dalla folle notte dell’ammutinamento, alle multe del club, a De Laurentiis che ora ‘Cancella il debito’ come fosse Jovanotti a San Remo. È finita si dice solo quando è finita. Il grande libro della vita ce lo ha insegnato ancora una volta in quel suo meraviglioso capitolo chiamato sport. 

Dieci a quella faccia lì. A quegli occhi lì. A Rino, che trova le parole giuste. A Rino, che si insinua sotto pelle e non esce più, come fosse un sortilegio uscito dalla bacchetta di un mago buono. A Rino, che ti scuote l'animo e ti dona le motivazioni che sembravano soffocate. C'è impresso il marchio di Gattuso su questa Coppa alzata al cielo. Ci sono occhi che si incrociano, che lacrimano prima di affidarsi alla lotteria che non sempre premia i meritevoli. Accanto è un posto per pochi, tra quei pochi ognuno dei calciatori lascerebbero volentieri spazio a Ringhio. Pane caldo da azzannare, semplice ed essenziale come un miracolo che si compie quotidianamente. Che ti scalda il petto con una parola di conforto, che ti fa correre il doppio con la cosa giusta detta quando serve. Prima che un allenatore, un amico. Ed un amico sincero, lo sappiamo, è un tesoro trovi poche volte nella vita. Siamo più ricchi con Gattuso in città. Siamo più ricchi con Gattuso seduto sulla panchina. Di quella ricchezza che non deve pagarci nemmeno le tasse. È tua quella Coppa Ringhio. È un piccolo anestetico per il dolore immane che da giorni trascini senza mai piegare la schiena. È di Francesca, che avrai raggiunto col pensiero in ogni istante.