Da 0 a 10: il labiale che inchioda Giua, l’audio rubato di Insigne, la confessione di Allan e le prove di tuffo di Kulusevski

23.07.2020 13:07 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Da 0 a 10: il labiale che inchioda Giua, l’audio rubato di Insigne, la confessione di Allan e le prove di tuffo di Kulusevski

(di Arturo Minervini) - Zero alla presunzione che può assumere le sembianze della malafede, quando la si trasforma in questione personale. Che esonda in un fiume di dubbi, perché dinanzi alle evidenze ci si deve pur porre delle domande. Giua, sempre Giua. Quello che all’era del Var ammonisce Milik in Napoli-Lecce invece di assegnare un rigore solare. Quello che assegna due penalty al Parma che a rivederli non ce n’è nemmeno mezzo. Quello che fa la voce grossa con Koulibaly e poi si schernisce dinanzi ad altre maglie ed altri colori. Quello che il Napoli non deve arbitrarlo mai più, perché è chiaro che ci sia un black-out di lucidità o qualcos’altro che nemmeno vogliamo immaginare. 

Uno il gol segnato (su rigore) da un Napoli spuntato. Sfiancato dalle troppe partite incatenate l’una all’altra, da una lucidità che sotto porta continua a pendere sulla testa come spada di Damocle sempre pronta a ricondurti alle tue antiche paure. È un discorso che ritorna sempre, come quello sui cartoni animati anni 90’ nelle cene dei quarantenni di oggi. "Non capisco com'è che si finisce a parlare di Jeeg Robot e delle strade di San Francisco”. Il solito tunnel della mancanza di cattiveria. Tutt'altro che fuori. 

Due rigori che si aggiungono ad un bilancio arbitrale disastroso. Ogni volta che il Napoli ha provato a rimettere fuori la testa dal proprio abisso, due mani lo hanno rispedito giù con forza e decisione. Dai rigori negati a quelli ingiustamente assegnati contro si ottiene un quadro desolante, una natura morta, uccisa con sapienza silenziosa. Uomini invisibili, che ci vedono benissimo. Chirurgici nei movimenti, certosini nelle tempistiche. Il Napoli si è dato tante martellate dove fa più male, ma quanta ingiustizia ha dovuto ingoiare? Certi rospi a buttarli giù ti avvelenano, provocano allucinazioni visive come quelli dell’Amazzonia. Provateci voi a non perdere il controllo.

Tre gare che si trascinano. Una rete stanca che torna tra le mani di un pescatore ormai sazio, atmosfera da fine stagione che suggerisce a quell’ora più l’aperitivo che una partita di calcio. È un Napoli che ha staccato la spina e fa dannare Gattuso, che in fondo al cuore un pochino se lo aspettava perché è stato in mezzo al campo prima di sedersi in panchina. Un copione forse inevitabile, perché tutti nella testa hanno solo una data: l’8 agosto. È un dolce vizio della mente umana, proiettarsi nel futuro, trascurando il presente. Sedici giorni all’alba.

Quattro ai piccoli simulatori che crescono. Alla progenie dei cascatori che viene allevata e nutrita da un calcio che ormai tutela solo chi ha imparato l’arte della frenata maliziosa, della gamba larga per cercare il contatto, del carpiato in area di rigore. Scuola filosofica che trova in Cuadrado e Dybala i massimi esponenti ed a cui, con largo anticipo, si iscrive anche il futuro bianconero Kulusevski. Uccellini e uccellacci, ma il registro è molto più basico di quello del capolavoro di Pasolini. 

Cinque ad Allan. Perchè così non va. Perchè non è quello il modo di ricambiare una maglia da titolare ritrovata. Perchè alla fine il corpo racconta più di tante cose. È un linguaggio molto più diretto, senza inganni. Ci ostiniamo a dare credito alle parole, quando il corpo ci dice già tutto quello che avremmo bisogno di sapere. Come direbbe Tim Roth in Lie To Me ‘Se nascondete qualcosa, io lo scoprirò”. Nel caso del brasiliano la situazione par essere già molto chiara. E la valigia già pronta.

Sei e mezzo. Questo il voto che un quotidiano assegna a Giua dopo l’arbitraggio in Parma-Napoli. Si potrebbe entrare nel merito, ma basta limitarsi a constatare la soggettività dell’universo. C’è chi preferisce il mare alla montagna, chi la focaccia alla pizza, chi financo la Ferrari ad una Panda 750 con quattro marce. I gusti son gusti, ma non provate a spiegarci che quelli sbagliati siamo noi. Cinquanta sfumature di rosea. 

Sette come settimo posto, una frenata che è rimpianto. Perchè si poteva arrivare davanti a Roma e Milan, lanciare un segnale in vista del prossimo anno. Inconsciamente, però, il Napoli si è ritrovato a fare dei calcoli, a gestire le energie mentali e fisiche. A dare priorità al sogno covato dentro al petto, alla notte del Camp Nou che resta un Mortirolo da scalare con la bicicletta zavorrata: una follia. Prima ancora di vincere o perdere, il ciclismo è rispondere "Presente!". Io ci sono. E il Napoli è già col pensiero a quell’appello catalano.

Otto zero come ottanta milioni. Non si può nemmeno immaginare di scendere sotto quel prezzo quando si ipotizza la cessione di Kalidou. Il ritorno del calcio post Covid ci ha restituiti il vero Kalidou, che a tratti ricorda Fantozzi che lavora da solo in ufficio mentre tutti gli altri sono al mare. Difende, anticipa, imposta, si lancia sulla fascia, prova il tiro, timbra cartellini, firma documenti, fa il cassiere, l’usciere e nel tempo che gli avanza rimette a posto anche l’erba del Tardini. È tornato il gigante tra i lillipuziani e nessuno pensi di venire a fare acquisti facili o sottocosto. 

Nove in arrivo. Osimhen è un nuovo capitolo da dimenticare per gli esperti di mercato, quelli che hanno l’esclusiva sempre pronta anche quando non esiste nemmeno la notizia. È il sistema del Fast-Food che impone di sfornare pasti sempre caldi, anche quando nessuno ha appetito. Frenesia che conduce inevitabilmente in strade impervie, che talvolta non hanno sbocco. Vicoli bui e ciechi che dovrebbero consigliare per il futuro maggiore cautela. Il nuovo numero 9 del Napoli sarà il ragazzo che vendeva bottigliette d’acqua ai semafori di Lagos e che dalla vita vuole riprendersi tutto indietro con gli interessi. Forse è quello che serviva ad un attacco troppo spesso disperso nel labirinto dell’estetica. 

Dieci alla capacità di sintesi di Insigne. "Fa sempre il fenomeno contro di noi” dice Lorenzo dopo il primo rigore assegnato da Giua al Parma. Profeta nemmeno troppo lungimirante, perché di rigore ne sarebbe arrivato anche un altro. C’è un astio percepibile del fischietto nativo di Calangianus, piccolo comune in provincia di Sassari. Un atteggiamento di sfida che va oltre il ruolo, supera i confini dei poteri derivanti dall’indossare la casacca arbitrale. Quanto è misera la vita negli abusi di potere.