Guido Clemente di San Luca a TN: "Decisioni illegittime di Giua, è stato violato il principio di legalità!"

Guido Clemente di San Luca, Ordinario di Diritto Amministrativo, Università della Campania Luigi Vanvitelli, ha scritto un editoriale per Tuttonapoli con alcune considerazioni dopo gli episodi molto contestati di Napoli-Lecce.
"Sono confuso. Non so più che pensare. Il confine tra scoramento, avvilimento, smarrimento e abbattimento, da un lato, e fiducia e speranza, dall’altro, è assai labile. Gli opposti sentimenti si alternano come fossero due fiumi carsici paralleli: quando nell’uno il sentimento compare, in quell’altro scompare. E viceversa.
E proprio come un fiume carsico registriamo l’alzare e l’abbassar la voce dei corifei del leader calmo. Ora seguono l’Everton e ne rivendicano i successi dimenticando che quello non è il nostro azzurro. Richiamano i numeri di Ancelotti rispetto a quelli di Gattuso come fossero comparabili. Un’operazione intellettualmente disonesta, che è sì possibile fare, ma soltanto dopo un congruo lasso di tempo. Per confondere la testa e le gambe della squadra, il ‘doroteo’ ha impiegato un anno e mezzo. Due mesi sono troppo pochi per giudicare Ringhio. Rimediare al disastro generato dal profeta del calcio liquido chiede calma e pazienza. È difficile rigenerare un ambiente desertificato.
Noi cerchiamo di non perdere coerenza. Abbiamo sostenuto Ancelotti fintanto che è stato allenatore del Napoli. Abbiamo vissuto empaticamente con lui, pur rinvenendo le incongruenze che si mostravano sempre più evidenti, solo sommessamente manifestando le nostre perplessità, auspicando nell’intimo che stessimo sbagliando valutazione, e augurandoci d’essere smentiti.
Poi abbiamo constatato i fatti, ed espresso giudizi su di essi (come sempre andrebbe fatto in un corretto approccio metodologico, la verità dovendosi ricavare solo dalla fenomenologia degli eventi). Del resto, sul piano umano il ‘leader calmo’ s’è rivelato persino peggio di quell’altro. In tre giorni ha firmato il contratto milionario in Inghilterra. Aveva già programmato tutto. Come quando fu assunto. Non siamo così ingenui da credere in toto alle dichiarazioni che ha reso nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, della quale si salverebbe solo una frase («Vivere a Napoli è una delle più belle cose che possano capitare»), sempre che si riuscisse a vincere il sospetto di captatio benevolentiae. Malcelata e perciò tanto più odiosa. Anche se – va detto – un’altra frase («Se tu mi dici “Devi usare la frusta!”, è sbagliato») s’è rivelata utile, avendo definitivamente confermato la insussistenza del cd. ‘ammutinamento’. Accortosi troppo tardi della sua ‘mollezza’, Adl ha voluto porvi rimedio goffamente imponendo un ritiro illegittimo. Al quale i giocatori hanno reagito.
Qualcuno osa ancora parlare di ‘etica professionale’, indirizzando gli strali contro i giocatori! Mentre leggiamo dei dividendi sempre crescenti che la famiglia padrona si spartisce alle nostre spalle. Per carità, in maniera verosimilmente legittima, sotto il profilo giuridico. Ma, per favore, non richiamate più parole il cui significato v’è sconosciuto! Etica, morale, trasparenza sono lemmi di un dizionario di cui non disponete. Privi di affectio societatis, del minimo senso di appartenenza alla comunità, dovrebbero esservi preclusi!
Al tempo stesso viene di nuovo impedito agli ultras (non s’è ben capito quanto complice la società) di sostenere adeguatamente la squadra, nel momento in cui questa si stava ritrovando, sospinta con ardore. Secondo me, sbagliano ad astenersi. Un po’ come il marito che, per far dispetto alla moglie, si evira. Coi salentini s’è risentito assordante il silenzio di una curva piena che non sostiene [fra parentesi, se posso appellarmi direttamente a voi, fratelli nell’azzurro, dimostrate che l’amore è superiore al vile interesse: il loro paradigma è il profitto, il nostro la passione]. E quel sostegno è parte decisiva per lo stato d’animo della squadra in campo. Con buona pace di quei saccenti commentatori che forse mai hanno sentito il profumo di uno spogliatoio, intriso dell’odore di olio canforato e sifcamina, e forse mai hanno calcato un campo, per poter capire quanto è decisiva la componente psicologica.
Comunque, un fatto è certo. Il Santo Patrono s’è distratto. Così è nella vita. Quando le cose vanno meglio, uno si sente di non averne più bisogno. Si fa prendere dall’intensità del quotidiano che riprende a scorrere, e trascura d’invocarlo. Avrei dovuto farlo ancora una volta. Non l’ho fatto. E lui s’è distratto. Perché è chiaro, avesse tenuto il suo sguardo benevolo anche soltanto su Milik e Zielinski, avremmo finito il primo tempo almeno sul 3 a 0. E fosse stato attento avrebbe impedito che le nefandezze, ormai veramente non più tollerabili, avessero pesantemente codeterminato la sconfitta.
Veniamo alle ragioni dello sconforto. È doveroso analizzare criticamente, senza alcuna indulgenza, le nostre colpe. Avevo scritto che bisognava continuare con fiducia e perseveranza, che occorreva aumentare il tempo del dominio, ridurre quello della sua perdita per episodi avversi, e confermare la fame di vittoria. Abbiamo fatto di bel nuovo un passo indietro.
Gattuso ha commesso alcuni errori. Il primo, più generale, ha ricalcato quello del suo desertificante precedessore: troppi cambi tutti assieme. Un azzardo. Entrambi i difensori centrali che non giocavano da due mesi. I tre nuovi in campo contemporaneamente dall’inizio. Capisco però le sue spiegazioni. E tutto sommato, se il primo tempo fosse finito come doveva, avrebbe avuto ragione. Resta però qualche incongruenza. Se Allan non gioca perché poco allenato, lo stesso dovrebbe valere per i due del pacchetto difensivo centrale. Si poteva perseguire lo stesso obiettivo (contribuire al recupero degli infortunati) mantenendo un po’ più di equilibrio: accanto a Koulibaly (vili, stolti e di corta memoria coloro che ne mettono in dubbio la fedeltà alla causa azzurra) lasci Di Lorenzo (che, ormai s’è capito, accusa il frequente cambio di ruolo) o Manolas (che non è andato in capo al mondo), non ti privi dell’apporto di Hysaj (il più in forma del momento) e scegli Allan quale secondo ‘meno allenato’ al posto di Lobotka (mediano più centrale che laterale). A maggior ragione perché hai inserito Politano (evanescente), privandoti della saggezza tattica dell’equilibratore Callejon.
Poi nell’intervallo ha squilibrato la squadra optando per andare decisi all’attacco. E se subito dopo il pareggio Insigne solo davanti al portiere l’avesse buttata dentro, ancora una volta avrebbe avuto ragione lui. Sul 2 a 1 metti Callejon al posto di Politano, ti riequilibri e porti a casa i 3 punti.
Queste le ragioni dello sconforto. Ma lo sono al tempo stesso della speranza. Perché confidiamo che s’impari dagli errori. Sebbene vi sia chi proprio non vuole sentire di farne tesoro. Gli arbitri e i loro responsabili. Vista la costante ripetitività, siamo proprio sicuri che si tratti soltanto di errori, di decisioni illegittime? Non si fa sempre più consistente il dubbio sulla liceità?
Il calcio e il diritto. Prima di chiudere, allora, brevi note sul tema che mi è più proprio. Ricordando la centralità del diritto in ogni fenomeno sociale, abbiamo provato a segnalare quanto ciò sia vero a maggior ragione per il calcio, settore dalla enorme rilevanza economico-finanziaria. Il tema è complesso e non posso che rinviare al libro (Campionato di calcio e Stato di diritto). In poche parole, il ‘sistema’ sta illegalmente appropriandosi di uno spazio discrezionale ben più consistente di quello che le regole consentano.
Il signor Giua si è reso protagonista di una serie di letture ‘improprie’ dei fatti di gioco. Anche nell’azione che ha portato alla punizione poi trasformata da Mancosu (con un tiro straordinario, che fa il paio con quello di Quagliarella della settimana precedente: anche qui viene di pensare “mamma mia che sfiga!”), sui nostri in attacco c’erano stati due falli clamorosi non sanzionati. Nel caso del rigore negato a Milik, ha assunto due decisioni illegittime in una. La prima perché ha negato il rigore, la cui rilevazione è inopinabile. La seconda perché non ha rivisto l’azione, rifiutando – a quanto pare – l’invito rivoltogli dal VAR, in corretta applicazione della regola. Qui non è semplicemente questione di buon senso. Qualcuno l’ha invocato. Per carità, è sempre indispensabile. Tuttavia, si tratta, ben più gravemente, del mancato rispetto delle regole. Si chiama violazione del principio di legalità. Ormai divenuta sistematica, nel più pieno ed inaccettabile arbitrio.
Insomma, delle due l’una: o non conoscono le regole che devono far rispettare, o sono in mala fede. Tertium non datur. Come rimediare? Se è vero che non ci sia del marcio, si potrebbero facilmente adottare alcuni accorgimenti, che abbiamo illustrato ormai quasi un anno fa nel Manifesto/Appello dei giuristi appassionati di calcio (www.calcioregolare.it). Forse, però, non è un caso che su di esso sia stata fatta calare una cappa di silenzio.
Le considerazioni esposte chiariscono il perché dello sconforto. Ma anche della speranza. Stasera avremo una risposta significativa. Andiamo a vedere. Con fiducia. E stavolta non lo dimentico: che il Santo Patrono ci tenga d’occhio col suo sguardo benevolente!"
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