Da 0 a 10: la surreale gaffe di Lucca, l’assurdo caso Anguissa, il retroscena sul gol di Gilmour e l’errore generazionale di ADL
Zero minuti, così come era accaduto col Como, per Antonio Vergara. Allegri non riesce a trovargli la giusta posizione, un ruolo da protagonista che meriterebbe in un Napoli avaro di idee come un deserto di acqua. E quando hai sete, lasciare la borraccia in panchina è una scelta difficile da capire. Date da bere agli assettati, date il talento ad una squadra che pare essere troppo meccanica. Ancora una volta l’urlo è lo stesso: Free Vergara.
Uno l’assist di un Politano che gioca una buona gara. I compagni lo cercano con insistenza e lui non si tira indietro: traversone per il palo di Olivera, poi quello per il piazzato al volo di Gilmour. Matteo corre, propone, apparecchia e invita tutti a cena, ma davanti nessuno sembra avere fame: sulle modalità di attacco dell’area di rigore andrà fatto tanto lavoro.
Due i tocchi di Hojlund nell’area di rigore della Fiorentina. Sono 58 i minuti di sofferenza di Rasmus, a caccia di rifornimenti che non arrivano, e non certo per il caro benzina. Quello del centravanti è un ruolo particolare, con oneri e onori, ma c’è un presupposto che non può venire mai meno: la squadra deve metterlo in condizione di restare fedele alla propria natura. A un pescatore puoi rimproverare di essere tornato a mani vuote, ma forse bisognerebbe chiedersi cosa gli hai dato per pescare. Manca l’amo, la lenza, il galleggiante e forse pure la canna.
Tre ai movimenti di Lucca, più impacciato di un robot lavapavimenti a cui è stata cancellata dalla memoria la mappatura della casa. Lobotka mette un pallone super in area piccola: assente. Fa ancor peggio poco dopo, quando marca a uomo Favasuli in area viola: esponente del surrealismo calcistico, Lorenzo sembra uscito da un quadro di Magritte. Solo che qui non c’è una pipa che non è una pipa (non fate battute aggiungendo una P): c’è un centravanti che non sembra un centravanti. Ceci n’est pas un bomber.
Quattro cambi, un caldo infernale e Allegri stavolta è timido, ritarda le mosse e quelle che fa sono pure sparagnine. Sull’uno a uno, in una gara da vincere, perché non Favasuli da esterno basso e Vergara alto? Che senso ha rischiare Anguissa al 90’, che infatti si fa pure male. Max pare Clint Eastwood ne “Il buono, il brutto, il cattivo”: resta immobile ad aspettare il momento giusto per estrarre la pistola. Solo che quando decide di sparare, i titoli di coda stanno già scorrendo.
Cinque a quella immotivata spocchia sulla faccia di Noa Lang. Ancora una prova anonima, in cui lascia il segno per l’atteggiamento non irreprensibile: prima si infuria con Hojlund per un pallone non ricevuto, poi sbuffa e borbotta al momento del cambio. In pochi minuti, e al 30% della condizione, David Neres fa più cose di quanto Lang abbia fatto in tutta la stagione. La differenza tra un giocatore forte ed uno che, fino ora, è stato solo un grande bluff.
Sei presenze da titolare e una crescente sensazione di adeguatezza. Rafa Marin a Firenze è sfortunato nella deviazione che porta al gol viola, ma la sua prestazione è incoraggiante. Le ha giocate tutte, ha sbagliato qualcosa col Como, ma anche per colpe non sue. A San Siro era uscito col Napoli in vantaggio 2-1, prima del tracollo. Doveva essere una soluzione d’emergenza, sta diventando una certezza. “Strada facendo”, cantava Baglioni: Rafa la sua se la sta costruendo una partita alla volta.
Sette punti in cinque partite di campionato è il magro bottino: per rendere la dimensione “dell’impresa”, il Napoli di Garcia ne fece 8. Allegri è condannato dalla sua fama di risultatista: se non sorprendono alcuni concetti di gioco, non può restare impunito un ruolino di marcia così deficitario. Il Napoli non solo gioca male, ma non riesce nemmeno a massimizzare le scelte conservative del suo allenatore. È come comprare una macchina a GPL, accettando di sacrificare le prestazioni pur di risparmiare, e poi scoprire di aver camminato sempre a benzina: vai più piano e spendi pure di più.
Otto alla determinazione di Billy, non certo il vostro uomo abituale in zona gol. È bravo Gilmour a sfruttare la solitudine che gli viene concessa, aprendo il piattone e portando avanti i suoi. In un Napoli che ha bisogno di nuove idee, di nuovi polmoni, di rotazioni da allargare per sostenere gli impegni di un calendario che non concede respiro, lo scozzese può sicuramente essere validissima alternativa. “La Scozia è uno stato d’animo” si dice spesso, beh quello di Gilmour è sempre propositivo. E non è mica poco.
Nove gli indisponibili con il nuovo infortunio di Anguissa. Insomma, niente di nuovo sotto al sole, quando si credeva invece di aver superato la questione infermeria sempre piena dopo l’addio di Conte. Il Napoli è una macchina col chilometraggio avanzato, che si è perso nella paura di recidere il filo col passato, un vezzo di nostalgia pagato a carissimo prezzo. Frank è l’emblema di un calciatore che pareva già a fine ciclo, ma in società è mancato quell’ardore che invece non mancò dopo il primo anno di Spalletti, con quella rivoluzione che portò ad uno scudetto da dominatori assoluti. La paura del cambiamento è umana, ma va combattuta col coraggio.
Dieci a Landucci perché, come svela Politano nel dopo gara, “Il gol di Gilmour è merito suo”. Bello lo schema, che ci induce poi ad una riflessione più ampia: quanto spazio Allegri lascia alle idee dei suoi collaboratori? Qual è il confine tracciato tra il conservatore Max e qualcosa di più fresco che magari spinge dalle retrovie? Farebbe bene Allegri a tenere spalancate le orecchie, recepire tutti i suggerimenti per dare una svolta ad una stagione fin qui, onestamente, soporifera. Albert Einstein, che qualcosa dovrebbe capirne, diceva: “La fantasia è più importante del sapere, perché il sapere è limitato”.
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