Da 0 a 10: la furia di ‘Insigne è la rovina’, Gattuso si rompe i denti, il trauma Koulibaly ed il mood Marchese del Grillo

Napoli sconfitto: Gattuso non cambia troppo, ma viene tradito da un attacco spuntato. Torna Insigne, Mertens sbaglia.
23.10.2020 17:33 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Da 0 a 10: la furia di ‘Insigne è la rovina’, Gattuso si rompe i denti, il trauma Koulibaly ed il mood Marchese del Grillo

(di Arturo Minervini) - Zero ritmo. In campo prima, in certi commenti poi. Il Napoli e Napoli ricadono nella stessa patologia, si ritrovano come un ludopatico a dannarsi davanti ad una slot che non dà mai la combinazione sperata. Male gli azzurri, forse ancor peggio i commentatori di sventura, sull’uscio come streghe di Halloween (non fatevi vedere da De Luca) ad annunciare sventura. Le vicine di casa, che fingono di volerti bene, e che invece non attendono altro che osservare il tuo dolore dallo spioncino di casa. Analizziamo la sconfitta, ma stiamo sereni.

Uno il gol subito, si parte da lì. Si parte dalla vecchia, carissima, banalissima, semplicistica idea che in una serata dove non riesci a vincere, devi imparare a non perdere. Perchè perdere ha delle tossine differenti da smaltire, che appesantiscono stomaco, cervello e cuore. È come l’ultimo boccone di un’abbuffata domenicale: sei lì, sai che può anche andare bene così, ed invece infilzi quell’ultimo boccone che ti provocherà bruciore di stomaco fino al venerdì. Contenere, non è sempre un sintomo di debolezza. 

Due-uno ottobre: ovvero 21 ottobre. È la data (del 2015) fissata dal cinema per il Ritorno al Futuro. Ma al Napoli non piace l’omologazione e decide invece di tornare al passato. Al suo labirinto nel cervello, con ali di cera che si sciolgono con l’indolenza puntualissima del giovedì sera. È un dato ontologico: agli azzurri quella musichetta lì, quella del martedì/mercoledì, manca terribilmente.

Tre giorni. Il calendario intasato è la migliore notizia, un indice inumidito già in direzione della pagina da voltare. C’è Benevento, il campionato, il punteggio pieno (sul campo) da difendere. C’è soprattutto una risposta da dare a se stessi, alla vocina che nella testa sussurra sibilante: ‘sta accadendo di nuovo?’.

Quattro attaccanti, tre attaccanti, sedici attaccanti: tutto molto interessante, ma poi se non ci metti il cuore non vai da nessuna parte. Il cuore orienta, definisce, scolpisce i contorni di ogni azione, gesto, ambizione. Senza il cuore, anche il piano più elaborato rischia di restare una semplice astrazione della mente. 

Cinque a Lobotka. Non perché sia molto peggio degli altri, ma perché rispetto ad altri dovrebbe avere una motivazione in più: l’essere consapevole di dover recuperare terreno. Nella maratona di una stagione di calcio, tra le gerarchie di un tecnico, chi è attardato da i primi dovrebbe tirare fuori tutto l’ossigeno che rimane per provare ad accorciare il gap: così non è stato per Stan. 

Sei Koulibaly. Lo aveva dimenticato lo scorso anno, poi l’estate, le voci, le valigie, i milioni ed ancora Napoli. La sua Napoli. Quella che ama, guai a pensare il contrario. Stava tornando Kalidou, montagna che fa ombra e decide lui cosa lasciare al sole. Yin e Yang della difesa azzurra, equilibratore di un’intera squadra con la sua capacità di incidere come il diamante nel vetro sui destini di questo Napoli. Ogni giro a vuoto di Kalidou è una sentenza (in negativo) per la squadra. Forza ragazzo. Sei Koulibaly: non dimenticarlo di nuovo.

Sette a quello che sarebbe stato. Non certo un Napoli brillante, ma magari vincente. Manca il rigore su Lozano e non facciamo quelli degli alibi, che poi quando va male a loro si prendono le ammende. Gli errori arbitrali influiscono su certi risultati, soprattutto nelle tue serate storte. Con quel rigore, magari la portavi a casa. Magari la portavi a casa. E ora non pensate a vostro nonno, ai flipper ed alle tre palle: qui si parla di casi pratici. 

Otto cambi non li farò, ho già preso mazzate sui denti diceva Gattuso alla vigilia. Le mazzate passano a due Rino, e non sono certo buone come le pizze. Il Turnover, questo maledetto. Non sai mai da che parte prenderlo, come gestirlo. Ti ronza nel cervello, come una zanzara che hai una sola certezza: prima o poi ti provocherà prurito. Ora sarebbe facile dire che cambiare avrebbe permesso di avere gente motivata, poi guardi Lobotka e forse cambi idea. La verità è che la verità non esiste. Esiste solo ciò che accade. 

Nove alla fantasia di chi vorrebbe ridurre il brutto secondo tempo al ritorno di Insigne. Quelli che ‘Senza Insigne la squadra gioca meglio” sono evidentemente andati in missione su un altro pianeta negli ultimi mesi, quando Lorenzo è diventato il fulcro del nuovo Napoli di Gattuso. ‘Insigne la rovina’, ‘Insigne tiro a giro’, ‘Insigne sopravvalutato’ è il campionario esposto in vetrina, da chi vuole sempre trovare un capro da sacrificare sull’altrare. Se poi è napoletano, ancora meglio.

Dieci ad una serata storta, che deve essere lezione da infilare nella testa. Certi motori, se girano a ritmi bassi, vanno fuori giri. Ed ora non stiamo qui a raccontare che è solo un incidente di percorso: lo sarà solo se la squadra sarà capace di trarre il conseguente insegnamento da questo fuori pista. Velasco, un discreto motivatore, era solito dire: “Non andrà tutto bene. Andrà come noi faremo in modo che vada”. Quindi togliamoci dalla faccia l’espressione ‘Hey, noi siamo quelli che abbiamo asfaltato l’Atalanta’. Il Marchese del Grillo mood non ha mai portato troppo lontano.