Manna: "Conte mi ha fatto crescere, Allegri vuole la rivincita! Su ADL, McT, KDB e gli altri colpi..."

Manna: "Conte mi ha fatto crescere, Allegri vuole la rivincita! Su ADL, McT, KDB e gli altri colpi..."TuttoNapoli.net
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di Pierpaolo Matrone
Giovanni Manna racconta il suo Napoli a 360 gradi: dal mercato ad Allegri e Conte, passando per De Laurentiis, Lukaku, McTominay, i giovani e non solo

Il direttore sportivo del Napoli Giovanni Manna si è raccontato ai microfoni di Colpi Da Maestro, produzione di Master Group Sport, in una lunga intervista registrata all'inizio di settembre, dopo la conclusione del mercato estivo. Dal suo percorso professionale fino allo scudetto conquistato a Napoli, passando per le strategie di mercato, il rapporto con Antonio Conte e Massimiliano Allegri, le operazioni Lukaku e Badiashile, il ruolo di Aurelio De Laurentiis e la scelta di Scott McTominay: di seguito l'intervista integrale.

Manna: dal mestiere del direttore sportivo al mercato del Napoli

Da dove nasce la passione per il lavoro di direttore sportivo? "Il mio percorso è stato abbastanza particolare. Ho giocato a livello dilettantistico, senza essere un grande calciatore, e ciò che mi appassionava maggiormente era allenare. Nel pomeriggio lavoravo con bambini e ragazzi del settore giovanile, mentre la sera mi allenavo. È lì che la mia passione è cresciuta. Il calcio è sempre stato centrale nella mia vita e fortunatamente sono riuscito a trasformarlo nel mio lavoro".

Come descriveresti realmente il mestiere del direttore sportivo? "È un insieme di competenze diverse. In sostanza, però, siamo soprattutto dei risolutori di problemi. Spesso il direttore sportivo viene associato esclusivamente al calciomercato, ma il nostro lavoro non è soltanto quello. Il mercato è certamente importante e abbiamo un gruppo che lavora sull'osservazione dei giocatori, però gran parte dell'attività viene svolta durante tutta la stagione, dando supporto all'allenatore, alla squadra e alla società e confrontandosi con il presidente. Ci sono moltissime dinamiche da gestire. Limitare il ruolo al mercato sarebbe riduttivo".

Quindi si potrebbe dire che, quando termina il mercato, comincia il vero lavoro? "Esatto. I problemi cominciano adesso".

Qual è il tipo di problema che un direttore sportivo non vorrebbe mai affrontare? "È difficile rispondere perché ne ho già affrontati parecchi. Penso, per esempio, alla vicenda legata al doping di Pogba durante la mia esperienza alla Juventus. In situazioni del genere bisogna mantenere lucidità e tranquillità, comprendere esattamente ciò che sta accadendo prima di prendere decisioni magari affrettate. Per me non è semplicissimo, perché caratterialmente sono piuttosto impulsivo".

Come giudichi il mercato estivo del Napoli, soprattutto considerando il grande lavoro fatto sulle uscite? "Sicuramente il 2 settembre, a mercato appena terminato, i nostri tifosi non saranno stati contenti. Il tifoso vuole vedere nuovi giocatori, vuole scoprire calciatori forti ed emozionarsi. Noi, però, dovevamo rispettare una linea precisa. Nel mio biennio a Napoli abbiamo acquistato molti giocatori: soltanto nella stagione precedente ne erano arrivati dieci o undici considerando estate e gennaio. Dovevamo quindi rispettare determinati parametri. Per noi la rosa era completa e senza cessioni non avremmo fatto ulteriori operazioni. Abbiamo provato anche con un po' di fantasia a trovare determinate soluzioni in uscita, ma a un certo punto la situazione è diventata complicata. Abbiamo preferito evitare percorsi troppo tortuosi che avrebbero potuto crearci problemi. Come dice anche il mister, non è automatico che acquistare un nuovo giocatore renda migliore la squadra. Abbiamo quindi deciso di proseguire così. La scorsa stagione siamo stati molto condizionati dagli infortuni: speriamo di avere maggiore fortuna e di valorizzare quanto costruito in precedenza".

Allegri ha ereditato una squadra con una propria identità. Quanto conta la sua capacità di immergersi completamente nel progetto? "Quando sposa una causa, dà tutto se stesso. Lo conosco bene perché abbiamo già lavorato insieme alla Juventus e anche lì si era dedicato totalmente al progetto. Ci siamo trovati perché partivamo da fondamenta importanti: la squadra è tecnicamente forte ed era stata allenata bene. Allegri lo ha riconosciuto e credo sia un dato oggettivo. Ora stiamo provando a modellarla maggiormente secondo le sue idee, modificando alcune dinamiche. Pensiamo di poter disputare una buona stagione e di poterci togliere delle soddisfazioni. Dobbiamo lavorare e provare ad arrivare fino in fondo, poi vedremo".

Come è nata l'operazione Badiashile? "In realtà inizialmente non avremmo voluto intervenire in difesa. Avevamo provato a prendere Gila, ma era una situazione molto interessante anche per altre società. Non c'erano tempi e condizioni adatti, mentre il Milan è stato bravo e rapido a raggiungere l'accordo con tutte le parti. Successivamente Buongiorno ha avuto un problema che ha reso necessario un piccolo intervento e il relativo percorso riabilitativo. A quel punto siamo stati costretti a tornare sul mercato. Badiashile aveva, e continua ad avere, le caratteristiche che stavamo cercando: struttura fisica e capacità di giocare rapidamente. Quando il Chelsea lo acquistò era considerato un talento enorme. Ha vissuto due anni difficili, ma a volte bisogna anche assumersi dei rischi, soprattutto quando non si possono sostenere investimenti di un certo tipo. Possiede le caratteristiche che ci servivano e crediamo che, attraverso il lavoro e la sua voglia di rilanciarsi, possa aiutarci molto".

Favasuli arriva dalla Serie B. È un campionato che può ancora rappresentare un passaggio fondamentale per i giovani? "Sono d'accordo con quello che dice Andrea Barzagli. In passato anche le grandi società di Serie A compravano i migliori calciatori della Serie B, spesso ragazzi di 19, 20, 21 o 22 anni. Questa abitudine oggi si è un po' persa. Nelle mie esperienze precedenti, quando un ragazzo completava il percorso formativo e veniva mandato a giocare, consideravamo quel passaggio quasi obbligatorio. Ho sempre seguito con attenzione la Serie B, che trovo anche molto divertente. Favasuli nella scorsa stagione ha dimostrato di essere pronto per un salto di qualità. Avevamo valutato anche altri profili, compresi giocatori già presenti in Serie A, ma lui mi ha impressionato per determinazione e maturità mentale. Cercavamo un calciatore che potesse essere inserito fuori lista e crescere alle spalle di Di Lorenzo, perché in quella posizione abbiamo il nostro capitano. Credo però che Favasuli possa darci una mano. È interessante, lavora tantissimo ed è un ragazzo umile: caratteristiche che nel calcio di oggi non sono affatto scontate".

Quanto incidono dati e algoritmi nella scelta di un giocatore e quanto conta invece conoscerlo personalmente? "Generalmente, quando un giocatore è forte, se ne accorgono in tanti. Personalmente mi piace parlarci. Ho incontrato quasi tutti i calciatori che abbiamo acquistato e spesso l'ho fatto anche più di una volta. Ho bisogno di capire che cosa mi trasmettono, quali sensazioni mi danno. Alcune volte sono molto positive, altre volte rimangono dei dubbi. A gennaio, per esempio, abbiamo preso Santos quasi a sorpresa perché giocava poco. Quando l'ho incontrato aveva un sorriso enorme e mi ha trasmesso qualcosa di particolare. Ho percepito immediatamente il suo entusiasmo e la sua voglia. Ovviamente quando incontri un grande campione percepisci anche un valore differente. Però, oltre ai dati e ai numeri, per me un giocatore deve trasmetterti qualcosa, dentro e fuori dal campo. È un aspetto fondamentale".

Perché in Italia si continua a fare fatica a lanciare definitivamente i giovani? "Secondo me dovremmo semplicemente avere più coraggio e farli giocare". Ma possiamo davvero permettercelo? "Sì, dobbiamo farlo. Perché non dovremmo? Una volta succedeva, mentre oggi abbiamo smesso perché abbiamo sempre paura. Lo dico anche pensando alla mia esperienza con l'Under 23, la Juventus Next Gen. Avevamo una squadra molto giovane e spesso si pensava che avremmo perso. In realtà disputavamo ottime partite e quei ragazzi acquisivano fiducia, responsabilità e convinzione nel lavoro. Quella convinzione è arrivata anche ai livelli successivi. Diversi giocatori hanno esordito e oggi sono stabilmente nella Juventus, mentre altri sono stati ceduti e hanno costruito altrove il proprio percorso. Non dobbiamo avere paura. Anche il sistema deve aiutarci in questo cambiamento, che deve essere innanzitutto mentale".

Quanto è stata importante per te l'esperienza con la Juventus Next Gen? "Mi ha cambiato la vita. Lavorare con ragazzi di quell'età, accompagnarli nella crescita e vederli diventare uomini e calciatori è qualcosa che ti segna, perché condividi quasi un percorso di vita. Arrivavo da un'esperienza con la prima squadra e ho seguito tutto il percorso dall'Under 19 all'Under 23. Sono ancora molto legato a quei ragazzi, non soltanto a chi è diventato un calciatore importante, ma anche a chi non è riuscito a raggiungere determinati livelli. Abbiamo fatto un lavoro importante grazie anche a un gruppo di professionisti di altissimo livello".

Una delle operazioni più complicate in uscita è stata quella di Lukaku. Come l'avete gestita? "Quando acquistammo Romelu Lukaku gli facemmo un contratto di tre anni. L'accordo con il Chelsea era abbastanza complesso perché il valore residuo del giocatore era molto superiore rispetto alla cifra del trasferimento. Il nostro piano prevedeva di tenerlo per tutti e tre gli anni, fino alla scadenza del contratto. Purtroppo, però, le cose non vanno sempre come vengono programmate. Ci siamo ritrovati a gestire una situazione complicata. Per noi rappresentava uno stipendio importante, soprattutto perché avevamo già investito per sostituirlo con Hojlund. Anche la cessione non si è sviluppata come speravamo e, in un mercato difficile, trovare una società disposta ad acquistarlo non era semplice. Siamo stati fortunati a riuscirci. Gli auguro comunque tutto il meglio, perché con noi ha vinto uno scudetto e ci ha dato davvero tanto".

Sei rimasto deluso da come è terminata la vicenda Lukaku? "È stata una situazione complessa. I calciatori, come tutti noi, qualche volta guardano anche ai propri interessi. Lui pensava al Mondiale, al recupero e alla necessità di tornare a giocare. Noi, però, in quel momento stavamo combattendo per un obiettivo vitale come la qualificazione alla Champions League. Probabilmente qualcosa lungo il percorso si è perso, ma sono situazioni che nel calcio possono succedere".

Ti convince il nuovo format della Champions League? "Personalmente preferivo quello precedente. Però, guardandola da semplice tifoso, devo ammettere che le ultime due giornate sono divertenti. Prima esistevano gironi nei quali già alla terza partita era praticamente tutto deciso. Adesso, invece, si arriva all'ultima giornata con moltissime situazioni ancora aperte. Per lo spettatore è certamente più coinvolgente".

Quanto è importante la Champions per la crescita di una società e dei giocatori? "La Champions League rappresenta il calcio di oggi. Giocarla e vivere determinate esperienze permette di crescere tantissimo. Quando devi acquistare un calciatore, per esempio, guardi anche quante partite di Champions ha disputato, perché quelle presenze hanno un peso differente. È una competizione con ritmo e intensità diversi. Si vedono giocate differenti e si vive il calcio in un'altra maniera".

Quale obiettivo dovrebbe porsi il Napoli in Champions per potersi divertire? "Provare ad arrivare ai playoff sarebbe già un risultato molto importante. Ci divertiremmo moltissimo".

Immagino sarebbe contento anche De Laurentiis. Com'è lavorare quotidianamente con lui? "Non ci si annoia mai. Però devo ringraziarlo, perché sono arrivato a Napoli a 36 anni e, dopo un decimo posto, mi è stata concessa una possibilità incredibile. È stata una decisione importante e, sotto alcuni aspetti, anche abbastanza folle".

Ricordi il vostro primo incontro? "Mi chiamò il dottor Chiavelli. Incontrai prima lui e successivamente il presidente. Quando De Laurentiis mi chiamò mi disse: 'Lei mi ha fatto un'ottima impressione: o è veramente bravo oppure è un grande attore'. Io gli risposi: 'Al massimo faremo un film'".

Manna racconta la sua carriera: dagli inizi allo scudetto con il Napoli

Qual è il tuo primo ricordo legato al calcio e, indirettamente, al lavoro che svolgi oggi? "Nella mia famiglia si è sempre respirato calcio, soprattutto grazie a mio padre e a mio zio. Il primo ricordo che collego anche alla mia professione, però, risale a quando avevo 11 o 12 anni. Durante l'estate uscivamo con il pallone, andavamo al campetto e tornavamo a casa soltanto la sera. Nel frattempo parlavamo continuamente di calcio, delle squadre e dei giocatori da comprare: 'Secondo me devono prendere questo'. Sono ragionamenti che mi sono rimasti dentro. Quel mondo mi ha sempre affascinato".

Eri già tu a organizzare le squadre al campetto? "Sì, sempre. Volevo fare il direttore anche quando non ero io a portare il pallone!".

La prima esperienza professionale è arrivata a Forlì. Come è cominciato tutto? "È una storia particolare. Sono laureato in Economia e ho frequentato un master in management sportivo a San Marino. Ho fatto lo stage al Forlì perché il direttore Lorenzo Pedroni era stato allievo dello stesso master. All'inizio lavoravo nell'area commerciale e mi occupavo della vendita delle sponsorizzazioni. Dopo qualche mese Pedroni mi disse: 'Secondo me sei sveglio, ti faccio fare il team manager e stai vicino a me'. È cominciato tutto così".

Nel calcio bisogna quindi incontrare l'occasione giusta e saperla sfruttare? "Esattamente. Bisogna trovarsi nelle situazioni giuste e poi essere capaci di coglierle".

Successivamente sei diventato direttore sportivo al Lugano. Cosa ti ha lasciato quell'esperienza? "È stata la mia prima esperienza vera da direttore sportivo. Ho iniziato lavorando con Zdenek Zeman e ricordo che durante una riunione, tra novembre e dicembre, disse al presidente: 'Basta, di calcio voglio parlare soltanto con lui'. Nel primo mese praticamente non mi aveva rivolto la parola. Fu un'esperienza complicata. Avevo 24 o 25 anni e inizialmente non sapevo bene come rapportarmi con lui. Poi mi ha studiato e nel giro di sei mesi siamo riusciti a costruire un'intesa. L'anno seguente arrivammo terzi e giocammo il girone di Europa League, terminandolo con nove punti. Due anni dopo conquistammo un'altra qualificazione europea. E tutto questo con uno dei budget più bassi. Creammo una buona sinergia, andando a prendere calciatori dalla Serie B italiana, giocatori svizzeri di qualità e provando ogni tanto qualche operazione meno prevedibile".

Che cosa significa vincere lo scudetto da direttore sportivo del Napoli? "È stato come vivere un sogno. Quella è stata una stagione davvero complicata, piena di problemi e situazioni difficili. Però, continuando ad andare avanti e rimanendo in corsa, abbiamo iniziato gradualmente a crederci. Non pensi mai davvero che possa accadere. Poi pareggiammo a Parma, Lazio e Inter pareggiarono e noi giocammo l'ultima partita di venerdì. La mattina della gara stavo andando in macchina al centro sportivo per la rifinitura e cominciai a vedere le bandiere comparire in città. È stato in quel momento che ho realizzato che forse stavamo davvero per vincere lo scudetto, al mio primo anno a Napoli. È stato qualcosa di irripetibile".

Come è stato invece lavorare con Antonio Conte? "Quando firmai con il Napoli, nella mia testa c'erano Gasperini e Conte. Due personalità molto forti. Quando hai 36 anni hai bisogno, tra virgolette, non tanto di protezione quanto di qualcuno con cui lavorare e costruire insieme. Essere uniti ti rende più forte e ti permette anche di spiegare al presidente determinate dinamiche e determinate decisioni. Con Antonio mi sono trovato benissimo e lo ringrazierò per tutta la vita. Mi ha permesso di vincere uno scudetto, che spero non sia l'ultimo, e soprattutto uno scudetto storico. Mi ha insegnato moltissimo e mi ha fatto crescere professionalmente. Lavorare con un tecnico così esigente, determinato, appassionato e meticoloso, che non si accontenta mai, inevitabilmente spinge anche te a dare di più. Durante quella stagione abbiamo dovuto vendere anche Kvaratskhelia, un'operazione molto difficile da gestire, e non siamo riusciti a sostituirlo. Sono stati due anni fondamentali per me. Sarò sempre riconoscente a Conte perché mi ha aiutato tantissimo e una parte importante dei risultati ottenuti appartiene anche a lui".

Dopo Conte avete scelto Allegri. Che cosa può portare al Napoli? "Dopo Conte avevamo bisogno di una personalità forte, magari differente, ma comunque riconosciuta dallo spogliatoio, dalla piazza e dal presidente. Dobbiamo provare a valorizzare il lavoro svolto finora, un percorso che secondo me non si è interrotto. Questa squadra può continuare a dargli seguito, anche se probabilmente siamo arrivati verso la conclusione di un ciclo cominciato con Spalletti. Credo che Allegri, dopo l'esperienza di Milano, abbia grande voglia di rivincita. A volte rimango sorpreso da quanto venga messo in discussione. Penso abbia voglia di rilanciarsi e lo stesso vale per noi dopo una stagione nella quale siamo stati condizionati anche dalla sfortuna. Speriamo che tutto possa andare nella direzione giusta".

Qual è oggi la situazione del calcio italiano rispetto agli altri grandi campionati europei? "Negli ultimi dieci o quindici anni abbiamo perso parecchio terreno. Non riguarda soltanto l'Italia: anche la Francia non è più quella di un tempo, in Germania ci sono poche squadre veramente al vertice e in Spagna il livello più alto è concentrato in tre o quattro club. L'Inghilterra, invece, ha creato un divario che oggi è molto difficile colmare. Non bastano nemmeno le buone idee, perché le disponibilità economiche fanno la differenza. Loro possono fare operazioni da 100 milioni, mentre per noi un investimento da 30 milioni è già molto importante. È una situazione difficile e possiamo provare a uscirne soltanto lavorando insieme come sistema. Dovremmo ragionare in maniera unitaria, un po' come avviene nell'NBA. Senza farlo diventa molto complicato competere".

Quale campionato guardi più volentieri? "La Premier League è sicuramente interessante, ma personalmente mi diverto soprattutto guardando Serie B e Serie C. Mi piace seguire le partite, le dirette e quello che accade in quei campionati. Mi rilassa e mi riporta agli anni in cui ho cominciato. La Serie B, in particolare, è sempre stata il mio campionato".

Quale messaggio vorresti mandare oggi ai tifosi del Napoli? "Vorrei trasmettere soprattutto fiducia e pazienza. Le decisioni che abbiamo preso non sono state pensate esclusivamente per il presente, ma soprattutto guardando al futuro. Qualche volta bisogna accettare qualcosa in meno nell'immediato per costruire delle fondamenta e continuare il lavoro portato avanti negli ultimi vent'anni, così da proseguire questo percorso anche nelle prossime stagioni. I tifosi devono avere fiducia e pazienza".

La classifica degli acquisti di Manna: McTominay davanti a tutti

Chiudiamo con i tuoi colpi di mercato. Partiamo da De Bruyne: dove lo collochi considerando aspettative, difficoltà dell'operazione e rendimento? "Devo fare una media tra le aspettative, il lavoro necessario per prenderlo e quello che ha fatto. Al momento lo metto al quarto posto".

Badiashile? "Per adesso lo lasciamo in fondo alla classifica, perché c'è ancora parecchio lavoro da fare".

Buongiorno? "È stato il primo giocatore che ho acquistato al Napoli e quindi per me ha anche un valore emotivo particolare. Sono molto legato a lui e lo metto sicuramente sul podio, al secondo posto".

Spinazzola? "Anche lui è un ragazzo al quale sono particolarmente legato. Lo metto al terzo posto".

Neres? "Quinto".

E le altre operazioni, nelle quali interviene tutto il gruppo di lavoro? "Sono acquisti di squadra. C'è chi osserva i calciatori, chi li valuta e chi lavora per convincerli, poi il direttore porta avanti materialmente l'operazione. Alla Juventus, per esempio, mi è capitato di acquistare anche giocatori che personalmente non avevo mai visto".

Lukaku? "Sesto".

McTominay? "Numero uno".