Tuttonapoli

Prof. Clemente: "Decisioni inspiegabili! Buona fede non può più essere presunta"

Prof. Clemente: "Decisioni inspiegabili! Buona fede non può più essere presunta"
Oggi alle 13:50Le Interviste
di Fabio Tarantino

Continuano le decisioni illegittime inspiegabili. E dunque giuridicamente non ascrivibili alla categoria degli «errori scusabili», bensì a quella degli «errori intenzionali». Al 25° del primo tempo di Parma-Juve, McKennie è entrato su Troilo con palese «vigoria sproporzionata», piede a martello sulla caviglia dell’avversario. L’arbitro (il signor Fourneau) è intervenuto sanzionando il fallo col cartellino giallo. Ora, all’arbitro si può e si deve concedere di non essersi reso conto del fallo da espulsione («errore scusabile»); non può invece farsi altrettanto per il VAR (Maresca), che, nonostante la palmare evidenza delle immagini, ha omesso di richiamare l’arbitro alla review («errore intenzionale»). È per questo che Paolo Ziliani ha opportunamente richiamato la «figura del cleaner, del ripulitore». Il VAR, concepito quale (ormai imprescindibile) strumento di autotutela nell’interesse pubblico alla regolarità della competizione, viene sovente adoperato per confermare gli errori dell’arbitro (anziché contribuire ad evitarli), che da «scusabili» divengono così «intenzionali». La decisione illegittima viene assunta incredibilmente «sotto gli occhi di decine di migliaia di persone allo stadio e di milioni di persone alla tv», senza che questo minimamente scomponga l’aplomb del designatore Rocchi – o dei suoi ‘inviati’, quando evidentemente si fa fatica a sostenere la necessaria faccia tosta – ad «Open VAR». Laddove, per le decisioni illegittime (nel caso in cui non si è in grado di arrampicarsi sugli specchi per giustificarle), semplicemente ci si scusa.

Come se questo fosse sufficiente. Così facendo – conclude Ziliani – il cleaner «è pronto per prossima missione». Fintanto che – aggiungo io – un giudice penale non aprirà un’indagine per «frode in competizione sportiva». Facciamo un passo indietro alla partita di Champions, Napoli-Chelsea, perché le immagini – che mostrano, al 60°, il formidabile gol di Joao Pedro, in posizione di dubbio fuorigioco in partenza – richiamano alla mente quelle relative all’assai simile episodio di Napoli-Parma, accertato e valutato diversamente: il confine tra spalla e braccio viene giudicato in maniera differente. Il che conferma i dubbi espressi (nel pezzo dello scorso 20 gennaio) sulla presunta infallibilità dell’uso della tecnologia. La possibile varietà di decisione conferma che non si tratta integralmente di «un fatto da macchina». Perché, trattandosi di algoritmo non deterministico, l’Intelligenza Artificiale non può prescindere del tutto dall’apporto umano nella fissazione del frame e nella misurazione al centimetro. Sul VAR occorre intendersi. L’uso improprio dello strumento non lo rende inutile. Anzi, mette a nudo, in maniera definitiva e non più discutibile, l’impossibilità di presumere la buona fede. Il VAR serve a garantire la legalità. Occhi aperti: l’incontrollabile arbitrio degli arbitri fa comodo a quelli che vogliono eliminarlo. Invocano romanticamente il passato, fingendo di non sapere che allora i potenti facevano, impuniti, il bello e cattivo tempo. Attenti a non offrirgli appoggio, autolesionisticamente. 2. Quanto a noi, dopo una bufera tempestosa, sembra intravedersi qualche timido segnale di cielo che va rischiarandosi. Per continuare a sperare, sono cruciali le prossime due sfide. A Genova incontriamo una squadra coriacea e assai viva. Ma, per restare attaccati al treno delle prime, ci vogliono i tre punti. Martedì al Maradona col Como ci giochiamo una meravigliosa semifinale di Coppa Italia contro i primi della classe (che proseguono a vele spiegate). I lariani sono giovani, ben guidati, pieni di entusiasmo e di ambizione.

E giocano bene. Se usciamo da queste due sfide con la vittoria, l’orizzonte per il prosieguo della stagione si profilerà di nuovo più roseo. Quindi bisogna essere convinti e compatti. Con ottimismo, nonostante le obiettive difficoltà. Non per questo, però, dobbiamo necessariamente omologarci alla litania degli adulatori acritici di Conte, che, francamente, è ormai diventata insopportabile. Si è arrivati al punto di sostenere che – nonostante le sue parole tanto nette quanto sconcertanti, secondo cui, senza i tanti infortuni, non avrebbe trovato lo spazio che sta avendo – è soprattutto a lui che Vergara deve il suo successo. Siamo veramente al paradosso. Nessuno nega che il mister «ha dato mentalità fin da subito alla sua squadra». Ma di qui a farne un essere infallibile, fuori di ogni discussione, ce ne corre. Riconoscere i meriti, insomma, non comporta affatto dover ignorare gli errori. Come recita il noto latinetto, ubi commoda, ibi incommoda. Sotto il mero profilo tecnico-professionale – tenendo, quindi, da parte il sentimento proprio del tifoso azzurro, che contrasta con la sua dichiarata juventinità –, pur essendo in generale sacrosante le cose che Conte ha detto nell’ultimo dopo partita, ha scarsa credibilità per parlarne. Sebbene io riconosca di non avere le conoscenze appropriate per parlarne con cognizione di causa, si fa fatica a non dubitare che il suo sistema di allenamento sia pienamente congruo col calcio contemporaneo. Ho interpellato in proposito un autorevolissimo ortopedico, che ho la fortuna e il privilegio di avere come amico. Mi ha spiegato che gli infortuni muscolari non si possono attribuire esclusivamente ai pur «terrificanti» sistemi di allenamento del mister.

Ne ho preso atto. Tuttavia, è importante che nel ragionare non si eludano i fatti. È un fatto che, a parità di condizioni con i competitor, il numero di infortuni sia abnorme, il che lascerebbe credere che, rispetto a tale numero, il sistema di preparazione atletica non sia del tutto indifferente. È un fatto il recriminare dei giocatori, risoltosi dopo Bologna come tutti abbiamo felicemente constatato (grandissima vittoria della Supercoppa). È un fatto la controversa comunicazione relativa al suo non felice rapporto con lo staff medico. È un fatto, infine, la (almeno) discutibile gestione della rosa: Vergara non sembra uno che non potesse rientrare nelle turnazioni; Marianucci, ceduto al Toro, ha subito giocato, e bene, da titolare; Beukema è stato per due anni uno dei migliori difensori del campionato e, pur da lui voluto, non dà affidamento per una ventina di minuti a partita; il mistero sul recupero di Anguissa; Lucca, Lang, e così via). Insomma, se il calcio contemporaneo è quello che è, ci piacerebbe che venisse chiarito se, rispetto al passato, non dovrebbero differenziarsi, e significativamente, i metodi di allenamento e il turnover. Attendiamo, fiduciosi, risposte. Senza smettere di palpitare appassionati insieme agli azzurri in campo.