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Prof. Clemente di San Luca: “Garantismo e niente gogna, si deve distinguere illiceità da illegittimità"

Prof. Clemente di San Luca: “Garantismo e niente gogna, si deve distinguere illiceità da illegittimità"
Oggi alle 18:00Le Interviste
di Pierpaolo Matrone
Il professore domani è impegnato all’Università di Roma La Sapienza per la presentazione delle Lezioni di giuridicità delle regole del calcio.

Il Professor Guido Clemente di San Luca, docente di Giuridicità delle regole del calcio al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, che da anni studia il tema Var, domani è impegnato all’Università di Roma La Sapienza per la presentazione delle Lezioni di giuridicità delle regole del calcio, ha rilasciato un'intervista a Tuttonapoli.net.

Caro Prof. le vicende della Procura di Milano hanno riacceso il tema della frode sportiva, questione di cui lei parla e scrive ormai da anni. Che ne pensa?
"Resto un convinto garantista, sempre e comunque. Detesto e mi ripugna la inciviltà della gogna mediatica. Si vedrà, l’importante è che s’indaghi. L’auspicio resta la legalità. E la buona fede deve essere presunta perché su questo principio si fonda l’ordinamento. Certo, le illegittimità registrate nelle decisioni di arbitri e VAR, ripetute con costanza, sono talmente inspiegabili da rendere necessario e non più rinviabile verificare se, alla ricorrenza dell’elemento oggettivo del reato di frode in competizione sportiva – consistente pure nel semplice tentativo di alterare il risultato della competizione –, corrisponda anche la sussistenza dell’elemento soggettivo, il dolo specifico. Una verifica che può essere conseguita solo attraverso un’indagine del giudice penale. Agli studiosi, infatti, compete di rilevare soltanto l’illegittimità delle decisioni, non anche la loro illiceità. L’unica cosa che auspico è che da questa vicenda derivi una diffusa consapevolezza che bisogna ragionare sulle regole del gioco come lo si fa con le norme giuridiche, ché di questo si tratta".

A proposito di illegittimità delle decisioni, presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Vanvitelli avete tenuto un incontro di studio sul Protocollo VAR. Ad una settimana dall’evento che bilancio fa?
"Sicuramente soddisfacente, almeno in parte. Non v’è dubbio che l’incontro ha rappresentato un ulteriore passo avanti nel cammino della ricerca sulla interpretazione e applicazione delle regole che disciplinano giuridicamente il gioco del calcio. E questo non può che farmi piacere. Devo ringraziare l’avv. Aureliano, perché, dopo tanti tentativi non andati a buon fine, è stato il primo di quel mondo a voler accogliere l’invito ad un confronto sul piano scientifico. Abbiamo dibattuto e scambiato idee in contraddittorio, ma senza polemica, esplicitando, in maniera intellettualmente onesta e finalmente chiara, i diversi presupposti dai quali muove il ragionamento che stiamo portando avanti nei nostri studi da qualche anno e quello proprio di un esponente colto degli arbitri e dei varisti, una componente fondamentale del settore. Se si vuole avere la base indispensabile per ragionare correttamente nella valutazione degli episodi controversi, bisogna partire dal far luce sui diversi temi e assunti teorici, dei quali si è discusso".

Quali, ad esempio?
"Abbiamo cominciato dalle origini storiche del calcio, e dalla primigenia ragion d’essere delle sue regole, rimarcando la profonda differenza con il contesto attuale, radicalmente mutato. Per poi spaziare dalla natura e funzione giuridica dell’arbitro, ufficiale di polizia per noi, giudice secondo lui; alla differenza tra discrezionalità nella interpretazione delle norme e discrezionalità nella valutazione del fatto e nella scelta del provvedimento sanzionatorio, su cui abbiamo concordato. Dall’autonomia negoziale che ancora presiederebbe al sistema, da cui discende l’assunto che l’arbitro ha il compito di rimediare a un torto, per lui, al potere di polizia, tecnico e disciplinare, che invece l’ordinamento del calcio assegna ai direttori di gara, secondo noi, allo scopo di garantire l’interesse pubblico alla regolarità della competizione. Insomma, per noi l’arbitro è il garante della regolarità della competizione sportiva, per lui, invece, deve dirimere un contenzioso, risolvere una controversia. Però – vede – il nostro fine ultimo è quello di portare questa riflessione sulle regole del calcio fuori dalle mura universitarie, nella società civile, ed in particolar modo nel mondo dello sport, e soprattutto in quello del calcio, con l’aspirazione di far lievitare al livello del ragionamento giuridico-scientifico i litigi e le risse verbali da bar-sport che riempiono le trasmissioni televisive. E questo obiettivo, purtroppo, può dirsi ancora una volta mancato".

Perché dice questo? Mi pare che l’evento abbia avuto una discreta eco mediatica. Non si ritiene soddisfatto del lavoro svolto?
"Sì, l’ha avuta. Soprattutto per il resoconto in tempo reale del convegno realizzato dal vostro inviato. L’unica testata giornalistica presente, a testimoniare lo scarso interesse ad allargare ad un pubblico più vasto l’interesse per un approccio più serio a questi temi. In realtà, nell’aula v’erano molti studenti e ricercatori, ma una ridottissima rappresentanza della stampa. L’eco s’è generata perché il vostro resoconto è stato poi ripreso dai social, limitandosi tuttavia alla parte meno rilevante del confronto. Perciò non posso dirmi pienamente soddisfatto, perché l’obiettivo – certo, lo riconosco, molto ambizioso – resta quello di portare il ragionamento giuridico-scientifico dalle aule universitarie al grande pubblico. E invece la buona eco mediatica s’è conseguita essenzialmente su contenuti marginali e secondari del confronto, quelli che interessano i tifosi che litigano al bar".

Quali sono i contenuti principali del confronto che non sono emersi nel circuito mediatico?
"Ne ho fatto cenno prima. Basterebbe pensare che nessuno ha riferito che si è trattato di un incontro di studio nel quadro delle attività didattiche e di ricerca della Cattedra di Giuridicità delle regole del calcio e del Dottorato di ricerca in Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali. E che il dibattere si è mantenuto rigorosamente dentro i confini del confronto accademico, ciascuno avendo potuto esprimere la propria opinione pacatamente, mai trascendendo. Gli otto casi selezionati per l’analisi sono stati scelti – non per commentare l’operato dei singoli arbitri, bensì – per spiegare il corretto significato delle regole e della loro uniforme applicazione conforme ad esso. Ciò che è scientificamente impossibile senza far riferimento alle singole fattispecie concrete. Tutti i media nazionali lo spiegano malissimo, con appropriatezza veramente modesta. Ha mai sentito parlare, ad esempio, della differenza tra ‘accertamento del fatto’ e sua ‘qualificazione giuridica’, oppure fra ‘mero accertamento tecnico’ e ‘discrezionalità tecnica’? O ancora tra ‘profilo procedurale’ e ‘profilo sostanziale’ nella revisione chiamata dal VAR? Nelle trasmissioni televisive ha mai sentito dire che, secondo le norme vigenti, il VAR non ha alcuno spazio nella ‘valutazione discrezionale’ concernente la ‘qualificazione giuridica del fatto’, che spetta in via esclusiva all’arbitro? E che, invece, ha il dovere giuridico di chiamare l’arbitro alla review ogni qualvolta (nelle 4 ipotesi codificate) si abbia il sospetto che l’accertamento del fatto (non la sua qualificazione giuridica) sia stato mal effettuato? Ovvero che, per ragionare in modo giuridicamente corretto, occorre procedere nell’ordine a: prima descrivere il fatto; poi richiamare la norma giuridica che disciplina quel fatto; e infine verificare come quella norma è stata applicata al fatto nella fattispecie concreta?".

Lei pensa che sia possibile allargare al grande pubblico temi e concetti così complessi?
"Sì, ne sono convinto. E soprattutto credo che questa sia l’unica strada per far evolvere virtuosamente il ‘sistema’ dell’ordinamento del calcio. Quello che sta accadendo al Tribunale di Milano è la dimostrazione che, come invano predichiamo da anni, bisogna tener distinta la illegittimità delle decisioni arbitrali – che uno studioso rileva attraverso l’analisi della fattispecie concreta, e della sua corrispondenza alla fattispecie astratta codificata dalla norma, e che potrebbe costituire la base di una notitia criminis –, dalla illiceità di comportamenti che possono aver condotto alla decisione illegittima – nel che consiste il compito (inderogabile, per l’obbligatorietà dell’azione penale) dei giudici".

Quindi pensa di continuare questo percorso?
"Considero questa l’ultima ‘battaglia’ culturale della mia vita. Combattere la «buona battaglia» è il compito indicatoci da San Paolo. Ci proviamo. Negli ultimi due anni, insieme ai miei allievi Martini e Paladino, siamo stati in molte sedi universitarie per discutere del tema. Domani saremo a parlarne a Roma, alla Sapienza, con altri autorevolissimi maestri e colleghi".