Clemente di San Luca: "Arbitri, la buona fede va dimostrata!"
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, si è espresso così ai nostri microfoni: "1. Ha ragione Zambardino, «l’intermittenza mentale è il vero tema di questo campionato del Napoli», campionato che, però, «non è stato messo in discussione da questa serata bagnata e storta e da quarantacinque minuti di auto ipnosi». Preciso questo in premessa per evitare che quanto spiegherò a seguire possa essere interpretato come il solito «piagnisteo napoletano». E condivido appieno anche quanto afferma poi. Che riprende ciò che vado cercando di far notare da tempo. E cioè che sugli infortuni «si dovrà pur chiarire il problema dell’eventuale relazione con il lavoro di preparazione». Senza che una tal richiesta debba meritare gli strali del «partito dei talebani di Conte». Perché, «senza quegli infortuni oggi il Napoli sarebbe in altra condizione». E, fino a prova contraria, «la critica non è reato». Insomma, non cerchiamo alibi: a prescindere dal fatto che, nella partita con il Verona, il mister non abbia potuto disporre di ben 9 calciatori (uno squalificato e otto infortunati), gli azzurri non sono apparsi così feroci come a Roma tre giorni prima. Tuttavia, senza le decisioni arbitrali illegittime avrebbero vinto lo stesso.
2. Spiegherò pacatamente, con ordine, perché quelle cruciali (di arbitro e VAR) lo sono in modo talmente clamoroso ed inspiegabile che ormai non è più possibile presumere la buona fede. Primo episodio. Calcio di rigore assegnato al Verona dopo revisione chiamata dal VAR, per fallo di mano di Buongiorno. L’OFR è doverosa, come in tutte le fattispecie in cui occorre un corretto accertamento del fatto. Ma – come ho spiegato negli ultimi due pezzi, del 3 e del 7 gennaio –, una volta richiamato l’arbitro alla review, sulla sua qualificazione giuridica, il VAR deve tacersi, perché la norma non gli attribuisce alcuna competenza di esprimersi. Il Protocollo dispone tassativamente che deve limitarsi a descrivere «all’arbitro che cosa mostrano i filmati» e che la valutazione è di spettanza dell’arbitro in via riservata. Questi, peraltro, una volta rivisto l’episodio, non può più incorrere in errore. Qualsiasi decisione che assume non conforme al Regolamento è frutto di un errore non scusabile. Ora, nel caso di specie, dall’accertamento del fatto si rileva, obiettivamente e senza dubbi di sorta, che c’è fallo su Buongiorno. Dunque, anche a prescindere dalla valutazione relativa alla congruità della posizione del braccio – che pur segnala comunque la non punibilità del tocco (si v. subito a seguire) –, la decisione di Marchetti di assegnare il calcio di rigore è inspiegabilmente illegittima.
Secondo episodio. Annullamento del gol di Hojlund per fallo di mano dopo decisione ‘esclusiva’ del VAR. In proposito, la Regola 12 è lineare. Recita così: «È un’infrazione (“fallo di mano”) se un calciatore: • tocca deliberatamente il pallone con le proprie mani/braccia, ad esempio muovendo mani o braccia verso il pallone • tocca il pallone con le proprie mani/braccia quando queste sono posizionate in modo innaturale aumentando lo spazio occupato dal corpo. Si considera che un calciatore stia aumentando lo spazio occupato dal proprio corpo in modo innaturale quando la posizione delle sue mani/braccia non è conseguenza del movimento del corpo per quella specifica situazione o non è giustificabile da tale movimento. Avendo le mani/braccia in una tale posizione, il calciatore si assume il rischio che vengano colpite dal pallone e di essere punito • segna nella porta avversaria: - direttamente con le proprie mani/braccia, anche se in modo accidentale, incluso il portiere - immediatamente dopo che il pallone ha toccato le sue mani/braccia, anche se in modo accidentale».
Sicché, testualmente, nel caso in questione si versa nell’ultima fattispecie astratta prevista dal Regolamento: quella per cui è «fallo di mano» laddove un calciatore segna «immediatamente dopo che il pallone ha toccato le sue mani/braccia, anche se in modo accidentale». Trattasi di uno dei pochi e tassativi casi di «decisioni oggettive (che si “limitano ai fatti”)» – con le parole del Regolamento – per le quali «è solitamente sufficiente una revisione del VAR» senza OFR.
Diversamente da quanto insulsamente e stancamente ripetono i commentatori TV, discettando a vanvera sul «senso del calcio», della «vita», e dei «movimenti naturali», come se ne fossero gli unici ed autentici depositari, è questa la regola vigente (che è sacrosanta, perché elimina ogni possibile arbitrio, sottraendo la decisione alla valutazione soggettiva dell’arbitro e garantendo la uniformità nella tendenziale massima estensione possibile). Pertanto, non è questione se il tocco di mani di Hojlund fosse «del tutto ininfluente, perché la mano è tutt’uno col petto», oppure che il danese abbia «ammortizzato», o si sia «aggiustato», il pallone. La regola non contempla alcuna valutazione, ma solo un mero accertamento: se c’è tocco di mano, il gol è irregolare e va annullato.
Il punto, però, è che nel caso in esame dall’accertamento non si rileva affatto, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il tocco ci sia stato effettivamente. Tutt’altro. Ove si fosse dato adeguato risalto alla inquadratura dalla porta, si sarebbe capito che, invece, il tocco sembra proprio non esserci. E se le immagini non lo rivelano chiaramente, non si può presumere. Posto, dunque, che il VAR non può aver visto alcunché di diverso da ciò che è stato fatto vedere in TV, ebbene da quello non si dimostra in maniera chiara ed evidente (viene giustappunto di usare le parole adoperate dal Protocollo ad altro fine), che il tocco di mano ci sia stato. E se non si prova inequivocabilmente che ci sia stato, esso non può ritenersi accertato. Del resto, il principio applicativo è stato ribadito, manco a farlo apposta, nella giornata precedente per il gol segnato da Scalvini alla Roma: secondo ‘loro’, il gol non era da annullare perché dalle immagini il tocco del braccio (peraltro ben più evidente di quello di Hojlund) non risulta indubitabile. Ed è paradossale che il VAR a Bergamo fosse il medesimo signor Marini (che, dunque, sul danese finisce per rinnegare sé stesso).
Detto altrimenti, la mancanza di certezza assoluta rende – obiettivamente – l’accertamento negativo. Per chi capisce anche solo un po’ di diritto, è un’ovvietà. Più si rivedono le immagini, e più esse non paiono affatto consentire di affermare che il tocco ci sia stato inequivocabilmente. L’inquadratura dalla porta, anzi, rivela il contrario. E siccome a questo scopo l’unica cosa che conta sono le immagini su cui si basa l’accertamento tecnico, ebbene da esse non c’è prova sicura del tocco. Non so come spiegarlo meglio. Sono sicuro che i miei studenti l’hanno capito.
Purtroppo, registriamo anche fra i ‘nostri’ uno sconcertante deficit di conoscenza della disciplina giuridica delle questioni in parola. A cominciare da Conte. Il mister lo ha palesato in più di un’occasione. Avrebbe fatto meglio a non dire che «sono valutazioni soggettive che vengono fatte al VAR. Interpretazioni che vanno date di partita in partita, che sono a volte differenti»; che Hojlund non «si poteva tagliare il braccio, visto che poi a un metro di distanza gli hanno sparato questa palla»; che dobbiamo «accettare cosa è stato visto da parte del VAR». Capisce di calcio, ma esibisce scarsa dimestichezza con le regole. Del resto, come lui, anche autorevoli firme del giornalismo nostrano, che improvvidamente sostengono che Hojlund «l’ha presa con la mano all’interno della sagoma del corpo, con la mano attaccata alla pancia», domandando retoricamente se «se la doveva tagliare»; ovvero che il braccio potesse essere «allineato col corpo», o che il tocco di mano sia «stato provocato da un intervento scorretto dell’avversario». Pur se involontariamente, così si fa il gioco dei ‘mestatori’.
Bisogna perciò essere chiari. Se risultasse comprovato che il danese abbia toccato il pallone con la mano, il gol sarebbe stato annullato correttamente (e quindi si sbaglia di grosso a seguire la strada del «calcio vero» contrapposto al «calcio ridicolo»). Senonché, non è affatto acclarato che «la palla gli sbatte tra mano e pancia, nella sagoma», oppure che il danese non abbia «sbracciato» o che non l’abbia «presa larga». Ché se lo fosse il Regolamento prescrive che si tratta di «un gol da annullare». Comunque, sotto il profilo giuridico, le opinioni personali (soprattutto quelle che confondono il diritto vigente con quello che si auspica di modificare) non hanno rilevanza. Conta solo quel che dimostra la review. E da questa non sortisce la certezza che il tocco di mano ci sia stato.
D’altra parte, il signor Marini è recidivo. V’è una lunga serie di sue decisioni illegittime (ne hanno ricordato l’elenco Antonio Corrado e Carlo Alvino). Colpevolmente omise di richiamare l’arbitro direttamente in partite fra Napoli e Inter, il 3 dicembre 2023, sia sul gol di Çalhanoğlu viziato da un inopinabile fallo a centrocampo di Lautaro su Lobotka, sia per falli in area prima su Anguissa e poi su Osimhen; il 1° marzo 2025, per i falli di mano in area di Dumfries e Mkhitaryan. Indirettamente, in Parma-Napoli del 18 maggio 2025, quando invece richiamò Doveri, facendogli revocare un rigore solare su Neres, per un precedente fallo di Simeone, che – le immagini lo testimoniano nitidamente – non lo commette, ma lo subisce.
Riassumendo, per concludere, nel primo episodio v’è un errore non scusabile di Marchetti (anche se con l’eventuale attenuante di esser stato illegittimamente almeno compulsato dal VAR); nel secondo, un errore imperdonabile di Marini. Da quanto ho esposto – spero abbastanza chiaramente – si deriva che la buona fede non può più essere presunta, va dimostrata. A maggior ragione se è addirittura l’AIA a promuovere l’operato dei due (per un episodio analogo a quello di Buongiorno, in Verona-Juventus dello scorso settembre, il signor Rocchi dichiarò che la decisione assunta non era «corretta», perché «la dinamica non rende punibile il braccio», visto che «il giocatore va per colpire di testa e la palla spiovente gli colpisce sul braccio»). Per questo non si può più confidare nel designatore per conferire alle decisioni la patente di legittimità. La sua approvazione non restituisce affatto la Verità. Al punto che verrebbe di domandarsi se sia così peregrino avanzare il dubbio di ricorrenza del delitto di «frode in competizione sportiva». Sembrerebbe, infatti, abbastanza evidente la sussistenza del requisito oggettivo del reato (il «raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al corretto e leale svolgimento della competizione»). Affinché si riscontri anche quello soggettivo (il dolo specifico) – si sa – occorrono gli strumenti d’indagine di cui dispone solo il giudice penale. E se una Procura della Repubblica aprisse un fascicolo?
In fondo, se uno ci pensa, c’è poco da stupirsi. Amaramente. Come confidare nel dominio del diritto e della legalità democratica laddove il mondo intero ormai soggiace rassegnato ai soprusi e alle angherie dei tiranni (pur se formalmente eletti, nei fatti) dispotici e autocratici. Affinché non diventi sempre più un’utopia, per continuare a coltivare la speranza, non bisogna arrendersi. Resistere.
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