Critiche ad Allegri, Giordano: “Pregiudizio fondato sul nulla! Voglio ricordare una cosa...”
Il momento del Napoli, il lavoro di Massimiliano Allegri e soprattutto il dibattito che continua ad accompagnare l’allenatore azzurro. Ne abbiamo parlato con Antonio Giordano, editorialista de La Gazzetta dello Sport, ospite della nostra Radio Tutto Napoli, l'unica radio tutta azzurra e sempre live su sito, app smartphone e smartTv e Dab Campania.
Secondo te, perché si sta facendo ancora un gran parlare attorno ad Allegri? “Perché c'è un sentimento che io, per fortuna, e neanche voi conosciamo: si chiama odio. Evidentemente alimenta le vite di personaggi anche abbastanza contraddittori, senza un pensiero fisso, forse senza neanche un pensiero. Mi è capitato di sentire termini e aggettivi brutti, anche volgari, come quello che mi è capitato di sentire la settimana scorsa da parte di un collega che mi ha anche citato. C'è un partito contro Allegri che non devo neanche raccontarvelo io. Procede da anni attraverso le radio, quelle che non sono napoletane, e devo dire che è una forma di tentativo di destabilizzazione che non ha portato ad alcun tipo di effetto, perché mi pare che Allegri continui splendidamente a essere se stesso. Per fortuna bisogna anche farsi una ragione quando il livello del contraddittorio si abbassa e quindi bisogna defilarsi. Di fronte alle volgarità, alle sciocchezze e a frasi che, onestamente, lasciano il tempo che trovano, mi verrebbe da dire anche alla disonestà intellettuale, non hai elementi. Qualcuno ha pur detto che, a frequentare gli imbecilli, c'è soltanto da rimetterci, perché loro conoscono un livello che tu non conosci”.
Lo salveranno solo i risultati da questo magma infuocato che c'è sempre contro di lui? “Ma i risultati servono sempre. I risultati rappresentano la carriera di ognuno nella stagione e anche nel tuo lavoro. Non stiamo discutendo di questo. Stiamo discutendo del fatto che, se vinci come hai vinto contro il Bologna e hai fatto esclusivamente il tuo lavoro, poi hai battuto il Bologna. E se perdi al novantesimo a Milano, invece, vengono fuori le analisi più spregevoli, anche quelle legate alle statistiche. Non ho visto statistiche sul Bologna: un tiro in porta. Però quello era il Bologna. Il Como ha battuto il Parma faticosamente. Vale per tutti. C'è un pregiudizio fondato sul nulla. Poi uno basta che tira fuori il proprio curriculum e lo mostra. Lo mostra con grazia, non sbattendoglielo in faccia. Con educazione. Io contro i maleducati sono sempre educato, fino a quando resisto. A me piace sempre ricordare una cosa su Max Allegri. È un aspetto sul quale, nel mio piccolo, mi sono un pochino battuto da quando è diventato l'allenatore del Napoli. Parliamo di un allenatore che ha vinto campionati e una trentina di trofei e vittorie importanti, diventando uno degli allenatori con più successi nella storia del nostro campionato. Questo, secondo me, deve anche testimoniare il prestigio dell'allenatore che siede in panchina: 101 presenze in Champions League, uno dei top ten in questa manifestazione europea. Poi si vuole parlare della produzione offensiva, si vuole parlare di un Napoli che in questo avvio di campionato spesso e volentieri ha lasciato l'iniziativa all'avversario. Però io, almeno su questo, sia come tifoso sia come osservatore, sono piuttosto convinto che Allegri, anche nella preparazione alla gara e nella lettura dei momenti della partita, resti comunque uno degli allenatori più affidabili del panorama e del palcoscenico italiano. Si tratta di allestire i contraddittori tra i pro-Allegri e i contro-Allegri, come se fossero due partiti politici, più che ideologici. Si tratta semplicemente di essere onesti e ammettere che esiste un vissuto nella storia di un allenatore, che è quello che ha vinto il maggior numero di Scudetti tra gli allenatori italiani ancora in attività. E credo che abbia anche una trentina di vittorie che rappresentano un altro record. Potrei aggiungere anche quello che nel 2008 ha vinto una Panchina d'Oro che gli è stata consegnata qui dai suoi colleghi mentre allenava il Cagliari. E lo dico con assoluto rispetto. Io me lo posso permettere, non farei mai ironia, perché il Cagliari nella mia vita ha rappresentato un'esperienza formativa dal punto di vista emozionale, un'esperienza di comprensione.
La storia vale. La storia, quella di ognuno di noi, non è un trattato superficiale della nostra esistenza. Ci racconta quello che abbiamo fatto nel nostro piccolo. Non tutti potrebbero vincere. Chi lo ha detto? Io e voi non lo vinceremo mai. Questo non significa che siamo due imbecilli. Non lo vincerà neanche, e lo dico con assoluto rispetto, l'operaio. Io appartengo a una famiglia che, voglio dire, con grande dignità ha portato avanti i suoi figli, tra cui io. E quindi riconosco il senso del sacrificio. Non sto quindi mitizzando delle figure. Sto semplicemente esprimendo un concetto. Mio padre è stato il faro della mia vita perché, da padre, secondo quelle che erano le sue possibilità, ha fatto tutto quello che vorrei poter fare io per i miei figli. E non significa che, se faccio di più, sono migliore di mio padre. Io non sarò mai migliore di lui.
Tanto per esprimere un concetto e cercare di essere chiaro: quello che Allegri ha fatto nella sua vita calcistica è lì. Ha vinto uno Scudetto a Milano e altri quattro. Poi ha anche perso, ma ci mancherebbe. Altrimenti staremmo parlando di altro. E di altro non si può parlare quasi mai. Ho sentito in passato parlare di allenatori. Parlo nel passato più lungo, non vorrei che si equivocasse e si finisse poi su un'altra storia. Mi fa fastidio questo tentativo di contaminazione di appartenenze ad aree di carattere ideologico del calcio. Io appartengo a me stesso. Anzi, se volete, sono vice allenatore. E buonanotte. Ci sono delle celebrazioni che sono legittime. Poi si arriva alla demonizzazione. Perché? Io non lo so. Però va bene. Che vi devo dire? Noi siamo fuori dal Mondiale da quando io avevo dieci anni, più o meno. Mi sono dimenticato. Io ho 65 anni, sto scherzando. Non facciamo il Mondiale da tre edizioni. Però, se ti fermi un attimo a parlare con qualcuno di questi CT che non hanno portato la Nazionale al Mondiale, trovi delle dirette. Tre nomi: Ventura, Mancini e Gattuso. Gattuso, non Spalletti. Gattuso. Certo. Provate a chiedere in giro a chiunque, dai social al cosiddetto analista. Sentirete dire che va bene. Ventura aveva una vita sua vissuta, fatta di successi, di trionfi. Poi ci ha regalato la prima delusione. Lo so, ci sono rimasto male prima. Ma la seconda e la terza valgono la prima, signori. Eppure, riconoscendo quello che ha fatto Mancini nella sua vita e quello che non ha fatto da allenatore Gattuso, sono tre elementi pari. Eppure verrebbe fuori un quadro completamente diverso nella narrazione. Quando la Nazionale è uscita con Mancini, dal Mondiale a Palermo contro la Macedonia, in diretta, in televisione, c'è stato chi ha detto: "Questa è la strada". La strada di che cosa? Subito dopo l'eliminazione, c'è un visionario postmoderno che ci racconta che quella era la strada? No. Mancini, grazie per averci fatto vincere l'Europeo. Perché non lo dimentico. Io non dimentico. Però è finito il tuo tempo, in quel momento lì. È finito il tuo tempo. Si va a casa”.
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