Diawara e la follia dell’8 aprile che nessun Orsato potrà mai cancellare

08.04.2020 17:57 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Diawara e la follia dell’8 aprile che nessun Orsato potrà mai cancellare

(di Arturo Minervini) - Minuto 93’ e non c’è davvero niente altro da aggiungere. Ci sono giorni consacrati più di altri alla memoria, ricordi che scivolano veloci come scheggia nella testa e si conficcano senza un apparente senso davanti agli occhi.

L’8 aprile del 2018 è uno di quei giorni lì. Di una domenica pomeriggio di sole, della speranza tricolore che sembrava sbiadirsi dinanzi ad una gara stregata. In svantaggio contro il solito maledetto Chievo, con il suo bus piazzato in area e gli azzurri incapaci di trovare la via della rete. Le facce si fanno preoccupate, i minuti passano, qualcuno sembra non crederci più al punto di lasciare il San Paolo.

Quelli che andranno via quel giorno, porteranno il rimorso per tanto tempo perché si perderanno tutta la magia di una partita entrata nella storia recente del Napoli. A riaprire la speranza ci pensa Milik al minuto 89’. Insigne si inventa un assist di una bellezza stordente, il polacco ci mette la testa per la zuccata che vale l’1-1. Sembrerebbe già un grande risultato in una gara maledetta, ma ancora troppo poco per lasciare acceso il fuoco della speranza nella rincorsa alla Juve.

A testa bassa, il Napoli carica come un toro che vede non giallo ma rosso davanti agli occhi. I secondi passano, il Chievo è alle corde ma il tempo non è alleato. Ultimi sprazzi di gara, quasi tutto il San Paolo è in piedi ad incitare. Altri si sono alzati per avvicinarsi alle uscite. Arriva un corner, ultima occasione della gara. Quello che accadrà poco è difficile raccontarlo in maniera fedele. Frammenti di vita che si confondono. Diawara a centro area si sistema il pallone, lo infila sotto l’incrocio. Poi il nulla nella testa. Solo un urlo forte, fortissimo, infinito.

Bolgia del piacere immediato, sublimazione di una goduria che si concentra in un secondo che si dilata nel tempo e nello spazio. Ogni respiro, totalmente azzerato, il battito congelato così come il tempo che si ferma. Il San Paolo rinsavito canta senza eccezioni, invocando il miracolo che dall’alto pare vogliano concedere. Una percezione rallentata come quella delle mosche, la sequenza che diventa chiara nella mente. È come vivere moltiplicata all’infinito la stessa scena, un’incontenibile stupore che attenta al cuore. C’è il marchio del ricordo eterno in un quel pallone che accarezza la rete, avvolge ogni senso, turba l’animo fino al profondo. Da lì in poi il VUOTO TOTALE. Solo un urlo al cielo, abbracci stretti, lacrime che scendono sulle guance dei bambini. Da lì in poi una corsa impazzita, come quella di Diawara che si accascia stremato al suolo settanta metri più in là. E noi tutti con lui. Senza fiato, con l’erba a rinfrescare le idee e gli occhi rivolti verso una speranza che resta ancora accesa. Brividi.

Quel giorno ci avevamo creduto. Quel giorno dall’alto qualcuno aveva indicato una volontà chiara, precisa, che solo la superbia di qualche arbitro avrebbe contraddetto in maniera vergognosa qualche settimana dopo a San Siro. Doveva finire diversamente, lo sappiamo tutti. Ma quel pomeriggio, nessuno potrà mai toglierlo al cuore.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Arturo Minervini (@arturo_minervini) in data: 8 Apr 2020 alle ore 1:32 PDT