Clemente di San Luca a TN: "Rigore netto per l'Inter, ma il calcio non può giocarsi come fosse rugby"
Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, ha analizzato il momento del Napoli
"Ad osservare sgomenti lo svolgersi della presente stagione epocale, balza agli occhi che il paradosso regni sovrano. Due esempi vistosissimi? Il Presidente del più grande Stato dell’Occidente, simbolo ed usbergo della liberaldemocrazia, divenuto predone e tiranno, che azzera di essa i principi basilari. Il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, nel confronto per il quale le ragioni esposte dai Comitati del SÌ e del NO sembrano fare a gara per convincere il cittadino del fondamento della posizione dello schieramento opposto. Paradossi ‘distruggenti’. Pensando ad essi, ci si rende conto che, al confronto, i due che ho rinvenuto in Inter-Napoli, di cui scriverò ora, sono veramente parva materia. Eppure, evidenziarli pare avere un significato non del tutto irrilevante anche nel Pensiero più alto.
1. Il primo concerne, ancora una volta, le regole. Il rigore assegnato all’Inter da Doveri è inopinabile. Il suo arbitraggio, però – diffusamente apprezzato –, è stato clamorosamente illegittimo. E questo è certamente paradossale. In sintesi, il rigore è netto, ma il calcio non può giocarsi come se fosse rugby. Al riguardo ho letto e sentito di tutto. «Eccellente direzione», «metro europeo, chiaro e per questo rispettato dai giocatori». «Bravissimo Doveri che ha difeso un calcio più maschio, meno interrotto, con soli 4 falli fischiati nel primo tempo. C’era lo scontro vero, ne è venuta fuori una partita spettacolare». E poi, «Errori che uccidono il calcio» (pur riconoscendosi che «lo step on foot è un pezzo forte degli arbitri, lo vediamo dare tutte le domeniche»). «Quel rigore è un crimine contro la logica del gioco». «Un rigore inventato, perché il piede dell’attaccante cerca quello del difensore». Sciocchezze sesquipedali in serie. Molte in buona fede. Qualcuna forse no. «Così vogliamo il pallone, così ci piace». Bisogna considerare lo «spirito del gioco». Tutte pericolosissime stupidaggini.
A parte il misoginismo che si cela dietro la locuzione «gioco maschio» (come se le femmine non giocassero a calcio e il calcio femminile fosse meno rude e scontroso e più ‘gentile’), l’irresponsabile auspicio di «lasciar giocare» consente al direttore di gara un arbitrio assoluto. Quando non sanzioni i falli per favorire la velocizzazione del gioco, lo falsi. Seppur si decida in modo coerente, obiettivamente si avvantaggia chi è più abituato a giocare ‘sporco’. E l’arbitro – da funzionario di polizia dell’ordinamento sportivo qual è – non può deflettere dal compito di garantire che la competizione si svolga nel rispetto delle regole.
Un paio di esempi? Eccoli. Nell’azione del palo di Mkhitaryan, sul finire della partita, c’era un fallo netto e incontrovertibile di Bonny su Politano, lasciato impunito. Legittimamente, secondo il «metro di giudizio» assunto (contra legem). Metro che, però, non è valso allo stesso modo per un successivo analogo intervento di Di Lorenzo, che è stato sanzionato. Oppure il commento del solito ineffabile oracolo di DAZN sull’unico errore che, a suo avviso, avrebbe commesso Doveri: non ammonire Juan Jesus per la trattenuta di Thuram nel primo tempo. Come se, per effetto della libertà di assumere un «metro di giudizio», non rilevi il fatto che era stato il nerazzurro a cominciare a trattenere irregolarmente l’avversario.
Allo stesso modo sul rigore. Doveri vede bene l’intervento e, seguendo quel «metro», dice chiaramente: «Nulla, nulla». Tuttavia, una volta chiamato alla review, non gli è più permessa la violazione della Regola (la quale – è opportuno ricordarlo – non parla espressamente di «step on foot», ma il pestone è ascrivibile alle fattispecie previste di «negligenza» o «imprudenza», a seconda che determini o no conseguenze sull’avversario). Quel rigore è indiscutibile. E non può invocarsi che in altre simili occasioni non l’abbiano decretato. La illegittimità mai può essere paradigma legale di un comportamento o di un atto. Né – men che meno – si può considerare che il designatore abbia dichiarato che «non tutti gli step on foot sono da rigore». Si tratta del loro solito giochetto, sempre lo stesso: vogliono aumentare i margini di interpretazione soggettiva dell’arbitro sulla punibilità o meno degli interventi. Con la inesorabile conseguenza di mandare a farsi benedire la uniformità nelle decisioni, che inficia la regolarità della competizione. Bisogna considerare illegittima la scelta di non averlo decretato quando doveva esserlo. E legittima quella di non essersi adeguati ora ad una illegittimità precedente. Non c’entra alcunché che la palla era ormai persa. Si tratta di un mero accertamento del fatto. Non c’è spazio di valutazione. E – aggiungo – guai a riconoscerlo sussistente.
È assai difficile difendersi dalla ignoranza. Il Regolamento del gioco del calcio disciplina, sì, uno sport di contatto, ma in maniera diversa da quello che disciplina il rugby, sport che contempla fisiologicamente lo scontro fisico con l’avversario. Vedete, il diritto non è una scienza dura. Non offre risposte esatte. Epperò, segue un metodo che, fra quelli delle scienze sociali, è forse il più scientifico, perché si basa su un archetipo certo, quello offerto dalle norme vigenti. La loro interpretazione e applicazione non può essere lasciata nelle mani di chi non dispone degli strumenti adeguati.
2. Il secondo paradosso – ben più complesso – concerne Antonio Conte, il Napoli ed il gioco che finalmente ha preso ad esprimere. Coerente con l’identità della città, e capace perciò di rappresentarla. Mi sono apprestato a vedere la partita con animo non dissimile da quello che ha dichiarato il mio amico Guido Trombetti. Preparato ad un’amara delusione. E invece, ai due gol di McFratm, è esplosa una gioia incontenibile, tant’è che ho urlato così forte da far dire a mia moglie (unica presente): «Se continui così, ti verrà qualcosa».
Dove sarebbe il paradosso? Una prima parte di esso sta senz’altro in ciò, che questo Napoli bello a vedersi (non solo tenace) ha cominciato a prender forma solo dopo una brutta batosta. Fino alla sconfitta di Bologna, non giocavamo affatto bene. All’esito della settimana a Torino, il mister è stato baciato da quella che va sotto il nome di serendipity, la «capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, mentre si sta cercando altro» (la richiamò Minervini nel suo «Da 1 a 10» del 28 dicembre, dopo la vittoria a Cremona). Da allora un Napoli sempre più resistente e convincente. Perfino sontuoso.
L’altra parte del paradosso, ancor più eclatante, sta nel constatare gli ultimi esiti del processo di ‘de-juventinizzazione’ di Conte. Lento ma costante. Gutta cavat lapidem. Come se la città, il popolo azzurro, gli avessero scavato dentro – solo Napoli sa farlo, avvolgendo e seducendo – per liberarlo poco alla volta dai residui del passato. Sia chiaro, non è possibile giustificare quella intemperanza. È indifendibile. L’abbiamo stigmatizzato più volte per i comportamenti di Allegri. Non lo assolviamo solo perché è il nostro allenatore. È stato punito. Due giornate. Non iniquamente rispetto al solito. Almeno questo.
Tutto ciò nonostante, quel potente calcio al pallone, quell’urlare «Vergognatevi» pieno di rabbia – esteticamente osceni ed eticamente deprecabili quanto si vuole, sì, ma – segnano un oggettivo valicare il confine. Per entrare definitivamente dentro l’anima di Partenope. Solo un osservatore superficiale può pensare che quella tensione emotiva fosse dovuta esclusivamente all’assegnazione del calcio di rigore (su cui aveva torto – abbiamo già ricordato che esibisce qualche lacuna nella conoscenza delle regole). E non anche, invece, ed in maniera preponderante, alla piena partecipazione al respiro indignato della città per le illegittimità patite col Verona. E allora, sì, non c’è stata la Damasco che invoco sin dal primo momento. Ma in quella furia il mister ha manifestato – come raramente è stato fatto – quella del popolo che la squadra che egli guida rappresenta. Ha comunicato al ‘sistema’ che per noi il vaso è definitivamente colmo. Che non ne possiamo più della violazione delle regole.
Pur avendo avuto i natali a Lecce, la storia calcistica di Conte non può propriamente definirsi come iconografica dell’«uomo del sud». Dopo quella «sceneggiata», foss’anche inconsapevolmente, può ben dirsi che lo stia diventando.
P.S. Prima di concludere, un pensiero affettuoso, ad un tempo allegro e malinconico, per Gino Nicolais, scienziato versatile di fama mondiale che ha dato lustro alla città. Non lo vedevo da molti anni. Ricordo che trascorremmo insieme il Natale del 1986 ad Hartford, Connecticut, con altri ricercatori napoletani di diverse discipline. In quel periodo negli U.S.A. si poteva studiare. Facemmo la spesa per il cenone a Little Italy. Anche se non esibendolo in pubblico, era un grande tifoso degli azzurri. Mi piace credere che ci ha lasciati portando con sé l’immagine resiliente della squadra della sua città. Ciao Gino!".
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